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Remigrazione, Meloni dice “già lo facciamo”: il centrodestra davanti a una prova storica

by Sergio Filacchioni
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Remigrazione Meloni

Roma, 1 lug – A sentire Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi, la Remigrazione sarebbe già realtà. Solo che non ce ne eravamo accorti. Intervistata da Nicola Porro a 10 Minuti, su Rete 4, il presidente del Consiglio ha scelto una formula precisa: “Per come la interpreto io, sono i rimpatri volontari assistiti. Già li facciamo”. Poi la rivendicazione, tutta interna allo scontro politico con Vannacci: lo Stato italiano li fa, l’Unione europea li fa, l’Unhcr li fa. Dunque, nella lettura meloniana, non ci sarebbe molto altro da aggiungere. La Remigrazione, se proprio bisogna chiamarla così, sarebbe già contenuta nell’ordinaria amministrazione dei rimpatri.
La stessa linea era stata anticipata da Piantedosi. Il ministro dell’Interno, parlando al Tg1 e come riportato da RaiNews, ha rivendicato l’aumento dei rimpatri e indicato come obiettivo per il 2026 il superamento della soglia dei diecimila, sommando rimpatri forzosi e rimpatri volontari assistiti. Subito dopo ha posto la domanda che riassume perfettamente la posizione del governo: “Che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa?”. Ecco, il punto è esattamente questo. Vuol dire molto di più.

La Remigrazione è una visione complessiva sulla direzione storica dell’Italia

Il centrodestra dovrebbe partire da una distinzione elementare, quasi banale, ma politicamente decisiva: quella tra uno strumento concreto e limitato e una strategia complessiva di lungo periodo. In altre parole, tra ciò che serve a gestire un problema nell’immediato e ciò che definisce la direzione futura del Paese. I primi riguardano l’esecuzione di un provvedimento amministrativo, oppure l’accompagnamento volontario al rientro di uno straniero nel Paese d’origine. La seconda riguarda il senso complessivo della politica migratoria, demografica, sociale, economica e nazionale. Confondere le due cose significa ridurre una proposta politica a una pratica del Viminale, una direzione storica a una procedura burocratica. È come scambiare il mezzo per il fine: i rimpatri sono uno strumento, la Remigrazione è l’obiettivo. I primi sono succedanei della seconda, non il contrario. I rimpatri sono necessari, ma non esauriscono minimamente il problema dell’immigrazione di massa. Possono essere parte della Remigrazione, ma non sono la Remigrazione. Eppure è proprio questa la forzatura, o la scorciatoia, con cui Meloni e Piantedosi cercano di neutralizzare il tema: prendere una parola ormai entrata nel dibattito pubblico, svuotarla del suo contenuto politico, ricondurla a qualcosa che il governo sostiene di fare già, e chiudere così la discussione. Le dichiarazioni di Giorgia Meloni hanno un sottotesto politico evidente nella partita interna al centrodestra: se qualcosa si fa, è grazie a me. “Mi ha fatto sorridere che il regolamento Ue sia stato venduto come ‘remigrazione’: quella è la mia, di remigrazione. Parlare è molto più facile che fare”, ha detto Meloni, un messaggio che indirizza anche a Vannacci, rivendicando l’azione politica svolta in sede Ue, ma depotenziando di fatto chi prova a spostare più in là il baricentro del dibattito.

Meloni e Piantedosi dicono: “già lo facciamo”. I rimpatri però sono un’altra cosa

