Home » La Groenlandia non è in vendita: il bluff immobiliare di Trump

La Groenlandia non è in vendita: il bluff immobiliare di Trump

by Tony Fabrizio
0 commento
Trump Groenlandia

Roma, 15 gen – Chiariamo una cosa subito: la dichiarazione di Donald Trump “con le buone o con le cattive” a proposito del capriccio groenlandese non ha alcun corrispettivo nella nostrana massima “con l’amore se è possibile, con la forza se è necessario”. Lo diciamo per chi si ostina a cercare affinità, parallelismi o addirittura profonde interpretazioni. Non ce ne sono. Nemmeno una protuberanza. Esiste un italian style che ha fatto scuola e i tentativi di imitazione restano quello che sono: falsi d’autore, cinesaglie geopolitiche della peggior specie.

Trump e le pretese sulla Groenlandia

Per questo non vale nemmeno la pena scomodare il diritto internazionale. Primo, perché l’unico atto giuridico davvero fondativo dell’ordine postbellico – Norimberga – è nato già morto nella sua applicazione universale. Secondo, perché Trump, quando agisce davvero, non lo fa mai in quei termini. In Venezuela, ad esempio, non c’è stata alcuna “guerra”: solo un atto di polizia internazionale mal riuscito. Il regime non è caduto, non ci sono state elezioni libere, il narcotraffico non è cessato e non cesserà certo con l’arresto di Maduro, ammesso che sia davvero possibile arrestare un capo di Stato a casa sua con una “semplice” operazione speciale di poche ore e senza pagare un prezzo politico enorme. La Groenlandia è un’altra cosa. Per annetterla, Trump dovrebbe compiere un atto di guerra vero e proprio, contro un alleato NATO, trovando un casus belli credibile e una maggioranza del Congresso favorevole. Ma il Congresso si è già mosso in direzione opposta. Un’azione del genere sarebbe illogica oltre che ridicola e segnerebbe la fine dell’Alleanza atlantica. Solo Putin sa cosa è servito per rianimare un carrozzone inerte come la NATO dopo anni di assenza di guerre reali.

L’importanza di spararla grossa

Eppure il punto non è questo. Se molti ricordano il passato da agente del KGB del presidente russo, in pochi ricordano che Putin è anche il re degli immobiliaristi di Stato: uno che ha fatto del territorio, delle risorse e delle infrastrutture un patrimonio da gestire e mettere a rendita. Ed è proprio lì che si trova la chiave di lettura dell’azzardo groenlandese. Trump viene dal real estate, non dalla geopolitica classica. E nel mondo immobiliare esiste una tattica elementare: sparare una richiesta assurda per rendere accettabile quella successiva. Chiedere l’annessione della Groenlandia, territorio sovrano sotto la corona danese, è l’equivalente geopolitico di questa tecnica. Grattando sotto le minacce di annessione e i post bellicosi sui social emerge una realtà molto più concreta: non la bandiera a stelle e strisce che garrisce a Nuuk, ma nuove concessioni economiche e militari. Diritti di estrazione per terre rare e minerali, qualche villaggio in più di soldiers statunitensi oltre alla già esistente base di Pituffik, il tutto a carico di Copenaghen, come già avviene in Italia con Aviano o Pozzuoli.

La Groenlandia è al centro di una grande gioco

C’è poi la questione artica. La calotta polare che si scioglie fa gola per il controllo della futura Via della Seta Polare, ma i ghiacci sono ancora troppo spessi perché l’estrazione sia economicamente sostenibile. I costi superano i ricavi. Una simile “impresa” oggi non conviene nemmeno all’Europa, che infatti si muove con prudenza: Macron ha aperto un’ambasciata tra i ghiacci – e con tutti i suoi problemi interni resta uno dei pochi leader europei con una visione di politica estera – mentre la Germania finge di non vedere il problema, forse perché affrontarlo significherebbe riaprire il discorso dello spazio vitale, con tutti gli orologi della storia da rimettere indietro di quasi un secolo. C’è infine un dato che da solo basterebbe a chiudere la questione: circa l’85% della popolazione groenlandese rifiuta categoricamente l’unione agli Stati Uniti. Che farebbe allora Trump? Inciterebbe a una rivolta come altrove, salvo poi scoprire che, come gli iraniani, anche i groenlandesi combatterebbero per sé stessi? Un’annessione unilaterale violerebbe ogni trattato moderno e lo stesso Segretario di Stato Marco Rubio, pur sostenendo la linea presidenziale, ha ammesso in contesti riservati che l’obiettivo è una trattativa economica, non un’azione di forza.

Trump rinegozia i rapporti di forza

Al di là delle cifre iperboliche che circolano – trilioni di dollari – il premier groenlandese Múte Egede è stato chiaro: “Non siamo in vendita”. E anche se lo fossero, mantenere il sistema di welfare e modernizzare le infrastrutture richiederebbe investimenti che il Congresso difficilmente approverebbe, con un’opinione pubblica americana largamente contraria all’uso della forza per questa causa. Allora a che gioco sta giocando Trump? Alla sua diplomazia transazionale. Una minaccia estrema per smuovere lo status quo e ottenere un accordo più modesto ma utile, da rivendere poi agli elettori come la “vittoria del secolo”. Trump non annette territori: rinegozia rapporti di forza. E, come ogni buon immobiliarista, fa sembrare un compromesso un trionfo storico.

Tony Fabrizio

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati