Roma, 16 ottobre – Se potessi avere mille lire al mese era il ritornello di fine anni Trenta con cui si cantava il semplice desiderio di una vita tranquilla. I tempi cambiano e, nell’Italia dei Cinque Stelle, precisamente nella Campania a guida Roberto Fico, oggi puoi avere addirittura mille euro al mese!
In principio ci fu il reddito di cittadinanza, la misura per abbattere la povertà, rispolverata senza pudore e non senza critiche durante le ultime elezioni regionali. Poi venne il superbonus. Ma come dimenticare anche i banchi con le rotelle, i navigator, quota 100 e la piattaforma Rousseau? E se queste sono state le idee per risollevare la Nazione, in Campania gli ingordi pentastellati ne inventano un’altra: il «reddito di restanza». Suona già male dal nome, ma è tutto vero. Lo avevano promesso a Caserta, a Ciorlano per l’esattezza, e lo hanno fatto per tutta la Campania.
La proposta del reddito di restanza
In realtà, la proposta di legge si chiama esattamente «Misure di contrasto allo spopolamento dei piccoli comuni delle aree interne della Campania» ed è la numero 78. Le firme sono quelle di Raffaele Aveta, esponente di spicco dei Cinque Stelle, e di un’altra «stella a cinque punte», Gaetano Simeone: una giovinezza trascorsa nel PSDI, poi l’iscrizione al Partito Democratico, nel quale è rimasto fino al 2016, tra referendum e primarie, per poi diventare «scissionista». I due hanno depositato la proposta in Consiglio regionale lo scorso 12 ottobre. Il testo è stato assegnato alla Prima Commissione per le valutazioni generali e alla Seconda per il parere finanziario. Il testo, dunque, non è ancora in vigore: non è ancora possibile presentare le domande, ma è tutto vero e l’iter è stato ufficialmente avviato.
La parola chiave del testo è «restanza attiva» e la proposta punta ad avere tutti i requisiti di quella che dovrebbe sembrare persino una cosa seria: non un semplice assegno a chi mantiene la residenza in un determinato luogo, ma un contributo destinato a chi risiede in un Comune delle aree interne con meno di duemila abitanti. Ricordate lo scellerato Patto di Marano, a firma di De Luca e dello scomparso De Mita, che certificava la morte delle aree irpine, sannite e casertane, di cui abbiamo già parlato sulle colonne di questo giornale? I beneficiari devono avere un’età compresa tra i diciotto e i quarantacinque anni e vivere e risiedere stabilmente da almeno dodici mesi in uno dei Comuni individuati.
La cosiddetta «Strategia nazionale» – chissà perché poi nazionale, se alla fine interessa la sola Regione Campania – ha criteri ben precisi: i Comuni delle aree interne devono essere classificati come «periferici o ultraperiferici», essere montani oppure far parte di Comunità montane o Unioni di Comunità montane. Ma la speranza è l’ultima a morire, perché c’è la possibilità di inserire tra i beneficiari anche altri Comuni, tenendo conto del calo della popolazione, della partenza dei giovani, dell’invecchiamento e delle difficoltà di accesso ai servizi. C’è, però, anche un però: in ogni Comune non potrebbero esserci più di cinque beneficiari contemporaneamente.
Al contrario del reddito di cittadinanza, per il quale non bisognava letteralmente fare nulla per riceverlo, quest’altro reddito, quello di restanza, oltre a essere erogato anche a coloro che puntano a ritornare nel borgo natio o, comunque, in centri che avevano già abbandonato, è legato alla realizzazione di iniziative culturali, educative, ambientali o imprenditoriali che rispondano ai bisogni della comunità locale.
Il progetto, infine, è strutturato in due percorsi: quello della formazione e quello dell’impresa. Se per intascare l’assegno di ventiquattromila euro previsto basta presentare un progetto di utilità sociale, culturale, educativa, ambientale o di innovazione digitale, da sottoporre alla valutazione della Regione dopo il parere motivato del Comune, al quale i beneficiari non potranno sostituirsi, quello d’impresa appare veramente «un’impresa». Il contributo, in questo caso, anche per chi vuole subentrare in un’attività già esistente, scende a ottocento euro al mese per diciotto mesi. Ma se guadagni, l’assegno diminuisce.
