Roma, 19 mag – Da Monza a Ragusa “Dovunque è Legnano”: le mamme sicule e i papà lombardi si uniscono, si stringono a coorte e scendono in trincea per dichiarare guerra alle Forze Armate italiane in difesa della propria prole. La battaglia finale è quella contro l’Open day organizzata dai militari che hanno la colpa di essere entrati nelle scuole e non aver parlato da “esperti pedagogici” del troppo tempo passato davanti alle console elettroniche a casa o per aver fatto affacciare un bimbo sulla torretta del Lince, là da dove si avvista il nemico. Aborrono. Trasecolano. Sono affetti da tic nervoso, tipico della modernità liquida e progressista, che scatta ogni volta che il mondo reale prova a fare irruzione nel perimetro protetto e ovattato delle nostre aule scolastiche.
Soldati o ricamatori?
È, allora, d’obbligo chiedersi, con una punta di amara ironia malcelata, quale fosse la bizzarra aspettativa di queste mamme chiocce: che degli uomini in divisa si presentassero ai loro figli per tenere un corso di ricamo, di origami o di educazione civica intersezionale? La pretesa di bandire l’uniforme dai luoghi dell’educazione tradisce una patologia profonda: la rimozione del tragico. Viviamo nell’illusione che la complessità del mondo possa essere sterilizzata, che la geopolitica sia un talk-show e che la sicurezza sia un dato scontato, un diritto acquisito da consumare comodamente sul divano. Ma la Storia ha dinamiche ferree e non si cura dei nostri spazi sicuri. La guerra non chiede il permesso, non rispetta le nostre “bolle” psicologiche; ti viene a cercare anche se decidi di ignorarla. A guardare la Storia e a voler imparare per davvero da essa, scopriremmo che la neutralità è un lusso che la politica di ogni tempo non concede. Nel 1915 come nel 1940, l’illusione di potersi chiamare fuori dal destino crollò di schianto. Come scrisse Seneca: Ducunt volentem fata, nolentem trahunt, ovvero “Il fato conduce colui che vuole lasciarsi guidare, trascina colui che non vuole”. Pensare di proteggere le nuove generazioni nascondendo loro chi materialmente presidia i confini e la sovranità dello Stato non è protezione: è analfabetismo della realtà. Il paradosso, tuttavia, si fa sistemico quando si osserva cosa la scuola decida di mettere al posto della realtà. Banditi i soldati per non traumatizzare i bambini, le istituzioni scolastiche si trasformano in laboratori di ingegneria sociale ed emotiva.
A scuola dai buoni(sti)
Assistiamo così tra il beneplacito generale e il consenso idiota generale alla bizzarra apoteosi della “pedagogia del simulacro”. Da un lato, si portano i ragazzi a camminare scalzi sotto la pioggia per “simulare ciò che prova un migrante” per arrivare a un pietismo terapeutico, a un’esperienza puramente performativa che non genera comprensione dei fenomeni globali, ma solo un autocompiacimento moralistico buono solo per esibire sui social; dall’altro, si assiste al mercimonio della coscienza: studenti precettati per i pride, per gli scioperi e i friday for future o per le rituali marce della pace della domenica, non per autentico slancio ideale, ma per il cinico baratto del credito scolastico. L’impegno ridotto a burocrazia, il dissenso istituzionalizzato e monetizzato in punteggi d’esame.
Siamo di fronte a un bivio antropologico. Una direzione conduce a una scuola che vuole educare cittadini a essere pronti ad agire a reagire, consapevoli del peso della storia, dello Stato e del dovere; l’altra porta il modello egemone, che preferisce produrre “anime belle” e fragili, addestrate a camminare nel fango per finta ma del tutto incapaci di restare in piedi di fronte alle tempeste reali del nostro tempo. Smettere di scambiare il conformismo per educazione sarebbe il primo passo per restituire ai giovani la dignità del futuro. Di uomini che non soccombono difronte alla prima delusione scolastica, sentimentale o di altro genere che la vita riserva. Ma di gente che agisce e reagisce. Che difende e che conquista. Che costruisce, fosse anche la pace che non significa appendere lo straccio con i colori dell’arcobaleno alla finestra o sporcarsi con i gessetti colorati per vivere in piazza l’eterno carnevale di protesta uguale a sé stesso per ogni occasione. Contro il prepotente di turno. Contro un’invasione.
La scuola che insegna a perdere
Visto che parliamo di studenti impariamo a non farci maestri innanzitutto. Impariamo a farci trovare pronti anche contro la nostra volontà. O che marinare scuola ed ufficio e indossare una kefiah per sentirsi ancora giovani non è il modo migliore di ribellarsi e di difendersi. E ancora: impariamo che il contrario della guerra non è affatto la pace che non è proprio l’assenza di guerra. Impariamo dai bambini di Gaza – dove il nero, il bianco, il verde e il rosso sono colori che brillano più dell’arcobaleno – e dagli ucraini, dove la bandiera gialla e azzurra fa più paura di quella di morte con la falce e martello issata dai carri armati. Impariamo dal popolo Karen e dai siriani che, a volte, si deve ammazzare per continuare non semplicemente a vivere, ma molto più verticalmente a esistere. E se non vogliamo scomparire, se non vogliamo essere cancellati impariamolo per noi. Impariamolo per l’Italia. Impariamolo per l’Europa. Per cingerci la testa dell’elmo di Scipio ché schiava di Roma Iddio creò la Vittoria.
Tony Fabrizio