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Francia, vietato parlare delle conseguenze dell’immigrazione: l’intervista ad Audrey D’Aguanno

by Francesca Totolo
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Francia

Roma, 1 lug – In Francia, patria della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e della libertà di espressione, esiste un paradosso evidente. Chi osa discutere apertamente delle conseguenze negative dell’immigrazione di massa – in particolare da paesi del Maghreb, dell’Africa subsahariana e musulmani – rischia denunce, processi, condanne pecuniarie e persino pene detentive. Le leggi contro l’incitamento all’odio razziale o religioso vengono applicate con sempre maggior frequenza a chi cita gli episodi di criminalità, il fallimento dell’integrazione, i costi sociali causati dall’immigrazione e i preoccupanti cambiamenti demografici. Sebbene non esista un divieto specifico di pubblicare statistiche riguardanti la criminalità suddivise per nazionalità, la raccolta e l’utilizzo di dati sull’origine etnica sono fortemente limitati dalla legge sulla protezione dei dati personali. Per questo motivo, non si trovano statistiche ufficiali che colleghino i reati alla nazionalità degli autori.

Un clima di autocensura

Il risultato è un clima di auto-censura diffusa tra giornalisti, intellettuali, politici locali e cittadini comuni di origine europea. Criticare l’immigrazione incontrollata e le relative conseguenze, come la sovrarappresentazione di certi gruppi nei reati violenti, banlieue ormai trasformate in feudi dove vige un’altra legge e il terrorismo di matrice islamista, viene equiparato a razzismo e incitamento all’odio. Al contrario, quando i discorsi sono di segno opposto, anche se i toni sono apertamente razzisti contro i bianchi francesi, la legge si blocca. Applicando così un doppio standard. Questo crea una chiara asimmetria nella tutela della libertà di espressione.

Per chiarire ciò che sta avvenendo in Francia, abbiamo intervistato Audrey D’Aguanno, scrittrice, editorialista di diverse testate giornalistiche francesi e divulgatrice storica.

L’intervista ad Audrey D’Aguanno

In Francia, è stato ucciso l’ennesimo ragazzino per mano di un brando di coetanei di origine straniera. Il 17enne Louis è vittima di un sistema che ha smesso di proteggere i francesi?

Assolutamente sì. Questa volta, a differenza degli altri fatti di cronaca che segnano l’attualità francese con una frequenza macabra, oltre al solito razzismo antibianco, entra in gioco un’altra problematica. Ovvero il malfunzionamento dell’Aide Sociale à l’Enfance (Ase), l’equivalente dei servizi sociali minorili in Italia. Le sue strutture, pensate per la tutela dei minori, sono diventate luoghi dove i più deboli sono alla mercé dei più forti. Delle vere e proprie terre di nessuno, dove i ragazzi sono lasciati la maggior parte del tempo senza alcuna sorveglianza. Peraltro, il personale è spesso incompetente e non formato e demoralizzato. La violenza è pane quotidiano in quelle strutture.

I minori, che per qualsiasi ragione vi sono stati inseriti, hanno un’aspettativa di vita stimata di 20 anni inferiore rispetto alla media. Solo il 12 per cento di loro si diplomano, tre volte meno di tutti gli altri giovani. L’80 per cento delle ragazzine vittime di reti di pedo-prostituzione provengono proprio dalle strutture dall’Ase. Nonostante le denunce allo Stato francese per grave negligenze provenienti da vari avvocati e genitori dei minori, il sistema di protezione infantile è allo sbando. Mette i ragazzi in serio pericolo.

Louis, un ragazzino dall’aria così dolce, chiaramente non poteva farcela. Come spesso accade, una sua precedente ospedalizzazione in seguito a un altro pestaggio e varie precedenti denunce non hanno scatenato alcun allarme e nessun provvedimento. Normale amministrazione: anche il sistema giudiziario francese è ormai al collasso. A questo proposito, basti ricordare che il pedo-criminale responsabile dell’omicidio della piccola Lyhanna non era mai stato interrogato, nonostante una denuncia, supportata da cartelle cliniche, per una cinquantina di stupri subiti dalla bambina di 10 anni.

Al contrario, la stessa procura ha trovato il tempo e i mezzi per sottoporre a ben 90 ore di audizione gli agricoltori in rivolta nella medesima regione. Stesso periodo, stessi funzionari. Le scuse della magistratura non convincono più. Le sue priorità sono state fin troppo bene evidenziate. La riforma di questa istituzione è ormai al centro del dibattito nazionale. Con una percentuale sempre crescente di francesi che non ha più fiducia nella giustizia.

