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Consulta di Roma, la mafia antifascista assalta l’assemblea studentesca

by La Redazione
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Roma, 26 mag – Come volevasi dimostrare. Dopo giorni passati a impartire lezioni di democrazia, rappresentanza e memoria storica, la sinistra studentesca ha mostrato il volto reale del suo antifascismo: non confronto, ma assalto; non dialettica, ma intimidazione; non rispetto delle assemblee, ma pretesa di impedirne il funzionamento quando non controlla più la maggioranza.

Alla Consulta gli antifascisti attaccano i rappresentanti

Alla Consulta provinciale degli studenti di Roma la tensione è esplosa durante la plenaria al Teatro Rossini. La protesta contro il cambio di nome della commissione “Antifascismo e memoria storica”, rinominata “Democrazia e memoria storica”, è degenerata in scontro fisico. Repubblica parla di “grida, insulti, spinte e pugni” e di una protesta finita in rissa. Azione Studentesca ha diffuso un video denunciando l’aggressione contro la segretaria della CPS da parte della Rete degli Studenti-Cgil, mentre Fabio Rampelli ha parlato di sedie lanciate, slogan minacciosi, calci, spinte e intervento della polizia per sgomberare l’aula. La morale è brutale. Per giorni la sinistra ha ripetuto che cancellare la parola “antifascismo” significava calpestare la democrazia. Poi, appena la democrazia si è materializzata nella forma più elementare, cioè un’assemblea rappresentativa chiamata a discutere e votare, gli antifascisti hanno provato a bloccarla fisicamente. Ecco il cortocircuito: la democrazia va bene finché conferma il loro monopolio; quando gli studenti votano diversamente, diventano nemici da assediare.

La democrazia mafiosa degli antifascisti

Del resto, la contraddizione era già tutta nella polemica iniziale. Da decenni la sinistra sostiene che antifascismo e democrazia siano la stessa cosa, termini sovrapponibili, inseparabili, quasi sinonimi. Ma allora perché andare in crisi se una commissione passa da “Antifascismo e memoria storica” a “Democrazia e memoria storica”? Se davvero l’antifascismo contiene la democrazia e la democrazia contiene l’antifascismo, non dovrebbe cambiare nulla. Invece cambia tutto, perché l’antifascismo non è usato come principio comune, ma come recinto proprietario. Serve a distribuire patenti di legittimità, a decidere chi può parlare e chi deve essere espulso dal campo democratico. Quanto accaduto oggi lo conferma meglio di qualsiasi editoriale. La sinistra studentesca non stava difendendo la memoria, ma il proprio controllo sulla memoria. Non stava difendendo la democrazia, ma la propria rendita morale dentro gli organismi studenteschi. Quando quella rendita viene contestata da una maggioranza eletta, la maschera cade: la plenaria viene interrotta, l’avversario aggredito, la rappresentanza trasformata in campo di pressione.

La Consulta alla prova dei fatti

L’antifascismo – per chi coltivasse ancora utopie di pacificazione, concordia e neutralità – è un dispositivo di esclusione, un lasciapassare morale per impedire all’avversario di esistere politicamente. E quando l’avversario non solo esiste, ma vince, allora la democrazia diventa improvvisamente insopportabile. Alla Consulta di Roma non è stata cancellata la memoria. È stato smascherato chi pretendeva di tenerla sotto sequestro. La sinistra ha gridato al pericolo autoritario e poi ha dato spettacolo di prepotenza. Ha accusato la destra di calpestare le regole e poi ha impedito lo svolgimento dell’assemblea. Ha invocato gli studenti e poi ha provato a negare legittimità agli studenti che non votano dalla parte giusta. È questa la lezione politica della giornata: l’antifascismo tollera la democrazia solo quando ne conserva la regia. Quando la perde, non resta che il vecchio riflesso: occupare, urlare, intimidire. Poi chiamarlo, naturalmente, difesa della democrazia.

Vincenzo Monti

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