Il problema è che la proposta di legge sulla Remigrazione non si limita a prevedere un semplice meccanismo di ritorno assistito, come se fosse una misura tecnica tra le altre. Si tratta invece di un progetto molto più ampio e strutturato, che interviene su diversi livelli della politica nazionale. Da un lato riguarda il governo complessivo dei flussi migratori, con l’obiettivo di ridurre l’immigrazione irregolare e contrastare lo sfruttamento dei lavoratori stranieri; dall’altro introduce strumenti specifici, come un programma nazionale di Remigrazione, misure contro le Ong coinvolte nel traffico migratorio e il superamento dell’attuale sistema di quote annuali per l’ingresso di lavoratori stranieri. Ma non si ferma qui. La proposta include anche il rientro degli italo-discendenti e la creazione di un fondo dedicato alla natalità italiana, segnalando chiaramente che il tema migratorio viene collegato a quello demografico. In questo quadro, il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti in Italia è solo uno degli strumenti previsti, non il cuore della proposta. Il punto centrale è infatti la visione complessiva: rafforzare la sovranità nazionale, riprendere il controllo degli ingressi, rendere effettive le espulsioni degli irregolari, dare priorità al lavoro italiano e affrontare la crisi demografica puntando sulla natalità. In altre parole, la Remigrazione viene concepita come una politica organica che mira a ridefinire il ruolo dello Stato nella gestione della popolazione e dei flussi migratori, restituendogli la capacità di decidere chi entra, chi resta e chi deve lasciare il Paese. Questa è la differenza che il centrodestra al governo finge di non vedere mentre ogni giorno che passa si lega ancora di più al dogma della “manodopera indispensabile”. Quindi no, Meloni: il rimpatrio è una pratica, la Remigrazione è un cambio di paradigma.

Gli ingressi continuano a superare nettamente le uscite

Anche perché i numeri rivendicati da Piantedosi andrebbero letti con un minimo di proporzione. Superare i diecimila rimpatri in un anno può anche essere presentato come un miglioramento rispetto alla paralisi precedente. Ma se questa diventa la soglia simbolica di una svolta storica, allora il problema è enorme. Perché nello stesso momento in cui il Viminale rivendica diecimila uscite tra forzose e volontarie, il decreto flussi 2026-2028, pubblicato dal ministero del Lavoro, prevede l’ingresso in Italia di 497.550 cittadini di Paesi terzi per motivi di lavoro, di cui 164.850 solo nel 2026. Questo è il cortocircuito politico che nessuna furbizia da talk show può nascondere. Da una parte il governo celebra il possibile superamento dei diecimila rimpatri. Dall’altra programma quasi mezzo milione di ingressi regolari nel triennio. Il saldo è evidente: si prova a svuotare il mare con un secchio mentre si continuano ad aprire i rubinetti. Nient’altro che la solita vecchia linea del centrodestra: rigidi con una parte dell’immigrazione irregolare, morbidi con l’immigrazione economica richiesta dal sistema produttivo, da Confindustria, dai sindacati in crisi d’iscritti. Dovrebbe apparire evidente a chiunque che quando la presenza straniera diventa strutturale, massiccia e “indispensabile” al funzionamento del sistema economico, la differenza tra ingresso regolare e ingresso irregolare diventa amministrativa, non politica. Cambia il senso sul documento ma non la direzione storica del Paese.

La Remigrazione pone domande radicali e risposte concrete

Lo stesso discorso vale per il nuovo regolamento europeo sui rimpatri, approvato dal Parlamento europeo con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni. Il testo introduce strumenti importanti: obbligo di cooperazione per chi riceve una decisione di rimpatrio, possibilità di trattenimento fino a 24 mesi, misure alternative al trattenimento e creazione di centri di rimpatrio in Paesi terzi sulla base di accordi con Stati extra-Ue. È un passaggio significativo, e il Primato Nazionale lo ha già scritto: l’Europa, lentamente e tra mille contraddizioni, sta riconoscendo che senza rimpatri non esiste alcuna politica migratoria credibile. Si rompe un tabù. Il “non si può fare” lascia spazio al “non si vuole fare”. Ma anche qui bisogna evitare il terribile equivoco su cui si muove anche la propaganda di Vannacci. Il regolamento europeo è un pacchetto di strumenti che possono servire a rendere più efficaci le espulsioni, a rafforzare il concetto di Paese terzo sicuro, ad offrire una cornice giuridica ai return hubs. Ma non decide da solo la direzione politica di uno Stato. L’Unione europea può mettere a disposizione leve normative; non può sostituirsi alla volontà nazionale. La Remigrazione parte da una domanda più radicale: l’Italia vuole continuare a essere un territorio di assorbimento demografico, economico e sociale dei flussi migratori globali, oppure vuole tornare a essere una nazione capace di scegliere chi entra, chi resta, chi deve partire e su quale popolo investire? La risposta, evidentemente, non può arrivare solo da Bruxelles, ma soprattutto da una classe dirigente che abbia il coraggio di usare gli strumenti europei dentro una linea a lungo termine.