Nel libro-inchiesta “Il razzismo contro i bianchi”, François Bousquet descrive perfettamente ciò che da decenni succede nelle scuole francesi. I ragazzini francesi autoctoni sono prede di branchi di seconda e terza generazione nel completo silenzio delle istituzioni.

È una situazione che ho vissuto in prima persona essendo cresciuta a Marsiglia. Città portuale universalmente riconosciuta come la prima realtà multiculturale e cosmopolita del continente. Oggi, però, questo fenomeno tocca anche i paesini più piccoli. Ogni angolo della Francia in cui vivono immigrati o, peggio, i loro figli e nipoti. Con il passare delle generazioni, il razzismo contro i bianchi è sempre più forte e diffuso. Tutti lo sanno. Tutti vedono come un numero sempre maggiore di ‘francesi sulla carta’, abitanti di origine straniera con la cittadinanza ma che non si sentono affatto francesi, nutra disprezzo e persino odio nei nostri confronti. Considerano i ragazzi deboli e le ragazze ‘puttane’, quindi bersagli legittimi da colpire.

Questa mentalità, che affonda le sue radici in culture tribali africane e/o islamiche, attribuisce il primato alla forza. E giustifica ampiamente i soprusi nei confronti dei più deboli, come il 17enne Louis. Ma le istituzioni, accecate dai dogmi del relativismo culturale e dalla convinzione che non esistano differenze sostanziali tra i vari popoli, rifiutano di prendere atto della realtà. Nelle scuole, i professori sono i primi a negarne la realtà di questo razzismo antibianco e del fallimento dell’integrazione. Benché ne subiscano le conseguenze in prima persona. Come è successo a Samuel Paty, l’insegnante decapitato da un islamico nel 2020 per aver mostrato in classe alcune caricature del profeta Maometto durante una lezione sulla libertà di espressione.

Si tratta di un fenomeno ben conosciuto agli psicologi, ovvero la dissonanza cognitiva. Per ridurre il loro malessere, quando la loro idea di ‘essere persone buone, intelligenti, nel giusto’ si scontra con la realtà di aver commesso un errore, tendono a giustificare l’errore. Invece di affrontarlo. Continuano a investire su una scelta sbagliata solo perché ‘si è già iniziato a farlo’, rifiutandosi di cambiare rotta per non ammettere il fallimento iniziale.

Oltre a negare le evidenti differenze culturali, gran parte dei rappresentanti istituzionali è anche convinta che l’Europa abbia un debito storico verso il Terzo Mondo. Come propinato da Jean-Paul Sartre, il quale accusava apertamente i Paesi europei di essersi arricchiti saccheggiando le terre extraeuropee attraverso il colonialismo. Aggiungiamo a ciò anche il mito rousseauiano del buon selvaggio. Così magistrati, professori, media e classe politica continuano a giustificare il razzismo antibianco e scelgono spesso di proteggere gli immigrati e i loro discendenti a discapito dei francesi, colpevoli per definizione. Paradossalmente, non si accorgono nemmeno del loro razzismo verso gli africani. Infatti, la loro visione paternalistica presuppone l’incapacità delle persone di colore di realizzarsi senza la tutela e l’assistenza dell’uomo bianco. Si tratta, a ben vedere, della medesima dinamica ideologica che in passato ha giustificato la colonizzazione.

Ormai è vietato affermare la verità in Francia. Chi si permette di mettere in correlazione criminalità e immigrazione o di criticare quest’ultima, viene condannato e sanzionato.

Non si contano più i comuni cittadini, i militanti identitari e i giornalisti che hanno avuto problemi con la giustizia in questo ambito. Finirono tutte in custodia cautelare le otto persone che aveva affisso un cartello con la scritta “Justice pour Thomas”, il 16enne ucciso durante un’incursione di ‘francesi di terza generazione’. Volevano “accoltellare dei bianchi” a una festa di paese. L’accusa era stata di “incitamento all’odio razziale” e subirono immediate perquisizioni domiciliari. Durante i controlli, le autorità avevano perfino sequestrato una bandiera ufficiale blu, bianca e rossa come “prova a carico”. La bandiera del loro stesso Paese.

