Home » Da Erri De Luca a Lucio Caracciolo: il tempo smaschera i cattivi maestri

Da Erri De Luca a Lucio Caracciolo: il tempo smaschera i cattivi maestri

by Sergio Filacchioni
0 commento
cattivi maestri

Roma, 27 mag – Il dibattito pubblico italiano ha un problema di qualità prima ancora che di linea politica. Non riguarda soltanto le opinioni su Gaza, Israele, Russia, Ucraina ecc. Riguarda il modo in cui una parte consistente del vecchio ceto intellettuale continua a interpretare il mondo attraverso categorie ormai esaurite, presentandole però come lucidità, “realismo” o coraggio controcorrente. È un meccanismo più profondo della singola posizione, giusta o sbagliata che sia. Si tratta di una rendita di autorevolezza che sopravvive alla perdita di capacità analitica.

I cattivi maestri della geopolitica: da Erri De Luca a Lucio Caracciolo

Due casi recenti, molto diversi tra loro, aiutano a capirlo. Da una parte Erri De Luca, che intervistato da Israel Hayom ha rivendicato il proprio sionismo e ha respinto l’uso della parola “genocidio” per Gaza, definendola una distorsione storica e verbale. Dall’altra Lucio Caracciolo e, più in generale, quella parte del commentariato filorusso italiano che continua a raccontare i Paesi baltici come attori irresponsabili, provocatori, quasi desiderosi di trascinare l’Europa in guerra contro Mosca. Sono posizioni diverse, su due fronti diversi. Ma condividono lo stesso metodo: trasformano conflitti complessi in formule chiuse, utili più a confermare una postura che a comprendere la realtà.

Il problema, nel caso di Gaza, non è sostenere che il termine genocidio vada usato con cautela. È vero: si tratta di una categoria giuridica e storica pesantissima, che spesso viene piegata alla retorica emotiva, così come hanno insegnato al mondo proprio gli israeliani. Ma proprio per questo non può nemmeno essere liquidata con un’alzata di spalle morale, come se Gaza fosse soltanto una guerra urbana particolarmente dura e chi parla di genocidio fosse mosso unicamente dal desiderio di delegittimare Israele. La devastazione della Striscia, il numero enorme di vittime civili, il collasso materiale della vita palestinese, i procedimenti internazionali, le accuse delle organizzazioni umanitarie e il dibattito aperto tra giuristi, governi e istituzioni richiederebbero prudenza analitica, non sentenze semplicemente negazioniste. De Luca sceglie invece la via che porta fuori dalla complessità per collocarsi in un territorio apparentemente “eretico”, ma sostanzialmente conformista.

Perchè il prototipo del vecchio intellettuale italiano funziona così, raramente rinuncia alla sua battuta. Anche quando sembra che rivendichi isolamento, coraggio, distanza dalle cricche culturali, resta dentro la scenografia. Ma dire una cosa impopolare non significa automaticamente dire una cosa lucida. A volte significa soltanto difendere una fedeltà antica, una posizione simbolica, una visione maturata in un altro contesto e mai più sottoposta alla pressione dei fatti. Nel caso di De Luca, l’amore per la lingua ebraica, per la Bibbia, per Israele come luogo storico e spirituale diventa una chiave interpretativa totalizzante. Può spiegare una sensibilità, non può sostituire l’analisi politica di Gaza.

Gli intellettuali che non capiscono più il mondo

Sul fronte baltico accade qualcosa di speculare. Estonia, Lettonia e Lituania vivono da anni una pressione concreta: cyberattacchi, sabotaggi, campagne di disinformazione, minacce ibride, droni, intimidazioni politiche. I governi della regione non discutono astrattamente della “percezione della minaccia”, ma devono gestirla. Quando Mosca lascia intendere che l’appartenenza alla Nato non proteggerà i Paesi baltici da eventuali ritorsioni, non siamo davanti a una fantasia russofoba, ma a una strategia di pressione.

Eppure in Italia questa realtà arriva deformata. Elena Basile ha sostenuto che dai Paesi baltici partirebbero attacchi contro la Russia, riprendendo di fatto il frame del Cremlino. Marco Travaglio ha parlato di Stati baltici, Polonia e Germania che si armano “fino ai denti”. Alessandro Orsini ha spiegato che una futura invasione russa dei Baltici sarebbe eventualmente conseguenza delle mosse Nato in Ucraina, non di un progetto imperialistico. E qui arriviamo alla massima autorità della geopolitica salottiera italiana, Lucio Caracciolo, che è arrivato a sostenere a Otto e Mezzo che i Paesi del Nord Europa vogliono la distruzione della Russia. ll sottinteso – abbastanza esplicito a dire il vero – è che i baltici non sono realmente esposti alla pressione russa: sono piccoli attori incendiari, strumenti della Nato che “provocano” Mosca. È lo stesso schema che si è visto sull’Ucraina: la vittima diventa pedina, l’aggressore diventa reazione, la geografia sostituisce la responsabilità politica.

Inutile dire che la critica alla Nato sarebbe non solo legittima, ma necessaria, se partisse da un punto di vista europeo: autonomia strategica, riarmo continentale, difesa degli interessi nazionali ed europei, fine della dipendenza dagli Stati Uniti. Un’Europa adulta non può restare protettorato psicologico di Washington, né può affidare la propria sicurezza alla buona volontà dell’inquilino della Casa Bianca di turno. Ma nel dibattito italiano questa critica scivola spesso in un automatismo opposto e altrettanto subalterno: ogni Paese dell’Est che chiede difesa viene trattato come un provocatore; ogni rafforzamento militare europeo come escalation; ogni deterrenza come cedimento alla logica della guerra; ogni timore verso Mosca come isteria atlantista. Inutile ribadire che questo non è realismo, ma una passività ideologica travestita da saggezza.

