Roma, 27 giu – Dopo la canicola, arriva il bosco. E il dato, per una volta, è di quelli che costringono a ragionare oltre la propaganda. In queste settimane la sinistra ambientalista ha scoperto una parola d’ordine nuova, o meglio riciclata con maggiore aggressività: “politicizzare la canicola”. Cioè trasformare il caldo estivo, certamente aggravato dal cambiamento climatico e dall’inadeguatezza delle città europee, in un argomento politico totale. Va bene, allora: politicizziamo. Ma politicizziamo davvero tutto. Anche ciò che disturba la narrazione verde.
Una lettura politica dell’Italia forestale
Perché mentre giornali, intellettuali progressisti e climatologi militanti spiegano che ogni grado in più impone una riorganizzazione collettiva, un altro dato racconta un’Italia molto diversa da quella dipinta dall’allarmismo stagionale: l’Italia è ormai una nazione forestale. Secondo l’Inventario nazionale delle foreste, la superficie forestale italiana supera gli 11 milioni di ettari e copre il 36,7% del territorio nazionale. ISPRA ricorda che dal secondo dopoguerra a oggi le foreste sono passate da 5,6 a 11,1 milioni di ettari, con una crescita del 28% solo tra il 1985 e il 2015. Anche il rapporto “Foreste in Comune”, promosso da PEFC Italia con UNCEM, Legambiente e Consorzio Caire, aggiunge un dato simbolico: le foreste hanno superato i 100mila chilometri quadrati, coprono oltre un terzo del territorio e, dal 2020, hanno superato per estensione la Superficie Agricola Utilizzata, cosa che non accadeva dal Medioevo.
Fin qui, potrebbe sembrare una buona notizia: qualcuno potrebbe sostenere che questa è la prova che decenni di piste ciclabili, ZTL, conferenze sul clima, aperitivi sostenibili e retorica antindustriale abbiano rigenerato il Paese. Il problema è che in larga parte è accaduto l’opposto, ovvero il bosco è avanzato perché l’uomo è arretrato. La Strategia Forestale Nazionale parla esplicitamente di espansione spontanea del bosco su coltivi, prati e pascoli abbandonati, soprattutto nelle aree collinari e montane. Lo stesso rapporto “Foreste in Comune” collega il cambiamento all’abbandono di terreni agricoli, pascoli marginali e colture tradizionali non più redditizie.
Complicazioni per la narrazione verde
Questi dati, presi insieme, smontano la prima grande favola dell’ambientalismo progressista: l’idea che il problema ecologico italiano sia sempre e soltanto l’eccesso di presenza umana. Troppo uomo, troppa produzione, troppo lavoro, troppa tecnica, troppa infrastruttura, troppa civiltà. In realtà, in molte aree del Paese, il problema è esattamente contrario: non l’uomo che governa troppo il territorio, ma l’uomo che smette di governarlo. Il bosco che avanza, dunque, non è sempre il ritorno dell’Eden. Può esserlo in alcuni casi, quando aumenta la naturalità, ricostruisce ecosistemi, migliora la biodiversità e assorbe carbonio. Ma può essere anche il sintomo di una ritirata sociale: paesi svuotati, agricoltura marginale espulsa dal mercato, pascoli chiusi, terrazzamenti abbandonati, strade forestali non curate, manutenzione idrogeologica intermittente, comunità ridotte a comparse turistiche. L’ambiente italiano non è mai stato una wilderness americana da contemplare a distanza, ma un paesaggio storico, costruito per secoli dal rapporto tra natura, lavoro e comunità.
Dopodiché, cade anche una seconda narrazione verde: “più natura” non significa automaticamente “più equilibrio”. Se il patrimonio forestale italiano è enorme, va gestito. ISPRA segnala che alcune tipologie forestali preziose, come boschi ripari, foreste vetuste e formazioni di pianura, sono rare, frammentate o minacciate da incendi, edilizia e infrastrutture. Anche la Strategia Forestale Nazionale insiste sulla necessità della gestione forestale sostenibile, della pianificazione territoriale e della prevenzione dei rischi climatici, idrogeologici e incendiari. Tradotto: il bosco non si salva lasciandolo semplicemente lì.
La contraddizione con la mobilitazione culturale mediatica sulla canicola di giugno è evidente. Quando fa caldo in città, la sinistra chiede intervento pubblico, pianificazione, adattamento, trasformazione urbana. Quando però si parla di montagne, aree interne, agricoltura, demografia, lavoro e presidio del territorio, la stessa sinistra dice: “è un fenomeno naturale“. Ma meno uomini, meno produzione, meno infrastrutture, meno sviluppo e più “rinaturalizzazione” non sono fatti irreversibili, quanto gli effetti di territori abbandonati politicamente e consegnati alla casualità.
L’Italia con due volti
La terza narrazione smontata è quella dell’Italia descritta come un blocco unico di cemento e asfalto. Il rapporto SNPA 2025 parla di 83,7 chilometri quadrati di territorio trasformato in aree artificiali nel 2024, con oltre 21.500 chilometri quadrati ormai occupati da edifici, infrastrutture e coperture artificiali, pari al 7,17% del territorio nazionale. Ma proprio questi dati dimostrano che il problema non è “l’Italia cementificata” in astratto. È la frattura territoriale: città, pianure produttive e coste consumano suolo; montagne, colline e aree interne si svuotano e tornano bosco. Questa è la vera fotografia del Paese. Non una natura assediata ovunque dall’uomo, ma un’Italia spaccata in due: da una parte l’iperconcentrazione urbana, logistica, turistica e immobiliare; dall’altra l’abbandono rurale e montano. Da una parte piazze roventi, periferie senza alberi, quartieri impermeabilizzati, capannoni, cantieri, parcheggi e logistica. Dall’altra boschi che divorano campi e pascoli perché nessuno li lavora più. L’allarmismo verde vede il primo fenomeno e rimuove il secondo. Vede l’asfalto, non vede il paese che muore.
