Roma, 15 ott – La storia giudiziaria di Gilberto Cavallini è una e trina. Una storia in cui si intrecciano e si escludono tre elementi caratterizzanti: il Diritto, la giustizia e la vendetta. Il Diritto di perseguire; la giustizia, metaforicamente intesa come magistratura, forse più alla ricerca di una verità processuale che di altro; la vendetta, che sembra essere l’unico motivo per giudicare persino, e forse soltanto, la riabilitazione di Cavallini.
Perché egli, in realtà, per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 è già stato condannato. E in maniera definitiva. All’ergastolo in primo grado il 9 gennaio 2020, successivamente dalla Corte d’Appello di Bologna il 27 settembre 2023 e, ancora, dalla Cassazione il 15 gennaio 2025, che ha reso definitiva la sua condanna per banda armata, non per strage.
Otto anni senza macchie
L’ex NAR – Nuclei Armati Rivoluzionari – ha scontato così trentotto anni di detenzione, durante i quali ha dimostrato di essersi «riabilitato», di «non essere più la persona che era» e di aver superato quella condizione che lo aveva portato ad avere problemi con la giustizia. Grazie al riconoscimento dei giudici della Repubblica, a Cavallini è stata concessa la semilibertà, ovvero la possibilità di lavorare fuori dal carcere – lavorerà in una chiesa, occupandosi di migranti – e di tornare a dormire la sera nella struttura penitenziaria.
Questo per otto anni, durante i quali non si è registrato uno sgarro. Otto anni durante i quali non c’è stata una macchia. Fino a quando un cavillo lo ha riportato in carcere. In una cella d’isolamento. Nonostante la «riabilitazione» precedentemente certificata e tuttora in corso. Nonostante il cambiamento e nonostante non vi sia alcuna nuova colpa.
Cavallini: un atto dovuto o ricercato?
Un atto dovuto, sicuramente. Ma forse un atto dovuto ricercato, che risponde al nome di sanzione penale accessoria. Una sanzione che si sconta per prima e che, quindi, Cavallini avrebbe già scontato. Dunque, il Tribunale del Riesame riporta in carcere una persona riabilitata, un uomo nuovo, senza nuove colpe. E lo fa quando può – o vuole – visto che il condannato ha dovuto anche attendere la disponibilità di una cella in cui poter essere isolato.
Isolamento diurno per una persona ultrasettantenne, che può parlare soltanto con i suoi legali, i quali, per ovvie ragioni, non possono essere sempre presenti nella struttura penitenziaria. Soprattutto se la struttura penitenziaria, poi, da Roma diventa misteriosamente quella di Parma, destinata a «minorati psichici».
Nonostante Cavallini non lo sia, durante le ore notturne, quando non è isolato, è costretto a sentire persone che urlano e che non sono presenti a sé stesse. Che non c’entrano nulla con lui. E tutto questo senza un motivo. Come senza un motivo è stato il tentativo di impedirgli persino di partecipare alla messa. Un uomo che si è riabilitato anche attraverso la Chiesa e che ha già ampiamente pagato il proprio conto con la legge. Una misura ben oltre ogni misura, priva di una ragione, al punto che il provvedimento è stato addirittura revocato.
Un caso su cui la giustizia non si interroga
Il caso giudiziario di Gilberto Cavallini, o meglio, il trattamento che Cavallini sta subendo, è l’indicatore attraverso cui la giustizia, la magistratura, dovrebbe valutare sé stessa. Perché una giustizia che si accanisce e inveisce persino contro le riabilitazioni che essa stessa ha concesso è soltanto un modo per certificare le proprie debolezze, nonostante l’uso della forza.
Cavallini è un nome con cui la bilancia del Diritto smette di pesare i fatti, tutti, e finisce per pesare soltanto l’appartenenza ideologica. Un caso a dir poco singolare, se si pensa al percorso riservato agli altri detenuti. Pensiamo, ad esempio, a Giovanni Brusca, a colui che – stando alla verità processuale – ha premuto il telecomando che fece saltare in aria il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti della sua scorta.
Lo scannacristiani, che si è intestato «più di cento, ma meno di duecento» omicidi, ha potuto beneficiare della libertà proprio grazie a una legge sui collaboratori di giustizia, il cui obiettivo è abbattere il muro dell’omertà, voluto, paradossalmente, proprio dal giudice Falcone.
Quando, però, il percorso è individuale, quando non serve a riempire verbali e gabbie del maxiprocesso, quando i silenzi, come le parole, possono essere minaccia e salvezza per più di qualcuno, in maniera inversamente proporzionale, allora la Repubblica dimentica la parola data, i benefici garantiti e guadagnati e ogni panacea costituzionale sciorinata dagli ultras del perfettissimo dettato. A partire da quel principio fondamentale secondo cui la legge è uguale per tutti.
Un processo da (non) rifare e “ignoto 86” da ignorare
Oggi i giudici di Bologna decideranno se autorizzare l’attribuzione a un ignoto, indicato come «86», del frammento di viso trovato tra le macerie della stazione e attribuito erroneamente a Maria Fresu, alla quale, dice la genetica non appartiene. L’ottantaseiesima vittima, ignota, mai reclamata da nessuno. Probabilmente colei che trasportava il materiale per la strage. Probabilmente colei che scagionerebbe Cavallini o ne alleggerirebbe la posizione.
La genetista del caso Gambirasio ne è convinta, stando a quanto riferito dalla difesa. La decisione dei togati potrà dimostrare se alla giustizia interessi di più la verità sulla strage, l’individuazione del giusto colpevole o la difesa della versione finora confezionata. Potranno dimostrare se la strada tracciata nelle aule di giustizia serva a condurre un percorso riabilitativo in un vicolo cieco e buio fatto di formule, cavilli e articoli che non contemplano nemmeno i gesti umani più elementari.
Solo la grazia può rendergli giustizia
Eppure, tra i numerosi e freddi articoli da applicare, ce n’è uno, l’articolo 87 della Costituzione, che potrebbe indicare la via d’uscita da questo intricato labirinto: la grazia presidenziale. Una misura che nasce non per cancellare le colpe né per riscrivere i faldoni processuali, ma per fare ciò che la rigida norma non riesce a fare: contemplare il cambiamento di un uomo, fare in modo che un sistema di leggi non si trasformi in un freddo sistema punitivo perpetuo.
I Presidenti della Repubblica che si sono avvicendati l’hanno concessa a personaggi anche controversi, per ragioni umanitarie e di pacificazione. La grazia per Cavallini, in vista di un molto probabile rifiuto dell’ammissione del parere della genetista, sarebbe il solo modo per rendere onore alla riabilitazione di un uomo e ristabilire una giustizia che sembra ormai cedere il passo a un accanimento della legge, sempre più simile a una vendetta, agli antipodi della giustizia.
Tony Fabrizio