Per la Meloni si riduce tutto al “Modello Albania”

Dentro questo quadro si inserisce anche il protocollo con l’Albania, che la Meloni in primis continua a rivendicare come anticipazione del nuovo orientamento europeo. Il modello Albania è stato raccontato come una svolta epocale, però nei fatti si è scontrato più volte con la magistratura e con i vincoli del diritto europeo. Reuters, già a gennaio 2025, ricordava che un tribunale di Roma aveva ordinato il trasferimento in Italia di 43 migranti trattenuti nei centri albanesi: era la terza volta, dall’ottobre precedente, che i giudici disponevano il rientro in Italia di migranti condotti nelle strutture oltre Adriatico. Ora, se l’Europa apre alla logica dei return hubs, il dato tattico-politico è positivo. Ma non basta spostare una struttura fuori dai confini nazionali per cambiare politica migratoria. Anche perché, entrando nel concreto, i numeri raccontano già tutto il limite dell’operazione: secondo quanto riportato da fonti governative e rilanciato da diverse agenzie (Ansa, Reuters), i centri previsti in Albania – Shengjin per lo sbarco e Gjader per il trattenimento – avrebbero una capienza complessiva di circa 3.000 persone. Una cifra che, anche a pieno regime, resta marginale se confrontata con la dimensione del fenomeno in Italia. Secondo le stime più recenti dell’Istat e della Fondazione ISMU, gli stranieri irregolari presenti sul territorio italiano oscillano tra le 450.000 e le 500.000 unità. Il rapporto è evidente: anche ipotizzando un funzionamento perfetto degli hub, si tratterebbe di una goccia nel mare. Servono accordi solidi, catene amministrative funzionanti, procedure rapide, cooperazione reale con i Paesi di origine e di transito, copertura giuridica, capacità diplomatica e volontà politica di arrivare fino in fondo. Senza tutto questo, l’hub diventa il bersaglio perfetto dei ricorsi, quindi irrilevante ai fini complessivi.

La ritrosia del centrodestra davanti alla Remigrazione

Poi c’è la Lega, che sulla Remigrazione offre forse il caso più evidente di ambiguità politica e merita un capitolo a parte. Da un lato rincorre e usa il tema quando serve. Dall’altro arretra appena la parola diventa davvero pesante. Lo si è visto anche nella gestione comunicativa di alcune notizie di cronaca, come nel caso dell’omicidio del pizzaiolo a Reggio Emilia: il consigliere regionale Tommaso Fiazza e la deputata Laura Cavandoli avevano inizialmente collegato il delitto a un presunto aggressore straniero, parlando di “violenza incompatibile con il nostro modo di vivere” e arrivando a invocare esplicitamente la remigrazione come strumento di sicurezza. Solo dopo che gli inquirenti hanno chiarito che l’uomo arrestato era cittadino italiano, entrambi hanno chiesto alle redazioni di ritirare i comunicati, riconoscendo che un elemento centrale della ricostruzione era cambiato. Un episodio che mostra come il richiamo alla Remigrazione venga spesso utilizzato in modo reattivo e simbolico, salvo poi essere ridimensionato quando i fatti non confermano la narrazione iniziale. Lo stesso è accaduto con la manifestazione dei Patrioti a Milano: inizialmente presentata come un appuntamento centrato sulla Remigrazione, è stata poi ridimensionata alla vigilia, con la precisazione della Lega che non si sarebbe trattato di un “Remigration Summit”, fino a trasformarsi di fatto in una generica piazza per la pace. Un cambio di linea che dice molto: si prova a cavalcare il tema quando conviene, ma si arretra appena diventa politicamente impegnativo. Inutile dire che non si può intercettare il consenso legato alla parola, senza assumersi fino in fondo il peso della proposta.