E poi c’è la realtà, al di là della propaganda
Ora, a parte il fatto che ottocento euro non sono sufficienti per avviare alcuna azienda – anzi, non basterebbero nemmeno a pagare lo stipendio di un operaio, né sarebbero sufficienti a una sola persona per vivere un mese intero –, lo scollamento dalla realtà di questa classe politica è evidente. Come è evidente l’idea che possano esistere centri ultraperiferici con meno di cinque «fortunati», dove, per trovare un primo cenno di vita o un semplice ospedale, bisogna percorrere ore di macchina, sperando che le strade siano anche asfaltate. Sembrano non sapere cosa sia successo in Campania negli ultimi cinquant’anni e nemmeno che proprio nel fortino della sinistra del Sud si siano riuscite a creare Comunità montane a zero metri sul livello del mare! Eppure loro, gli anticasta, hanno la ricetta contro lo spopolamento, la denatalità e le culle vuote. A suon di bonus. Solo loro non hanno capito che è un malus!
Insomma, sarà sufficiente organizzare due edizioni della sagra della castagna o del porcino in un paesino pseudo-montano; mettere in scena uno spettacolo teatrale in due atti, magari uno per anno, ma, vista la penuria di attori, scritto da un autore locale, meglio se scomparso; organizzare un campo estivo, anzi due, in un borgo da cui è partita una suora o un frate, animati da buoni propositi educativi, alla volta di un Paese più disastrato di quello d’origine. Oppure, più semplicemente, basterà imitare l’esempio dei grandi industriali «forestieri» che, per accaparrarsi il famoso, o meglio, famigerato «contributo», hanno creato una delle tante aziende-fantasma, soprattutto in Irpinia. Un copione già visto con la ricostruzione post-terremoto del 1980, ma a quanto pare ugualmente replicabile.
Apri un’azienda per il confezionamento delle mozzarelle, ma cosa importa se per arrivare nel Cilento devi percorrere centinaia di chilometri su strade sconnesse ed extraurbane, anzi rurali, visto che il bando parla di Comuni «ultraperiferici»? Isolati, insomma, e non solo per il numero degli abitanti, ma anche geograficamente. Logisticamente. Magari da raggiungere quando il latte non è più lavorabile e la mozzarella è ormai andata a male.
Le proposte serie e sparite
Eppure, per queste zone interne avrebbe dovuto transitare addirittura l’Alta Velocità della linea Napoli-Bari. In virtù di questo progetto, in Irpinia, a Grottaminarda, avrebbe dovuto sorgere la Piattaforma logistica Valle Ufita, un polo logistico per il quale il Governo aveva stanziato la bellezza di centoquaranta milioni di euro! Se non sono spariti, l’amministrazione uscente, capeggiata da Vincenzo De Luca – colui che ha incoronato l’attuale inquilino di Palazzo Santa Lucia –, li ha utilizzati per sovvenzionare altre opere. Ma non quelle delle aree interne: quelle di Salerno. Che non dev’essere Napoli, ma diventare una nuova Napoli. A settembre, assicuravano gli attuali amministratori, ci sarebbero state riunioni chiarificatrici, perché quest’opera strategica in termini economici, occupazionali e di rilancio generale per la Campania e per l’intero Mezzogiorno s’ha da fare. A settembre, sì, ma non hanno detto di quale anno.
Intanto continua la gestione elemosiniera, fatta di briciole e bonus. Visioni e idee buone solo per raccattare qualche voto tra i fan del contributo facile e dal futuro disinteressato. Politiche che continuano a violentare i territori e a costringere e illudere quelle generazioni cresciute sui banchi a rotelle e con la logica dell’uno vale uno, che è solo un modo per dire che uno vale l’altro. Elargizioni di denaro che sembrano magri premi di consolazione per chi se ne sta buono in un determinato posto. Offese per chi pretende di più e vuole costruire il proprio futuro nella propria terra. Misure economiche che hanno la sola valenza di un salvadanaio da ventiquattromila euro, buoni solo per cercare fortuna altrove.
Tony Fabrizio