Qui emerge il tratto comune. De Luca, Caracciolo e molti altri esponenti della vecchia scena culturale italiana non sono incapaci di prendere posizione. Al contrario, prendono posizione continuamente. Il problema è che lo fanno da dentro schemi irrigiditi. Lo scrittore guru che legge Israele attraverso una fedeltà culturale e simbolica che finisce per oscurare la questione palestinese nella sua materialità. Il geopolitico televisivo che vuole apparire neutrale, ma che cancella l’autonomia storica e politica dei popoli che vivono sul confine orientale d’Europa. In entrambi i casi, i soggetti più esposti diventano “comparse” di una narrazione già scritta.

Il provincialismo di una gerontocrazia intellettuale

Questa è una costante del pensiero italiano sugli affari internazionali: la difficoltà a riconoscere agency ai popoli piccoli o medi. I palestinesi diventano una “massa tragica”, all’occorrenza vittima, all’occorrenza semplice comparsa dentro la guerra di Israele contro Hamas. Gli ucraini diventano strumenti della strategia americana. I baltici diventano avamposti isterici della Nato. I polacchi diventano ossessionati antirussi. Tutto ciò che non rientra nel grande schema viene ridotto a funzione. È una forma di provincialismo mascherato da geopolitica. Il mondo viene interpretato sempre dall’alto, attraverso mappe, blocchi, imperi, sfere d’influenza, ma raramente viene guardato dal punto di vista di chi si trova sul terreno, lungo il confine, sotto la minaccia, dentro la distruzione.

È questo il limite della gerontocrazia intellettuale italiana. Non l’età anagrafica – ci sono anziani lucidissimi e giovani già decrepiti – ma la rendita di posizione. Da decenni gli stessi nomi presidiano televisioni, giornali, festival, scuole, università, podcast. Hanno costruito autorevolezza in un altro mondo e continuano a esercitarla come se nulla fosse cambiato, come se la loro accademia gli garantisse il passaporto per ogni argomento. Intanto, la realtà corre più veloce delle loro categorie: il ritorno della guerra convenzionale in Europa, la crisi dell’ordine americano, la trasformazione tecnologica del conflitto, la vulnerabilità delle infrastrutture, la centralità dei droni, la guerra cognitiva, il fallimento delle vecchie letture progressiste e pacifiste, la necessità di una potenza europea autonoma. Di fronte a tutto questo, molta cultura italiana continua a rispondere con gli strumenti di mezzo secolo fa.

Il risultato è un dibattito pubblico povero ma presuntuoso. L’Italia confonde la presenza mediatica con la competenza, l’erudizione con l’analisi, la postura controcorrente con la lucidità. Basta un titolo accademico, una lunga carriera editoriale, una rivista fondata trent’anni fa, una cattedra o una familiarità televisiva per trasformare ogni opinione in lezione. Così si crea un circuito chiuso: gli stessi commentatori parlano agli stessi pubblici, confermano gli stessi riflessi, vengono invitati negli stessi studi e finiscono per produrre una falsa pluralità. In apparenza discutono; in realtà amministrano un perimetro mentale già stabilito.

Erri De Luca e Lucio Caracciolo rappresentano la crisi della mediazione culturale italiana

Questo meccanismo è ancora più grave perché forma il senso comune delle nuove generazioni. I giovani italiani crescono ascoltando da anni che l’Europa è finita, che la sovranità è impossibile, che la difesa è provocazione, che la forza è sempre sospetta, che la guerra è sempre colpa di qualcun altro, che i piccoli Stati non contano, che la storia è decisa altrove. È una pedagogia dell’impotenza. Produce cittadini abituati a commentare il declino invece che a rovesciarlo, a chiamare realismo la rinuncia, a scambiare il cinismo per maturità. Anche molti giovani, così, imparano a pensare da vecchi. Il caso De Luca-Caracciolo racconta allora qualcosa di più ampio del Medio Oriente o del Baltico. Racconta la crisi di una mediazione culturale che non riesce più a stare all’altezza della storia.

Ma la soluzione non è barattare una propaganda con un’altra. Non serve una cultura filoatlantica di riflesso, così come non serve l’antiamericanismo automatico di chi finisce per parlare la lingua di Mosca. Non serve arruolarsi nella retorica israeliana, così come non serve ripetere gli slogan del terzomondismo pro-Pal anti-occidentale. Serve un pensiero europeo adulto, capace di riconoscere la forza senza moralismi, la sovranità senza servilismi, la guerra senza rimozioni e senza compiacimenti. Un pensiero che sappia distinguere tra critica dell’Occidente e autodenigrazione, tra autonomia europea e neutralizzazione politica, tra prudenza strategica e resa mentale.

Per arrivarci, però, bisogna rompere la venerazione automatica per i vecchi maestri. Non perché siano vecchi, ma perché troppo spesso hanno smesso di verificare le proprie categorie nella spietata fucina del divenire, del pólemos. La storia non concede autorevolezza a vita. Chi non aggiorna il proprio sguardo diventa un ostacolo, anche quando continua a parlare con voce solenne. E oggi il problema non è che questi intellettuali non capiscano tutto. Nessuno può capire tutto. Il problema è che continuano a spiegare il mondo come se il loro ritardo fosse profondità.

Sergio Filacchioni

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati