Roma, 1 lug – Viviamo in quella che potrebbe essere definita, a tutti gli effetti, una società post-storica, in cui il superamento della conflittualità è stato elevato a dogma imprescindibile. La narrazione dominante, intrisa di retaggi cristiani e neomarxisti, tenta ossessivamente di sostituire la realtà del conflitto con un culto del vittimismo. A chi non è mai capitato di assistere, almeno una volta nella vita, a una delle rituali campagne educative volte al contrasto e alla prevenzione degli episodi di bullismo all’interno delle scuole? Lo schema ricorrente negli incipit dei cortometraggi è quasi sempre lo stesso: ambientazione cupa, colonna sonora strappalacrime, corridoi scolastici trasformati in scenografia del disagio.
Il tutto viene costruito per avvicinarsi, in modo forzato, a un modello stereotipato del fenomeno, facilmente decifrabile dal pubblico di mezza età che usufruisce dello spot. E si chiude, ovviamente, con un concitato appello di denuncia alle autorità scolastiche e un messaggio subliminale ben comprensibile: il monito costante a rinunciare a qualsiasi forma di autodifesa.
Il bullismo è molto più naturale di molte utopie
Eppure, dietro queste pacchiane messinscene, si nasconde uno dei veri drammi del nostro tempo: l’incapacità cronica di accettare la natura umana, la competizione e la realtà inestirpabile della sopraffazione. Non saranno infatti né le iniezioni di buonismo da quattro soldi né le minacce da parte delle autorità scolastiche, interessate a presentarsi come porti sicuri di fronte ai genitori per evitare il calo delle iscrizioni, a estirpare il bullismo. Anzi, agendo in questo modo, il rischio concreto è di assistere a una radicalizzazione del fenomeno, poiché viene messa in atto a tutti gli effetti quella che si potrebbe definire una vittimizzazione nella vittimizzazione. Il soggetto, già di per sé indifeso e passivo, viene costantemente svalutato o, ancor peggio, trattato con i guanti di velluto, come un pezzo di vetro pronto a frantumarsi al primo sguardo. Tutto ciò non viene perpetrato dai bulli, che, paradossalmente, trattano il compagno “alla pari”: sicuramente in modo brutale, ma quantomeno diretto, spesso non essendo del tutto consapevoli, complice la giovane età, di queste sottili dinamiche di potere. Le autorità, al contrario, negano alla vittima ogni possibilità di riscatto e crescita personale, facendo passare costantemente un devastante messaggio implicito: “Tu sei la vittima che subisce, devi essere protetto. Loro sono i carnefici che agiscono, devono essere puniti”. Una volta che l’etichetta è stata affibbiata, la vittima la interiorizza e smette di percepirsi come un individuo capace di autodeterminazione e dotato di forza di volontà propria.
Non è il mondo a doversi adattare, ma il soggetto
È la tipica scorciatoia utilizzata da una società che preferisce delegare la risoluzione dei problemi interpersonali tra adolescenti a un apparato burocratico inefficiente, trincerandosi dietro una morale cristiana dalle venature socialisteggianti, piuttosto che accettare la realtà della conflittualità umana e della competizione. Si sente spesso ripetere che chi subisce ingiustizie non ha alcuna responsabilità, sostenendo di fatto che il mondo circostante sia l’unico capro espiatorio a cui addossare la colpa per i disagi personali e i fallimenti esistenziali. Un modus cogitandi sempre più diffuso nei luoghi del sapere, che ricalca perfettamente la retorica del marxismo culturale, funzionale a un disegno neogramsciano volto a egemonizzare la cultura. È la diffusione del verbo secondo cui il singolo non è mai responsabile dei propri mali, perché la colpa è sempre da imputare a un fattore onnipotente esterno e fuori dalla nostra portata, sia esso la società, il capitalismo, il potere, il bullismo.
Ma la dinamica del confronto e la gestione dei conflitti sono parti integranti dell’esperienza umana: l’uomo è, in primis, un animale che si sente al sicuro nel branco. Il branco, per sua natura, è portato a isolare e attaccare chiunque venga percepito, per un motivo o per l’altro, come diverso. Non è un fenomeno legato all’assenza di valori, alla gioventù moderna o alla “cattiveria”, bensì un meccanismo di difesa ancestrale sedimentato in millenni di evoluzione, che nessuna circolare ministeriale potrà mai estirpare del tutto. La soluzione non consiste nel pretendere che il mondo si adatti alle esigenze di una soggettività vulnerabile. È piuttosto la soggettività fragile che deve adattarsi alla complessità e alla durezza del mondo, se vuole emergere.
Il problema più grande nasce proprio quando la denuncia della vittima e la protezione istituzionale la trasformano in una figura ancor più aliena al contesto dei suoi pari. Il “protetto”, proprio in virtù del suo status di vittima, si pone al di fuori delle regole non scritte del branco, suscitando così nei carnefici un sentimento di pura antipatia che va ad aggiungersi al disprezzo inconscio per la diversità. Nel momento in cui il corpo docente interviene per tutelare lo studente, magari tramite metodi discutibili come la proiezione in classe di cortometraggi anti-bullismo, dai quali le vittime non si sentono minimamente rappresentate, o attraverso ramanzine isteriche seguite da punizioni che servono solo a cementare ulteriormente l’identità del gruppo, non sta facendo altro che alimentare un risentimento generale. Il risultato è che la vittima diventa un elemento estraneo da attaccare e marginalizzare ancora di più, mentre il branco riceve una legittimazione perfetta per intensificare le umiliazioni.
Contro il bullismo non funziona il vittimismo
Il bullismo, inteso come fenomeno di violenza e prevaricazione sistematica, non cesserà di esistere grazie a un culto del piagnisteo, alle campagne di sensibilizzazione o al tentativo di eradicare le più basilari dinamiche sociali dalla quotidianità. Anzi, cesserà di esistere esclusivamente nella specifica soggettività della vittima solo quando questa, tramite un processo di adattamento, maturazione e presa di coscienza di certe dinamiche, inizierà a decodificare le regole non scritte delle relazioni umane. Nel momento, dunque, in cui smetterà di pretendere una tutela calata dal cielo, che non le spetta per natura, comprendendo che il mondo è un luogo in cui la debolezza è un lusso che troppo spesso non ci si può permettere.
In molti casi, anzi, le posizioni di rilievo sono ricoperte proprio da personalità assertive, dominanti e incuranti del giudizio altrui: caratteristiche che sono sinonimo di successo più di quanto non vorremmo ammettere. Dunque, non è il mondo a dover diventare “buono” nell’accezione positivista del termine, come pretenderebbe invece il dogma cristiano-marxista di cui la nostra società e la scuola sono impregnate. È l’individuo dotato di forza di volontà e spinta al miglioramento a non doversi mai più far trovare indifeso.
Michele Cucchi