Eppure proprio il tema del caldo dovrebbe obbligare a ragionare sul governo concreto del suolo. Lo stesso rapporto SNPA segnala che l’isola di calore urbana può produrre differenze superiori ai 10 gradi tra aree urbane e rurali, e che nei quartieri dove la copertura arborea supera il 50% le temperature risultano fino a 2,2 gradi più basse. Questo significa che gli alberi servono dentro una politica materiale: suolo permeabile, acqua, ombra, manutenzione, edilizia pubblica progettata bene, scuole vivibili, reti idriche, verde urbano non decorativo. Non bastano quattro alberelli compensativi piantati dopo aver mineralizzato una piazza storica. Il caso romano di molte “riqualificazioni” lo dimostra bene: piazze trasformate in spianate dure, superfici chiare ma roventi, alberature insufficienti, ombra assente, estetica da rendering e vivibilità reale secondaria. Poi, quando arriva giugno, gli stessi ambienti scoprono la canicola e invocano la politicizzazione del clima. Troppo comodo. La canicola non si politicizza solo contro il cittadino che accende il condizionatore. Si politicizza anche contro decenni di urbanistica cosmetica, amministrazioni incapaci, manutenzione assente e ambientalismo simbolico.
Lo spopolamento e il diktat immigrazionista
Il dato sui boschi smonta anche la narrazione immigrazionista applicata allo spopolamento. Da anni ci viene spiegato che l’Italia vuota può essere “salvata” dai flussi migratori, come se un territorio fosse un contenitore demografico da riempire con chiunque. Ma le aree interne non muoiono semplicemente perché mancano corpi. Muoiono perché mancano lavoro dignitoso, servizi, scuole, sanità, trasporti, proprietà accessibile, agricoltura redditizia, artigianato, famiglie, continuità comunitaria. Se questi elementi non ci sono, l’immigrazione non ripopola davvero: al massimo fornisce manodopera a basso costo a filiere già degradate, oppure si concentra nelle stesse aree urbane dove i problemi sociali sono già esplosivi. L’ecologia, allora, non si fa contro i popoli. Si fa con i popoli. Con comunità capaci di abitare, curare, produrre e trasmettere. Un bosco senza comunità intorno può diventare una risorsa naturale, ma anche un patrimonio senza custodi. Un paese senza nascite, senza scuole e senza lavoro non viene salvato da qualche progetto di accoglienza, da un borgo turistico o da una cooperativa finanziata a bando. Si salva se torna a essere parte di una strategia nazionale: agricola, forestale, energetica, demografica, infrastrutturale.
Il paradosso dei cieli puliti
C’è poi un ultimo paradosso, forse il più importante. L’Europa si scalda più velocemente della media globale: Copernicus parla di circa 2,5 gradi rispetto all’era preindustriale, contro 1,4 gradi globali, e indica tra i fattori anche la riduzione dell’inquinamento atmosferico e degli aerosol, cioè cieli più puliti che lasciano passare più radiazione solare. È un dato interessante perché rompe la favola morale. Perfino una cosa positiva come l’aria più pulita può avere effetti climatici complessi. Questo non significa rimpiangere lo smog, ovviamente. Significa che la politica ambientale non è catechismo, ma governo di effetti reali, spesso contraddittori. Ed è proprio qui che la sinistra verde mostra il suo limite. Vuole politicizzare il caldo, ma solo nella direzione che conferma le sue ossessioni: colpa dell’industria, colpa dei consumi, colpa della civiltà tecnica, colpa dell’uomo occidentale, colpa della crescita. Il dato sui boschi costringe invece a un’altra lettura: il territorio non ha bisogno di meno civiltà, ma di più civiltà. Non di abbandono, ma di presidio. Non di decrescita, ma di buona crescita. Non di retorica urbana, ma di manutenzione nazionale.
Ripoliticizzare la terra, oltre le utopie
Se l’Italia è diventata una nazione forestale, la questione politica non è semplicemente celebrare il ritorno della natura, ma capire come gestire questa trasformazione. Politicizzare la canicola, se preso sul serio, porta al suo esatto ribaltamento: la necessità di ripoliticizzare la terra. La terra non come sfondo neutro per i trekking turistici, non come cartolina verde per coscienze urbane, non come superficie da cementificare o da lasciare all’abbandono, ma come spazio storico di appartenenza, produzione, cura e sovranità. Ripoliticizzare la terra significa tornare a decidere chi la abita, chi la lavora, chi la difende, chi la trasmette; significa tenere insieme boschi, campi, città, acqua, energia, demografia e comunità dentro una visione nazionale. Il bosco che avanza non ci dice che l’Italia è stata salvata dall’ambientalismo. Ci dice che interi pezzi d’Italia sono stati lasciati indietro. E che l’ecologia, senza popolo e senza Stato, non è governo della natura: è la resa travestita da virtù.
Sergio Filacchioni