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La realtà nascosta della Repubblica: l’eredità fascista che va riconosciuta

by Tony Fabrizio
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Roma, 2 giu – Diciamoci la verità, una volta tanto. Senza i fumi dell’incenso istituzionale, senza le fanfare di ordinanza e senza quel finto patriottismo da parata che dura il tempo di un sorso di spumante tiepido nei giardini del Quirinale. La festa della Repubblica Italiana del 2 giugno agli italiani non è mai entrata veramente nell’animo. Punto.


Per il cittadino medio non è il compleanno della Patria, ma solo il primo weekend lungo che profuma di crema solare e autostrada intasata. Una Nazione senza una vera festa di fondazione condivisa è una Nazione malata di amnesia selettiva. La memoria del 2 giugno, se ci fate caso, non sta nella testa degli italiani, sta nella loro coda. Coda di paglia, s’intende. Perché un viaggio serio, spietato, una radiografia senza contrasto e senza scont(r)i ideologici su come sia nata davvero questa benedetta Repubblica non abbiamo mai avuto il coraggio di farlo. E allora firmiamo un po’ di eresie storiche, di quelle che fanno venire l’orticaria ai custodi del politicamente corretto.

La Repubblica e la macchina che non si è mai fermata


La prima eresia è che tra lo Stato Fascista e la Repubblica italiana non ci sia stata alcuna frattura drammatica, ma una solidissima, granitica continuità. La vulgata ufficiale ci racconta la favoletta della tabula rasa, del Grande Reset del 1946. Balle. L’apparato dello Stato – la spina dorsale della Nazione – ha retto all’urto formidabile di un regime che crollava, di una guerra mondiale catastrofica e di una guerra civile sanguinosa per un solo motivo: perché è rimasto esattamente lo stesso. Una continuità assoluta di uomini, codici, strutture e burocrazia. Se ne accorse per primo Palmiro Togliatti, che da Guardasigilli si guardò bene dal fare una rivoluzione bolscevica! Anzi, firmò – democraticamente – l’amnistia per gli ex fascisti, mantenne in vigore il Codice Rocco (fascista) e blindò i Patti Lateranensi. E dall’altra parte, Alcide De Gasperi fece lo stesso, piazzando le fondamenta della democrazia sugli uomini, sulle leggi e sull’etica dell’ancien régime. Magistrati, prefetti, poliziotti, professori universitari, alti dirigenti del parastato e dell’economia pubblica erano gli stessi di prima.


Se l’Italia non è sbracata nel dopoguerra, lo dobbiamo a quel ceto pubblico educato al senso dello Stato, al decoro delle istituzioni e al dovere. E quando quegli uomini non erano fascisti pure dopo, erano monarchici o conservatori d’acciaio tutti formatisi alla scuola del fascismo. Persino la Costituzione, se stringiamo il brodo e togliamo il maquillage antifascista, ha trasferito nel linguaggio democratico concetti sociali e nazionali – la centralità del lavoro, la previdenza, la tutela della famiglia – che avevano esattamente quell’origine lì. Perché lo Stato italiano, che vi piaccia o no, si è nazionalizzato e radicato nel popolo tra l’interventismo della Grande Guerra, dove davvero è nata la Patria, e nei fatti della Seconda. Lì si sono fatte le grandi opere, lì sono nati i sistemi sociali moderni.

Certo, i tuttologi moderni, dai loro attici in zona Ztl, parleranno di errori disastrosi, di fine delle libertà, della folle avventura bellica ma non si accorgono che stanno tentando di spiegarsi la storia di ottant’anni prima, ottant’anni dopo, comodamente, senza esserne coinvolti e senza tenere conto che la storia non si fa con i sentimentalismi, ma si fa con i fatti.


L’avanguardia di Salò e il segreto nell’urna


E qui la seconda eresia, quella che a scriverla oggi fa rischiare il linciaggio mediatico: l’idea repubblicana, nell’Italia del Novecento, è stata un’avanguardia fieramente fascista. Quando l’8 settembre il Re scappava a Brindisi lasciando l’esercito allo sbando e la Nazione umiliata, fu nell’esperienza tragica – nel senso greco del termine di sacrificio, di sacrum facere – e crepuscolare della Repubblica Sociale Italiana che si tese l’arco verso il futuro istituzionale. A Salò, pur nel fango di una guerra perduta, si consumò la rottura definitiva con i compromessi monarchici e conservatori. Nacque lì un’istanza repubblicana e sociale, una spinta alla socializzazione che parlava la lingua del futuro e dello Stato d’avanguardia.


