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Bardella (RN) in Polonia: “La Russia è una minaccia”. E apre al riarmo europeo

by Sergio Filacchioni
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Bardella riarmo europeo

Roma, 22 giu – In trasferta in Polonia, tra Varsavia e la frontiera bielorussa, Jordan Bardella ha pronunciato parole destinate a far discutere, soprattutto tra chi scambia ogni discorso su Europa, riarmo e autonomia strategica per una resa al macronismo o per un cedimento all’“euronazismo”. Il leader del Rassemblement National ha definito la Russia una “minaccia multidimensionale” per la Francia e per l’Europa, ha chiesto un rafforzamento serio della difesa e ha precisato che un eventuale negoziato sull’Ucraina non potrà svolgersi alle condizioni del Cremlino. Non si tratta soltanto di una tappa diplomatica presso gli alleati conservatori polacchi, ma di un passaggio politico più ampio: Bardella prova a costruire una destra europea capace di parlare di confini, sicurezza e potenza senza trascinarsi dietro la vecchia ambiguità filorussa.

La cornice polacca è decisiva per capire il senso delle dichiarazioni. Bardella non si è limitato a una visita di cortesia: arrivato su invito di Ruch Narodowy, formazione che condivide con il RN il gruppo dei Patrioti per l’Europa, ha incontrato Jarosław Kaczyński, ha visitato la sede di Frontex a Varsavia insieme a Fabrice Leggeri e si è recato al confine polacco-bielorusso, oggi una delle frontiere più sensibili dell’intero continente. Proprio lì ha insistito sul ruolo della Polonia nella protezione dell’Europa dall’immigrazione illegale e sulla necessità di sostenere chi difende i confini esterni dell’Unione. Il messaggio politico è chiaro: la sicurezza europea non riguarda solo il fronte ucraino, ma anche la pressione migratoria usata come arma ibrida – in cui spicca il ruolo della Bielorussia come proxy di Mosca – e la capacità delle destre europee di costruire una linea comune su confini, sovranità e difesa. In questo senso, il viaggio in Polonia serve a Bardella per parlare non solo alla Francia, ma a un’intera area politica continentale che vuole cambiare l’Unione europea senza rinunciare all’idea di Europa.

Jordan Bardella in Polonia rompe alcune ambiguità

Il punto, ovviamente, non è Bardella in sé. Che queste parole siano anche un’operazione di rassicurazione sulla strada dell’Eliseo è possibile, persino probabile. Ma in politica contano le linee che si aprono più delle intenzioni individuali. E la linea, questa volta, è corretta: l’indipendenza europea non passa dalla sostituzione del protettorato americano con forme di adesione politica e culturale all’influenza russa, alimentate da reti di propaganda, relazioni ideologiche e affiliazioni più o meno esplicite. Passa dalla capacità di definire interessi propri, strumenti propri, confini propri. Né Washington né Mosca, come abbiamo ribadito molte volte da queste colonne, ma Europa come possibilità politica concreta. Non l’Europa delle circolari, delle quote e dei tribunali morali, ma un continente capace di pensarsi come soggetto storico.
Bardella resta prudente sull’Ucraina e non si è trasformato in un falco di Kyiv. Non chiede l’escalation, rifiuta l’invio di truppe francesi, esclude una guerra larvata con una potenza nucleare e mantiene diverse riserve sul sostegno militare a Kyiv. Qui il RN conserva contraddizioni evidenti, e la sua linea appare ancora più timida di quanto servirebbe. Perché la verità è che l’Europa avrebbe dovuto aiutare l’Ucraina prima, meglio e con più mezzi. Un sostegno militare rapido, coordinato e industrialmente serio avrebbe aumentato subito il costo dell’aggressione russa e avrebbe dato al continente un peso reale al tavolo negoziale. Invece ci siamo mossi male: troppa esitazione sulle armi, troppa dipendenza dagli Stati Uniti, troppa fiducia nel dispositivo sanzionatorio, troppa propaganda e poca produzione.