Per aver filmato dei migranti afgani accampati a poltrire fuori del supermercato del suo remoto paesino, il militante identitario Jean-Eudes Gannat è stato condannato a 3 mesi di carcere con la condizionale. E al pagamento di 4.655 euro di multa. Recentemente, il direttore di Frontières Media è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale. E a 30mila euro di risarcimento danni per aver realizzato un’inchiesta in cui svela il business degli avvocati che percepiscano da centinaia a migliaia di euro di soldi pubblici per ogni ricorso dei clandestini. La condanna è stata possibile beffardamente grazie alla legge Paty, il professore decapitato, emanata per proteggere le vittime di reati terroristici. Uno sviamento ad hoc della legge in cui eccellono le autorità francesi.

D’altra parte, ci troviamo di fronte a criminali recidivi con lunghe liste di precedenti penali lasciati a piede libero. Tra questi, Radouane L. che è stato segnalato per 71 volte dalle forze dell’ordine, il quale ha violentato una 15enne, approfittando del lassismo dei giudici.

Le autorità provano in ogni modo di censurare e imbavagliare chi descrive una realtà perchè compromette la loro utopia sul multiculturalismo felice. Ma non si tratta solo di dissonanza cognitiva. Come spiega magistralmente il filosofo svizzero Eric Werner in “Avant-guerre civile”, l’insicurezza è utile al sistema. In Francia, così come nella maggior parte dei Paesi europei, le bande di racailles, composte perlopiù da giovani di origine africana e magrebina, aggrediscono, violentano. E uccidono. Le istituzioni, ormai prive di una reale legittimità, tollerano questa violenza quotidiana. Ne traggono vantaggio: terrorizzando il popolo, lo spingono a cercare protezione nello Stato, considerato l’unica ancora di salvezza. Un po’ come quando i bulli ci tormentavano nel cortile della scuola, durante ricreazione. E finivamo per rifugiarci dall’insegnante. Anche se non la stimavamo e non avevamo molta fiducia di lei.

Clémence Guetté, deputata LFI e vicepresidente dell’Assemblea nazionale, ha affermato: “Un francese su 3 ha origini straniere. Dimenticate le vostre ultime strategie di sopravvivenza per preservare i cosiddetti francesi ‘autoctoni’, i bianchi: avete già perso”. La Francia è perduta?

Per contestualizzare, questa provocazione è stata lanciata durante il dibattito su una proposta di legge mirata a vietare i matrimoni degli stranieri già colpiti da un provvedimento di espulsione. Al momento, in Francia, una persona che non dovrebbe nemmeno trovarsi sul nostro territorio può sposarsi. Emblematico è il caso del sindaco di Chessy che si era rifiutato di celebrare le nozze tra una donna e un cittadino algerino irregolare, sul quale pendeva un ordine di espulsione, sospettando un matrimonio di convenienza. Per questo rifiuto, dopo la condanna, il sindaco ha risarcito la coppia con 6.000 euro, più 1.500 euro di spese legali.

Clémence Guetté appartiene a La France Insoumise, un partito che auspica apertamente la sostituzione etnica della Francia. La deputata conosce bene il meccanismo della “impotenza appresa” (learned helplessness). Ovvero quello stato psicologico in cui gli individui, sottoposti continuamente a messaggi negativi o disfattisti, si rassegnano all’inerzia. Credendo di non avere alcun controllo sugli eventi. Martellando quotidianamente che i francesi non esistono più, qualcuno finisce per crederci. Eppure, nonostante i continui inviti a scomparire, il popolo francese resiste. Senza neanche fare chissà che, soltanto esistendo. Lontano dalle grandi metropoli e dalle banlieues, intere regioni custodiscono intatta la douceur de vivre. Costumi, tradizioni e quel modo unico di stare al mondo.

La Francia è perduta? I francesi si trovano di fronte a un bivio decisivo: scegliere se resistere o scomparire. È un nodo che non si gioca solo sul piano del travolgimento demografico ma anche della natalità. Il primo conflitto è dunque contro noi stessi poiché il crollo drastico delle nascite parte da dentro. Non ci è stato imposto dall’esterno. Siamo, inoltre, in aperto scontro con quella fetta del nostro stesso popolo colpita da una sorta di odio verso sé stessa, che ne desidera la fine. E, infine, siamo sotto assedio da parte di masse straniere che giungono qui al solo scopo di sfruttare il nostro sistema e le nostre risorse. Trattando il Paese come una terra di nessuno.

Di fronte a questo assedio combinato, interno ed esterno, l’inerzia equivale a una condanna a morte. O ci rassegniamo a essere l’ultima generazione di una civiltà al tramonto, o scegliamo di combattere questa deriva per tornare a esistere. Perché un popolo che possiede millenni di civiltà non scompare, a meno che non scelga deliberatamente di dimenticare sé stesso.

Francesca Totolo

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