Ecco perché il 2 giugno del 1946 accadde l’innominabile. Nel segreto dell’urna, il voto di migliaia di (ex?) fascisti e reduci fu l’ago della bilancia. Votarono in massa contro il “Savoia traditore”, vendicando l’8 settembre nel nome di quell’ideale repubblicano che avevano professato fino a pochi mesi prima. Guardiamoci negli occhi e diciamoci se questo è falso. Non è falso, è solo maledettamente sconveniente da ammettere. Ma ottant’anni dopo sono un tempo maturo per preferire una cruda verità a una menzogna stracotta.


Il grande declino: dallo stato allo statalismo


Il dramma vero è il dopo. Nei decenni successivi abbiamo vissuto di rendita, consumando l’inerzia di quello spirito pubblico. Finché è durata quella generazione (nata e formatasi fascista), la scuola, i ministeri e i tribunali hanno tenuto botta. Poi, il vuoto. Negli ultimi quarant’anni non c’è stata una sola vera riforma degli apparati, solo accrocchi, pezze e storture. È cresciuto lo statalismo più becero, clientelare e parassitario, proprio mentre crollava verticalmente il senso dello Stato. Abbiamo moltiplicato i servizi per coprire i disservizi, abbiamo fatto esplodere la corruzione e il malaffare, abbiamo gonfiato il tenore di vita materiale della società civile lasciando però che la Repubblica marcisse dentro. In parole povere: oggi gli italiani vivono decisamente meglio, ma l’Italia come entità morale e sovrana sta decisamente peggio. Non c’è più lo stato sociale, ma abbiamo la Repubblica dei bonus per tutto. Siamo arrivati a ottant’anni da quei giorni. La democrazia è consolidata, nessuno vuole rimetterla in discussione, e la Repubblica è un dato di fatto. Ma le liturgie ipocrite, i processi alle intenzioni della storia e i piagnistei del 25 aprile e del 2 giugno hanno francamente stancato.

L’ombra (e la luce su) dei brogli e la verità sulla Repubblica

Al di là dei brogli circa schede bianche, nulle e contestate, il numero delle schede da votare – oltre alla forma di governo, si votava anche per la costituzione dell’Assemblea Costituente, l’errore degli Uffici che conteggiarono solo le schede valide in luogo di tutte quelle votate, venne considerato votante non chi si recava al seggio, ritirava la scheda e si recava nell’urna uscendone per consegnare la scheda votata, ma solo chi aveva espresso un voto valido – nella fretta di proclamare il vincitore, non si tenne conto dei ricorsi provenienti dalla provincia di Bolzano e dalla XII Circoscrizione (Venezia-Giulia) che vennero escluse dalla consultazione.

Laddove, però, si consuma la lotta tra loschi interessi e il giuramento di Fede, tra uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà fu sulla Costituzione. È noto, ma se ne parla poco e chissà perché che nell’immediato dopoguerra i rapporti tra fascisti e vertici di punta dell’antifascismo non furono solo conflittuali. Vi furono contatti tra i vertici della Repubblica Sociale di Salò e esponenti di spicco del socialismo e del comunismo per far convergere sulla Repubblica i voti degli uomini di Salò. Cosa che avvenne soprattutto perché Mussolini che era un visionario – e che a guerra finita si fosse tenuto il referendum lo sapeva fin dal giugno del 1944 – aveva già detto ai suoi di schierarsi per la Repubblica e di sostenere il Partito socialista di Pietro Nenni. Di qui, la famosa ed equivocata amnistia Togliatti che è da intendersi come un patto tra fascisti e antifascisti in funzione antimonarchica. Tale tesi è avvalorata dalla disparità delle condizioni riservate ai Savoia e quelle ai capi del fascismo: sequestro dei beni ed esilio per i discendenti presenti e futuri per la casa reale e divieto di fare politica per un quinquennio degli esponenti di spicco del Fascismo. Dopo questo, e dopo aver letto la parte del Dettato relativa alle politiche del lavoro, continuare a blaterare che la Costituzione è antifascista significa ammettere di volere essere degli asini volontari, cronici e irrecuperabili.

E, allora, sì, si può pure continuare a cantare “tanti auguri” alla repubblica con la stessa valenza di Bella ciao e proporre di fare sfilare i Sindaci piuttosto che rom e sinti e non perdere l’occasione per sputare veleno sui militari che il 2 giugno ormai tirano solo a lucido i galloni, senza capire che i tempi sono maturi anche per dire “basta” con la celebrazioni di vuota retorica, ma è tempo di ritrovare l’orgoglio di appartenere alla Nazione, la serietà del dovere e la fine della finzione di ritagliarsi obtorto collo un posto in quella Patria a cui sono stati sempre orgogliosi di non appartenere.

Tony Fabrizio

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