Roma, 4 mag – Il Venezuela riapre le porte alle grandi compagnie petrolifere e l’Italia entra dalla porta principale. Eni ha firmato con il ministero venezuelano degli Idrocarburi e con Pdvsa un accordo programmatico per rilanciare la produzione nel giacimento Junin-5, nella Fascia dell’Orinoco: un’area di greggio pesante da 35 miliardi di barili certificati in posto, gestita dalla società venezuelana con il 60% e dal gruppo italiano con il 40%.
L’intesa è stata presentata a Caracas alla presenza della presidente incaricata Delcy Rodríguez e dell’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, dopo un incontro a Palazzo Miraflores. Per Eni si tratta del consolidamento di una presenza mai davvero interrotta nel Paese sudamericano, dove il gruppo opera anche su altri fronti energetici, dal petrolio al gas offshore.
L’Eni entra nel petrolio venezuelano
Rodríguez ha definito l’accordo con Eni come uno dei passaggi più importanti della nuova fase energetica venezuelana. La formula usata a Caracas è chiara: rilancio produttivo, apertura agli investimenti, ritorno della tecnologia straniera, ripartenza di un settore devastato da anni di sanzioni, cattiva gestione e collasso infrastrutturale. Anche Descalzi ha parlato di prospettive ampie, di incontri positivi e di piani ambiziosi. Dietro il linguaggio diplomatico c’è un fatto politico molto concreto: il Venezuela post-Maduro sta cercando di rientrare nel mercato energetico globale con più pragmatismo e meno retorica, tramite una nuova convergenza con le compagnie occidentali. Reuters ha collegato l’accordo Eni al più ampio processo di revisione contrattuale e riforma del settore petrolifero venezuelano, mentre altre major come Chevron, Shell, Repsol e BP si stanno muovendo nello stesso scenario.
Il punto centrale sta proprio qui. Il tentativo chavista della sovranità petrolifera lascia spazio a una realtà molto meno ideologica: senza capitale, tecnologia e capacità industriale, il petrolio resta sotto terra. La riforma venezuelana degli idrocarburi, pubblicata a gennaio 2026, punta infatti a riattivare l’industria, attrarre investimenti privati e modernizzare il quadro legale del settore. Alcune analisi legali sottolineano che le modifiche aprono nuovi spazi alla partecipazione privata, alla flessibilità fiscale e a meccanismi più favorevoli agli operatori internazionali, pur mantenendo formalmente la proprietà statale degli idrocarburi.
Per Caracas è una necessità. Per l’Italia è un’occasione. Eni torna a muoversi in un Paese che possiede tra le maggiori riserve petrolifere al mondo e che, dopo anni di isolamento, deve ricostruire produzione, infrastrutture e credibilità. Nel 2025 la produzione Eni in Venezuela ha raggiunto i 64mila barili equivalenti al giorno, mentre l’azienda resta impegnata anche nei progetti Junin-5, Petrosucre e Cardon IV. Parallelamente, Eni e Repsol puntano ad aumentare la produzione di gas nel campo Cardon IV, portandola da 580 a 645 milioni di piedi cubi al giorno.
Sovranità ed energia sono indivisibili
La questione, però, non riguarda solo il Venezuela. Riguarda anche l’Italia. In un mondo in cui energia, industria e sovranità tornano a coincidere, la presenza di Eni in America Latina assume un significato strategico. Non basta parlare di transizione, sostenibilità o autonomia europea se poi si resta dipendenti dalle oscillazioni delle crisi internazionali, dai ricatti delle rotte energetiche e dalle decisioni prese altrove. La vera politica estera passa anche da qui: aziende nazionali capaci di muoversi nei teatri difficili, costruire rapporti, aprire spazi economici e garantire approvvigionamenti in un contesto globale sempre più instabile.
Resta il rovescio della medaglia. La Fascia dell’Orinoco è una delle aree energetiche più delicate e controverse del pianeta. Il greggio pesante venezuelano è difficile da estrarre, viscoso, costoso da trattare e richiede tecniche ad alta intensità energetica, come iniezioni di vapore o diluizione con solventi. Le condizioni ambientali della regione sono già compromesse da anni di attività petrolifera, mineraria, infrastrutture degradate e controlli insufficienti. Global Forest Watch stima che il Venezuela abbia perso 2,6 milioni di ettari di copertura arborea tra il 2001 e il 2025, mentre Sos Orinoco denuncia da anni una crisi ecologica legata a deforestazione, estrazioni illegali, contaminazione dei fiumi e abbandono istituzionale.
È qui che l’accordo con Eni diventa un banco di prova. L’Italia può entrare in Venezuela come semplice operatore-predatore interessato al greggio, oppure può usare la propria capacità industriale per dimostrare che una presenza nazionale seria porta anche standard, manutenzione, tecnologia, controllo e responsabilità. La differenza è sostanziale. Le multinazionali arrivano dove lo Stato fallisce, ma un Paese che voglia agire da potenza industriale deve pretendere che le proprie aziende non siano solo strumenti di profitto, bensì leve di presenza strategica.
L’Italia può dimostrare la sua responsabilità
La fine dell’era chavista, almeno in materia economica, non significa automaticamente la nascita di una vera sovranità venezuelana. Significa piuttosto che il pendolo è passato dall’autarchia ideologica all’apertura forzata. Per Caracas è la presa d’atto di un fallimento. Per Eni è un ritorno pesante. Per l’Italia, se saprà leggerlo, è un promemoria brutale: nel nuovo mondo non contano le prediche, contano energia, industria, accesso alle risorse e capacità di stare nei dossier che pesano davvero.
Sergio Filacchioni