Roma, 1 mag – Donald Trump ha fatto ciò che le classi dirigenti europee non hanno mai avuto il coraggio di fare: ha messo in discussione, in modo brutale e diretto, la presenza militare americana nel continente. Interpellato sull’ipotesi di ritirare le truppe statunitensi da Italia e Spagna, il presidente americano ha risposto che la cosa è “probabile”, accusando Roma e Madrid di non aver sostenuto Washington nelle recenti operazioni legate alla guerra contro l’Iran. “L’Italia non ci è stata di alcun aiuto e la Spagna è stata orribile”, ha dichiarato, allargando poi l’attacco alla Germania e all’intera architettura atlantica.
Trump vuole ritirare le truppe? Bene
Perché se Washington comincia a trattare la propria presenza militare in Europa come una carta negoziale, allora l’Europa deve smettere di subirla come dato acquisito. Se gli Stati Uniti pensano di poter usare le basi, i contingenti e la NATO come strumenti di pressione politica, allora il continente deve fare il passo che rinvia da ottant’anni: anticipare Trump, aprire un percorso ordinato di uscita dalla subordinazione atlantica e costruire una propria architettura di difesa. Non domani mattina con un comunicato isterico, non con il solito slogan “fuori dalla NATO” lanciato nel vuoto, ma con una strategia di emancipazione reale, progressiva, materiale.
La minaccia americana va letta per ciò che è: una frattura storica. Trump parla il linguaggio dell’interesse nazionale statunitense, senza ipocrisie. Chiede agli alleati europei sostegno pieno alle guerre americane, pretende collaborazione nelle operazioni in Medio Oriente, rinfaccia all’Europa l’Ucraina, denuncia la lentezza della NATO, trasforma la protezione militare in un contratto a prestazione. Chi si scandalizza oggi dimostra solo di non aver mai capito la natura dell’ordine nato nel 1945. Gli Stati Uniti non sono una potenza caritatevole. Sono una potenza imperiale. E una potenza imperiale, quando cambia convenienza, cambia linguaggio.
L’Europa può trasformare la minaccia in programma
Il punto, allora, non è insultare Trump. Il punto è ringraziarlo per la chiarezza. Perché con una sola dichiarazione ha distrutto decenni di liturgie atlantiche. Ha ricordato agli europei che la loro sicurezza dipende ancora da una decisione americana. Ha mostrato che le basi statunitensi in Italia, Spagna e Germania possono diventare strumenti di ricatto politico. Ha fatto emergere la verità rimossa: il continente europeo, culla di civiltà, potenza industriale, spazio demografico e geografico immenso, vive ancora come un protettorato strategico. E da qui bisogna partire. Non dalla paura, ma dalla possibilità.
Se Trump minaccia il disimpegno, l’Europa deve trasformare quella minaccia in programma. Se Washington dice “possiamo andarcene”, Roma, Madrid, Parigi, Berlino e Varsavia devono rispondere: cominciamo allora a prepararci noi. Non per implorare gli americani di restare. Non per rassicurarli sulla nostra fedeltà. Non per dimostrare che siamo ancora utili al padrone. Ma per costruire le condizioni concrete della nostra autonomia.
Uscire dalla NATO non è una passeggiata
Questo significa una cosa precisa: l’uscita dalla NATO deve smettere di essere una parola d’ordine populista e diventare un percorso politico. La differenza è decisiva. Lo slogan serve a segnalare una posizione. Il percorso serve a produrre potenza. Dire “fuori dalla NATO” senza eserciti europei, senza industria militare integrata, senza comando comune, senza autonomia energetica, senza intelligence condivisa, senza capacità nucleare e tecnologica continentale significa passare dalla dipendenza alla nudità strategica. Sarebbe irresponsabile. Ma restare dentro la NATO come se nulla stesse accadendo sarebbe ancora peggio: significherebbe rassegnarsi a essere la provincia armata di un impero che ormai ci considera sacrificabili.
La direzione giusta è un’altra: costruire una transizione. Un’uscita europea dalla NATO non può essere un salto nel buio, ma deve diventare un cantiere. Prima si definisce una dottrina comune di difesa continentale. Poi si integrano le industrie strategiche. Poi si crea un comando europeo effettivo. Poi si costruisce una capacità autonoma nel Mediterraneo, nel Baltico, nel Mar Nero, nei Balcani e in Africa. Poi si rinegozia la presenza americana base per base, funzione per funzione, territorio per territorio. Alla fine, quando l’Europa avrà mezzi sufficienti, l’Alleanza Atlantica potrà essere superata da una nuova architettura: non più il continente come retrovia dell’impero americano, ma l’Europa come soggetto sovrano.