Forza Italia è un corpo estraneo al governo

Forza Italia, invece, non ha nemmeno questo problema. Da Antonio Tajani che nel pieno del terrore scatenato dall’attentato di Modena ha dovuto ricordare che Salim El Koudri non aveva alcun permesso di soggiorno da revocare perché era cittadino italiano, a Roberto Occhiuto che ha definito la Remigrazione “una stronzata”, la sua linea è fin troppo evidente. Forza Italia rappresenta dentro il centrodestra l’anima più compatibile con la narrazione dell’immigrazione necessaria: servono lavoratori, servono ingressi regolari, servono quote, servono braccia per agricoltura, turismo, assistenza, logistica. È il realismo padronale travestito da moderazione. Ma fin qui, è proprio questa linea ad aver dettato, nei fatti, l’impianto del decreto flussi: rigore verbale sull’immigrazione illegale, apertura strutturale sull’immigrazione economica. Il risultato è una politica migratoria che non mette al centro la nazione, ma il fabbisogno immediato del mercato del lavoro. E qui la domanda diventa inevitabile: se un’economia può sopravvivere solo importando continuamente manodopera dall’estero, che economia è? Se i salari restano bassi perché tanto si trova sempre qualcuno disposto ad accettarli, dov’è la difesa del lavoro italiano? Se la natalità viene evocata nei convegni, ma la risposta concreta alla crisi demografica è mezzo milione di ingressi extra-Ue in tre anni, dov’è la politica nazionale? La Remigrazione pone esattamente queste domande, arrivando a una conclusione logica: non è soltanto una questione di ordine pubblico ma una questione di modello sociale. In fin dei conti bisogna scegliere “solo” se l’Italia debba rigenerarsi attraverso il proprio popolo o adattarsi a diventare una piattaforma produttiva popolata da flussi sostituibili; scegliere se la risposta alla crisi demografica debba essere la natalità italiana o la programmazione permanente di nuovi ingressi; scegliere di superare il lavoro povero alzando salari, formando giovani, ricostruendo dignità professionale e riattivando l’ascensore sociale.

Il centrodestra non può cavarsela con i distinguo

Per questo, e per molti altri motivi, la formula del “già lo facciamo” è politicamente insostenibile. No, il centrodestra non sta già facendo la Remigrazione. Sta facendo alcuni rimpatri, pochi rispetto alle dimensioni del fenomeno. Sta tentando di rafforzare alcune procedure. Sta rivendicando in Europa strumenti utili. Sta cercando di rendere meno inefficiente un sistema che per anni ha prodotto espulsioni sulla carta e permanenze nei fatti. Tutto questo può essere meglio del nulla, ma non è la Remigrazione. Per questo il centrodestra non può cavarsela con i distinguo contro Vannacci, con la retorica sulla “vera destra”, con l’ironia di Forza Italia o con le mezze aperture della Lega. Da ieri, la proposta di legge del Comitato Remigrazione e Riconquista è sul tavolo: non come provocazione, ma come testo politico, sostenuto da una legittimazione pubblica costruita nelle piazze e nella raccolta firme. Chi crede davvero che l’Italia debba cambiare rotta ha uno strumento da discutere, migliorare, sostenere e trasformare in legge. Chi invece vuole continuare con quote, flussi, manodopera importata e qualche espulsione simbolica abbia almeno il coraggio di dirlo ai suoi elettori. La Remigrazione è riuscita a scavalcare la barriera fisica e morale alzata dall’antifascismo, in Parlamento come nelle piazze; ora dovrà affrontare la ritrosia della destra. Siamo fiduciosi che la forza di questa proposta, riuscirà a costruire qualcosa di concreto e condiviso.

Sergio Filacchioni

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