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Europa, Stati Uniti e Cina: gli squilibri del nuovo ordine economico globale

by La Redazione
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Roma, 16 ott – L’Europa accumula risparmio, gli Stati Uniti attraggono capitali, la Cina investe in capacità produttiva. Questa specializzazione internazionale, anziché garantire un equilibrio tra economie complementari, rischia di indebolire progressivamente l’industria europea. È la tesi sviluppata dall’analista Nicolas Colin su The Arden Letter, che definisce il fenomeno «il carry trade dell’Occidente contro se stesso»: il risparmio europeo alimenta i mercati finanziari statunitensi, mentre la manifattura cinese guadagna terreno sui mercati occidentali. Non si tratta di un unico flusso di denaro che attraversa tre continenti, ma di un intreccio di incentivi economici che finisce per penalizzare chi conserva una grande base industriale senza riuscire a rinnovarla.

L’Europa produce risparmio, ma investe altrove

Il primo passaggio riguarda soprattutto il modello tedesco, fondato sulla competitività delle esportazioni e su una prolungata moderazione salariale. Consumi relativamente deboli aumentano la dipendenza dalla domanda estera; quando il risparmio nazionale supera gli investimenti interni, l’eccedenza si traduce in un avanzo delle partite correnti e nell’accumulazione di attività sull’estero.

Secondo la Banca centrale europea, nel 2025 l’Eurozona ha registrato un surplus delle partite correnti di 276 miliardi di euro, contro 416 miliardi nel 2024. Alla fine del 2025, il 59% delle azioni estere detenute dagli investitori dell’area euro era emesso negli Stati Uniti. Un’altra analisi della BCE osserva che tra il 2015 e il 2025 il valore delle azioni americane nei portafogli europei è quadruplicato. Circa il 70% dell’aumento dipende dalla rivalutazione dei titoli, il restante 30% dagli acquisti netti. La finanza americana attrae quindi nuovi capitali e, grazie ai rendimenti accumulati, rafforza ulteriormente il proprio peso nei patrimoni europei.

La forza finanziaria degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti rappresentano l’altro lato dello squilibrio. Nel 2025 il disavanzo delle loro partite correnti è stato di 1.120 miliardi di dollari, pari al 3,6% del Pil, secondo il Bureau of Economic Analysis. La centralità del dollaro e la profondità dei mercati finanziari permettono a Washington di attrarre risparmio dall’estero, sostenendo consumi, investimenti e valutazioni delle grandi imprese tecnologiche.

Questa capacità non coincide, però, con il recupero dell’intero apparato manifatturiero. Gli investimenti americani in semiconduttori e nuovi impianti industriali sono cresciuti, ma una parte consistente dei beni e dei componenti continua a essere prodotta altrove. Gli Stati Uniti conservano così il controllo di capitale, piattaforme e tecnologie pur dipendendo da filiere produttive internazionali. La domanda americana di merci importate contribuisce, a sua volta, a sostenere la macchina industriale cinese.

La Cina esporta la propria sovraccapacità

Pechino ha privilegiato per decenni credito, infrastrutture e investimenti manifatturieri, costruendo economie di scala e catene di fornitura integrate. Ma la domanda interna non assorbe tutta l’offerta. La crisi immobiliare e l’elevato risparmio delle famiglie frenano i consumi, mentre l’industria cerca sbocchi all’estero. Nel rapporto sulla Cina del febbraio 2026, il Fondo monetario internazionale collega la debolezza della domanda a un’accresciuta dipendenza dalle esportazioni e segnala eccessi di offerta in alcuni comparti favoriti dalle politiche industriali.

L’impatto sull’Europa è già misurabile. Nel 2025, secondo Eurostat, l’Unione ha importato dalla Cina beni per 559,4 miliardi di euro e ne ha esportati per 199,6 miliardi, accumulando un disavanzo di 359,8 miliardi. Fra le principali importazioni figurano apparecchiature elettriche, macchinari e componenti, cioè produzioni che incidono direttamente sulle specializzazioni industriali europee. L’inasprimento dei dazi statunitensi dal 2025 ha inoltre aumentato l’incentivo delle imprese cinesi a cercare sbocchi alternativi, accentuando la pressione sul mercato europeo.

Il problema italiano e la capacità di produrre

L’Italia mostra quanto sia insufficiente misurare la solidità economica con le sole esportazioni. Secondo l’Istat, nel 2025 il saldo commerciale è stato positivo per 50,7 miliardi di euro. Questa capacità convive, tuttavia, con una domanda interna debole: secondo l’Ocse, nel primo trimestre 2026 i salari reali erano ancora inferiori del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2021. Per un sistema di imprese manifatturiere specializzate, alla fragilità del mercato interno si aggiungono il costo dell’energia e la concorrenza di produttori dotati di maggiori economie di scala.

Il rapporto Draghi stimava nel 2024 un fabbisogno aggiuntivo di investimenti europei di 750-800 miliardi di euro all’anno. La questione decisiva è come trasformare il risparmio disponibile in impianti, infrastrutture, energia, ricerca e filiere produttive, anziché lasciare che la selezione degli impieghi risponda soltanto ai rendimenti finanziari immediati.

Un investimento può risultare redditizio per il risparmiatore europeo senza contribuire alla capacità industriale del continente. Quando una fabbrica chiude, invece, insieme alla produzione si perdono fornitori, competenze e conoscenze tecniche difficili da ricostruire. È in questa distanza tra valorizzazione finanziaria e continuità produttiva che si misura il problema posto dal triangolo tra Europa, Stati Uniti e Cina.

Vincenzo Monti

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