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Brexit e Trump: la lezione anti globalizzazione all’Europa

by Giuseppe Maneggio
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trump-brexitRoma, 11 nov – Che il sentimento anti globalizzazione stia montando un po’ dappertutto è cosa oramai assodata. I benefici che sarebbero dovuti arrivare sono quanto mai incerti e lontani dal concretizzarsi mentre è certo che non abbiano interessato tutti. Tirando le somme delle recenti elezioni presidenziali americane passando per la Brexit ed includendo tutti quei governi attualmente in carica nell’est Europa, si ottiene un risultato che non può essere ignorato. I popoli, alcuni popoli, stanno reagendo con una rinascita nazionale e una spinta verso politiche protezionistiche che sicuramente danneggerà i principali beneficiari della globalizzazione penalizzando così l’azionario asiatico come ambito in cui investire. Che l’Asia sia stata tra i principali beneficiari della globalizzazione è invece evidente. La crescita economica e dei salari riflette un rafforzamento del mercato del lavoro, tendenze di urbanizzazione e investimenti esteri diretti. Nel contempo la crescita del commercio interregionale e il calo dell’occupazione informale promuovono politiche monetarie e fiscali più efficaci. Per l’Asia, le politiche protezionistiche non avrebbero senso visto il collegamento tra la crescita economica e i mercati del capitale.

In occidente è la volontà popolare che sta ricacciando indietro quello che sembrava un processo ineluttabile e la Brexit e la vittoria di Trump potrebbero essere solo i primi due grossi segnali. Quella favola neo liberista del villaggio globale, multiculturale, sovranazionale, cosmopolita, politicamente corretto e sradicato dal qualunque radice identitaria si sta sbriciolando alla base. L’establishment al cui banchetto partecipano tutte le sinistre radical chic e post socialiste e comuniste europee continuerà a non accettare la volontà popolare, a non comprenderla, a denigrarla. Per questi soggetti si tratta di populismo, che nella lingua corrente è tutto ciò che si oppone al potere costituito, ma è anche un pericolo da elevare a psicosi collettiva tanto da far apparire come il male assoluto tutto ciò che si oppone al progetto mondialista. Hanno dalla loro la gran parte dei giornalisti di rilievo, i sondaggisti, gli opinion makers e gran parte del mondo finanziario e bancario, tutti pronti ad elevare un muro di menzogne che poi, come abbiamo visto, crolla di fronte all’autodeterminazione dei popoli.

L’inoppugnabilità del pensiero unico, poi, sta già passando per la solidarietà agli studenti ed ai professori scandalizzati dei circoli culturali americani, quelli degli after work parties che manifestano con sdegno sotto la Trump Tower increduli per l’esito elettorale, convinti di essere i migliori, i giusti, la parte sana della società americana. Ma le vere ragioni non sono da cercare nelle loro mendaci analisi. Le ragioni di Brexit, e del successo di Trump, non sono da cercare nella paura della popolazione per la crescita del fenomeno dell’immigrazione, ma nel deterioramento delle condizioni economiche in molte regioni del loro paese. Sono cambiati i rapporti di forza all’interno della società britannica negli ultimi trent’anni, così come negli ultimi venti in quegli stati del Midwest che hanno permesso a Donald Trump di arrivare alla Casa Bianca. E’ cresciuta la diseguaglianza dei redditi a tutto svantaggio della classe media che ha imboccato una parabola discendente che è lungi dall’arrestarsi. In Gran Bretagna il 10% più povero della popolazione ha visto calare di oltre il 10% il proprio reddito medio, mentre quello guadagnato dal decimo percentuale della popolazione più ricca ha registrato un incremento di oltre il 35%. Negli Usa, l’1% più ricco della popolazione negli ultimi sei anni ha visto crescere del 7,7% le proprie disponibilità, contro il 3,9% del restante 99%. Questo è un processo che si sta riproponendo anche in Europa. Tra il 1988 e il 2008 il reddito tra le classi medie è calato del 10% mentre l’1% più ricco ha visto crescere le proprie disponibilità del 50%.

La crescita dei consensi registrata dai partititi cosiddetti populisti è un’altro dei segnali che va contro il processo economico della globalizzazione e che può essere inclusa nell’analisi statistica sopracitata. Francia, Olanda, Ungheria, Polonia, Austria e in parte anche la Germania stanno vedendo crescere un sentiment nazionalista e protezionista che va ben oltre la paura del fenomeno immigratorio. La forbice che divide l’1% più ricco da quello più povero si è allargata e questo va imputato proprio alla globalizzazione e a quel dumping salariale che ci ha messo in concorrenza con realtà dove si produce per una manciata di riso in assenza di diritti sindacali. Ma la stessa identica cosa sta accadendo negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e nel resto d’Europa con l’importazione di manodopera dal terzo mondo. Con la scusa dell’accoglienza e della solidarietà interi comparti lavorativi hanno visto decrescere i loro salari mettendo in dura competizione i dipendenti autoctoni con quelli allogeni disposti ad accettare paghe da fame. Tutto questo le sinistre di governo fanno fatica a capirlo perchè hanno smesso da tempo di comprendere le ragioni dei popoli. E’ ora che vadano a casa. E’ ora che i popoli risorgano dal torpore mediatico e dalle falsità che gli stessi media propinano.

Giuseppe Maneggio

 

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