L’Italia ha un ruolo centrale
Questo passaggio riguarda in modo particolare l’Italia. La nostra posizione geografica ci colloca al centro del Mediterraneo, tra Nord Africa, Medio Oriente, Balcani e rotte energetiche. Eppure continuiamo a pensare la nostra sicurezza come una funzione delegata. Sigonella, Aviano, Camp Darby, Napoli, Gaeta e le altre infrastrutture americane non sono solo installazioni militari: sono il simbolo concreto di una sovranità incompiuta. Per decenni abbiamo accettato questa condizione in cambio di protezione e stabilità. Ora la stessa potenza protettrice ci dice che quella protezione può essere ridiscussa, sospesa, usata come arma diplomatica. Perfetto. Allora ridiscutiamola davvero.
L’Italia dovrebbe essere tra i primi Paesi a proporre una conferenza europea sulla revisione dell’architettura atlantica. Non per fare teatro antiamericano, ma per aprire una fase nuova. Bisogna stabilire tempi, costi, investimenti, responsabilità. Bisogna dire agli italiani che l’autonomia non è gratis. Che una difesa nazionale ed europea costa. Che la sovranità richiede industrie, tecnici, soldati, infrastrutture, sacrifici, classi dirigenti. Che emanciparsi dagli Stati Uniti significa smettere di vivere nella comodità del protettorato. Ma proprio qui sta il lato positivo: per la prima volta dopo decenni, l’Europa può tornare a pensarsi come soggetto storico e non come spazio amministrato.
L’Europa riprenda il controllo
La Germania risponde a Trump parlando di “minacce grossolane”. Ha ragione solo in parte. Quelle di Trump sono minacce, certo. Ma sono anche il rumore della storia che torna a bussare. Berlino, Roma e Madrid possono scegliere la reazione debole, quella del funzionario spaventato che spera nel ritorno alla normalità. Oppure possono scegliere la reazione forte: prendere atto che la normalità atlantica è finita e che il continente deve prepararsi a reggere il proprio destino. La seconda strada è più difficile, ma è l’unica degna di una civiltà che voglia ancora esistere.
Anche il dossier ucraino lo dimostra. Trump rimprovera agli europei di aver creato un “disastro” in Ucraina e di aver lasciato agli Stati Uniti il peso maggiore del sostegno. La frase è interessata, parziale, strumentale. Ma contiene un elemento reale: una guerra combattuta sul suolo europeo, ai confini orientali del continente, non può dipendere in modo decisivo dalla volontà elettorale americana. Se domani un presidente degli Stati Uniti cambia linea, l’intera sicurezza europea entra in crisi. Questo non è accettabile. L’Ucraina riguarda l’Europa. La sicurezza del Mar Nero riguarda l’Europa. La difesa dei confini orientali riguarda l’Europa. E proprio per questo l’Europa deve dotarsi dei mezzi per decidere, sostenere, trattare e combattere senza aspettare il permesso di Washington.
Non lamentarsi ma accelerare
Qui si apre il punto politico più importante. L’emancipazione europea non coincide con l’antiamericanismo. Gli Stati Uniti fanno il loro mestiere: difendono se stessi. Ora tocca a noi fare il nostro. L’errore degli atlantisti è pensare che la fedeltà a Washington possa sostituire la politica. L’errore dei sovranisti da salotto è pensare che basti rompere con Washington per diventare sovrani. In mezzo c’è la strada seria: costruire potenza, passo dopo passo, con una direzione limpida. L’obiettivo finale deve essere il superamento della NATO come struttura di comando sull’Europa. Il mezzo deve essere la nascita di una difesa europea autonoma. Il metodo deve essere graduale, ma la volontà deve essere netta.
Per questo la minaccia di Trump non va accolta con panico. Va accolta con lucidità e persino con ottimismo. Perché ogni impero, quando comincia a trattare i suoi protettorati come un peso, apre uno spazio di libertà. Sta ai protettorati decidere se restare tali o diventare soggetti. L’Europa ha davanti a sé un’occasione rara: trasformare il ricatto americano nel primo passo di una liberazione politica. Anticipare il disimpegno statunitense, pianificare l’autonomia strategica, rinegoziare la presenza militare americana, costruire una forza continentale, uscire progressivamente dalla NATO. Questa è la traiettoria. Il tempo delle lamentele è finito. Trump ha aperto la porta. Ora l’Europa deve attraversarla. Non per isolarsi, non per sognare neutralismi impossibili, non per rifugiarsi nei nazionalismi impotenti del secolo scorso, ma per tornare a essere ciò che la sua storia le impone: una potenza.
Sergio Filacchioni