Una lezione che il sovranismo italiano dovrà registrare

È questa la lezione che molto sovranismo italiano fatica ancora a comprendere. La critica alla Nato e all’Unione europea ha senso quando nasce da una volontà di maggiore sovranità continentale. Diventa caricaturale quando ripete il lessico del disfattismo russo o quando si mette in gara con le sinistre verdi o socialdemocratiche sul terreno del benaltrismo: meno armi, più ospedali, meno guerra, più sanità. È un ragionamento povero, perché finge che la sicurezza sia una spesa accessoria e non la condizione stessa della vita politica. Uno Stato disarmato può anche avere ospedali, scuole e welfare, ma li conserva solo finché qualcun altro garantisce il suo perimetro. Quando quel perimetro viene meno, scopre che la spesa sociale senza sovranità è soltanto amministrazione sotto tutela. E qui il riarmo europeo diventa il vero campo di battaglia. Bardella coglie un punto importante quando parla di “preferenza europea”: non basta aumentare i bilanci militari se quei soldi finiscono per rafforzare l’industria americana. Riarmarsi comprando tutto da Washington significa aggiornare la dipendenza, non superarla. L’Europa deve spendere di più, ma soprattutto deve produrre di più. Munizioni, droni, difesa aerea, missili, satelliti, cantieristica, guerra elettronica e logistica non sono dettagli tecnici per addetti ai lavori: è questa la meteria prima della sovranità. Senza questa, ogni discorso sull’”indipendenza” resta una posa.

Sul riarmo è fondamentale la preferenza europea

I dati confermano il problema. Negli ultimi anni l’Europa ha aumentato in modo massiccio le importazioni di armamenti, ma una quota enorme continua a provenire dagli Stati Uniti. Questo significa che persino il riarmo, se gestito male, può trasformarsi in un nuovo canale di subordinazione. Per evitarlo, bisogna mettere in rete Leonardo, Fincantieri, Airbus, Rheinmetall, Mbda e l’intero apparato industriale europeo che ancora possiede competenze decisive. Il problema non è soltanto quanto spendere, ma quale potere costruire con quella spesa. Un conto è riempire i magazzini comprando fuori, un altro è ricostruire filiere, scorte, comandi, ricerca e capacità produttiva. Per questo le parole di Bardella contano e hanno un peso. Quando parla di portare la difesa francese al 3% del Pil e di comprare europeo e francese, tocca il punto che separa un riarmo cosmetico da un riarmo orientato alla sovranità. La Francia difende la propria industria perché sa che senza industria militare non esiste autonomia strategica. L’Italia dovrebbe trarne una lezione immediata: non basta invocare la pace, non basta criticare Bruxelles, non basta ripetere che l’America pensa ai propri interessi. Bisogna costruire mezzi, filiere, comandi, scorte e tecnologia. La politica estera non si fa con gli stati d’animo, ma con ciò che si è in grado di mettere sul tavolo.

La Russia è una minaccia anche nel Mediterraneo

La Russia, in questo quadro, va osservata per ciò che è: una potenza con interessi propri, spesso contrari ai nostri. Può diventare interlocutore in un futuro equilibrio continentale, ma oggi esercita pressione sull’Est europeo, si muove in Africa contro aree d’influenza francesi e italiane, utilizza guerra ibrida, reti militari parallele e destabilizzazione. Per l’Italia il problema russo è molto meno lontano di quanto racconti certa propaganda. La presenza di Mosca in Libia, per esempio, significa capacità di incidere su uno degli snodi decisivi della nostra sicurezza: energia, rotte migratorie, controllo del Mediterraneo centrale, equilibrio tra Nord Africa e Sahel. Fingere che tutto questo non esista solo perché il Cremlino dice di opporsi all’Occidente liberal-progressista significa rinunciare alla libertà di giudizio. Il nemico del nostro padrone non diventa automaticamente nostro alleato. Anche perché il frame della Russia come grande nemica degli Stati Uniti regge sempre meno. Sul dossier ucraino la convergenza tra Trump e Putin è sotto gli occhi di tutti: entrambi considerano il conflitto una questione da regolare senza l’Europa. Ed è proprio da questa convergenza, più che la rivalità dichiarata tra le due potenze, a dover far riflettere chi vuole un’Europa capace di decidere del proprio futuro.

L’Europa è il nostro destino

Il passaggio utile di Bardella è proprio questo: costringe la destra europea a uscire dalla postura adolescenziale e ribadisce un punto essenziale per qualsiasi discorso serio. Non basta essere “contro”: contro la Nato, contro Bruxelles, contro Macron, contro la Von der Leyen. La politica adulta comincia quando si risponde alla domanda decisiva: che cosa vogliamo costruire? Se la risposta è un’Europa sovrana, allora servono armi, industria, confini, energia, tecnologia, presenza nel Mediterraneo e capacità di decisione. Il resto è pacifismo e rassegnazione mascherata da realismo. Bardella ha il merito di aver detto una cosa che in Italia molti sedicenti sovranisti non riescono ancora a dire: la Russia non è la nostra salvezza, l’America non è il nostro destino, l’Europa deve tornare a pensarsi come potenza. Da qui passa tutta la differenza tra un sovranismo attivo, vitale ed europeo, ed un sovranismo di retroguardia condannato a rimanere guardiano dello status quo.

Sergio Filacchioni

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