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Immigrazione e psicosi: il rischio che nessuno vuole vedere

by La Redazione
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Immigrazione

Roma, 18 mag – I casi di omicidio risultano stabili in Italia. Tuttavia, quello che colpisce è il ricorrere di episodi di omicidi singoli o plurimi, come ad esempio il caso di Modena, senza movente specifico, al punto da essere inizialmente approfonditi per escludere la matrice terroristica. Se mai, nei casi in cui gli autori si dichiarano in qualche modo religiosamente motivati, si tratta invece di deliri personali, nei quali la componente religiosa compare come tema collaterale, senza esserne la matrice.

L’immigrazione e i rischi di malattia mentale

Mentre noi, generalmente, siamo spaventati dall’idea che cellule dormienti di organizzazioni islamiche, cioè immigrati “radicalizzati”, siano pronte a colpire a casaccio la popolazione inerme, quel che avviene, da anni, è espressione di un fenomeno diverso ma altrettanto pericoloso. La malattia mentale colpisce sempre, ma non ha nazionalità né territorio. Con le migrazioni, però, c’è un nesso che non può essere ignorato. Ormai, i dati sulle malattie mentali associate ai flussi migratori indicano in maniera concorde un fatto prevalente: il rischio di psicosi tra immigrati apparentemente sani all’ingresso, o semplicemente mai valutati, supera quello delle popolazioni di provenienza e anche quello degli autoctoni. Il fenomeno rimane ambiguo finché parliamo di immigrati di prima generazione, potendosi spiegare con un problema di adattamento culturale, di emarginazione, o con le conseguenze di traumi subiti durante viaggi spesso lunghi, in condizioni estreme, e costellati da abusi, torture, prigionie e maltrattamenti. Quando però si constata che il rischio aumenta negli immigrati delle generazioni successive, la cosa è meno ambigua: fino a 3:1 nella prima generazione, fino a 5:1 nella seconda. Lo stesso vale se si considera che questo “eccesso” di psicosi negli immigrati non riguarda solo il paradigma dell’immigrazione dal Terzo mondo verso i paesi più ricchi, ma anche fenomeni intra-europei, addirittura tra culture vicine.

I rischi maggiori sono proprio per le seconde generazioni

Inoltre, anche nella prima generazione, è solo dopo anni che la malattia mentale suole manifestarsi: mediamente sei. Cosa accomuna l’immigrazione dal Suriname in Olanda con quella dalla Danimarca in Svezia, dalla Sardegna alla Francia, o dal Messico agli Usa? La risposta potrebbe essere che chi si impegna in un progetto migratorio, specie in condizioni fortunose e non scontate, non ha statisticamente la stessa struttura mentale, e quindi biologica, di chi invece tende a restare, o a tentare migrazioni più facili anche se con minori prospettive economiche. C’è un rischio maggiore di avere fasi di euforia-eccitamento comportamentale, una delle quali potrebbe coincidere proprio con la scelta della migrazione, con l’aspettativa talora irrealistica e con la capacità di non retrocedere di fronte ai rischi del viaggio. È solo dopo, a migrazione effettuata, che si manifestano le evoluzioni possibili delle psicosi, con le fasi acute deliranti e allucinate, le depressioni e, dove questo è favorito, l’uso di alcol e droghe. Per i messicani, addirittura, la psicosi è già più alta nelle famiglie di immigrati in Usa, e ancora di più nelle famiglie di chi emigra e rientra, ma sempre meno che negli immigrati che si stabiliscono negli Usa. E, in questi, nelle generazioni sale fino al 25%, rispetto al 7% dei messicani che non emigrano.

Uno dei molti problemi dell’immigrazione

Oltre molte scelte ardite, o estreme, va a concentrarsi un rischio di scompenso mentale, semplicemente perché insieme a masse di disperati, che numericamente sono la maggioranza, possono comunque concentrarsi soggetti a rischio psichiatrico, in ragione di una condizione che li rende più inclini a sopportare le privazioni, a sfidare la sorte, a sognare una vita di arricchimento dopo uno sforzo e un cambiamento radicale. L’opinione pubblica non ha consapevolezza di ciò, forse neanche chi governa, poiché l’attenzione ai flussi migratori è esclusivamente pensata intorno all’idea del trauma e dell’integrazione, mentre concepire e controllare un rischio psichiatrico, così come si fa per i nativi italiani, sembra quasi un insulto alla persona. L’autore di un eccidio che agisce per problemi psichici è spinto dalla rabbia per la mancata integrazione, come se questa non potesse dipendere dagli stessi problemi psichici. Quando l’autore era già noto come psicotico, schizoide nel caso di Modena, i titoli usano per lo più termini quali “fragilità psichica”, quasi a indicare che il problema sia capire perché il fragile si è rotto, per evitarlo in futuro. Ma si tratta di un fragile che frana sugli altri, con l’autore dei delitti neanche consapevole e moralmente convinto di una generica “ragione”, poiché in preda a deliri. Si tratta di un fragile che deflagra sotto il peso della sua stessa condizione, e che tende a farlo anche nel paese di origine, indipendentemente dall’etnia e dalla cultura.

Il controllo psichiatrico in ingresso

Prevedere questo fenomeno “a orologeria” è doveroso. Quando gli italiani approdavano negli Usa agli inizi del Novecento, questi aspetti non soltanto erano filtrati, ma anche motivo di rimpatrio immediato. Allora si pensavano due cose: che un paese, per quanto grande e ospitale, non poteva investire in flussi ad alta concentrazione di soggetti problematici; e che i soggetti “fragili” si sarebbero rotti più probabilmente fuori dal loro contesto culturale, e con minori risorse per riprendersi. Tutto sommato, l’idea dell’uomo come migrante non è la più salutare né per l’immigrato né per l’ospite; e il rifiuto di filtrare e, se necessario, ostacolare determinati flussi o sotto-flussi può essere invece una tutela su entrambi i fronti. Questo, si intende, al di là delle politiche generali sul tipo e sull’entità delle migrazioni da accettare. Altrimenti, proprio quando si pensa di avere prodotto salute attraverso l’integrazione, ci è sfuggito il rischio che abbiamo accolto senza controllare: senza volerlo o poterlo fare. Così, gli stessi rischi che abbiamo di fronte alle psicosi degli italiani da generazioni, li avremo ancor più ingestibili in queste categorie di cittadini.

Matteo Pacini

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