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Fasci e martello (pneumatico): il ministro Giuli sbarra la strada alla ruspa di Salvini

by Tony Fabrizio
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Roma, 2 mag – C’è un’idea di Italia che non si svende al metro quadro e non si arrende alla logica del bando di concorso. È l’Italia delle pietre che parlano, del Razionalismo che si fa Storia e di un’estetica che, piaccia o meno ai burocrati del pensiero unico e ai geometri del consenso facile, non può essere cancellata da un colpo di spugna ministeriale. In un Consiglio dei Ministri trasformatosi in un’arena, Alessandro Giuli ha deciso di indossare l’elmo e presidiare il confine: i Fasci Littori non si toccano. Il patrimonio architettonico della Nazione non è un cantiere aperto al miglior offerente.

Giuli alza lo scudo sulle sovrintendenze

Giuli non sta passando settimane facili, questo è noto. Tra le poltrone agitate della Biennale di Venezia e il polverone sollevato sulla cacciata di Beatrice Venezi dal Teatro La Feniceuna vicenda che puzza lontano un miglio di ritorsione ideologica da parte dei soliti salotti — il Ministro della Cultura si trova a combattere una guerra su più fronti. Ma se sulla gestione delle poltrone si può discutere (con la solita noia delle spartizioni), sul simbolo non si indietreggia. Mentre a sinistra si spera nel suo inciampo e a destra qualcuno lo guarda con sospetto per quella sua posa da intellettuale che non scende a patti con la rozzezza, Giuli ha dimostrato un’inamovibilità granitica. Una schiena dritta che ha fatto saltare i nervi a chi, come Matteo Salvini, scambia la tutela della Bellezza per un inciampo burocratico.

Il Piano Casa, nelle intenzioni del leader leghista, doveva essere il grimaldello per scardinare le Soprintendenze, dipinte come “istituzioni da radere al suolo“. Un linguaggio che piace alla pancia, ma che ferisce la storia. Salvini voleva il via libera ai lavori negli alloggi popolari ancor prima del parere tecnico, trasformando lo Stato in un abusivo a casa propria. Ma Giuli ha alzato il muro: «Il patrimonio va tutelato! Tutto». E quel “tutto” ha un peso specifico enorme. Si riferisce a quei simboli, a quelle effigi, a quei fasci che ancora nobilitano le facciate dei palazzi di Piazza Bologna o di Viale XXI Aprile a Roma. Architetture che portano la firma di Marcello Piacentini, testimonianze di un’epoca in cui lo Stato non si limitava a “ristrutturare i bagni”, ma costruiva cattedrali per il popolo.

Un atto importante per tutelarci dalla cancel culture

La lite è stata furibonda. Meloni che chiede “meno spocchia”, Salvini che schiuma rabbia urlando che bisogna “pensare a Quarto Oggiaro”. Ma la risposta di Giuli è stata una lezione di stile e di politica identitaria: non si può barattare la memoria della stirpe con l’urgenza elettorale. Cancellare un fascio littorio per velocizzare un isolotto termico o una mano di bianco significa avallare l’opera di damnatio memoriae che l’antifascismo militante porta avanti da ottant’anni. Vedere un Ministro che, nonostante le pressioni di alleati e avversari, si dichiara pronto a non votare il decreto in nome dell’Articolo 9 della Costituzione e della tutela storica, è una boccata d’aria fresca. In un mondo di “yes-man”, l’inamovibilità di Giuli sui simboli del Ventennio — simboli che sono prima di tutto arte e ordine architettonico — è il segno che qualcuno, nel Palazzo, ha ancora il senso della continuità storica.

Alla fine, la mediazione di Mantovano ha prodotto il solito “silenzio-assenso” dopo quaranta giorni. Una vittoria tecnica per Giuli, che salva i Fasci dal piccone ignorante. Mentre la Venezi combatte la sua battaglia contro l’ostracismo dei soliti noti, e la Biennale cerca una nuova rotta, il Ministro ha messo un punto fermo: l’Italia non è un foglio bianco su cui scrivere quello che si vuole. È un libro di pietra. E i capitoli scritti col marmo non si cancellano con la gomma del pragmatismo leghista.
Onore a chi non trema davanti alla ruspa. Il patrimonio resta. I ministri passano, il marmo resta. E i fasci, per ora, pure.

Tony Fabrizio

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