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Zerocalcare, la contraddizione irrisolvibile: l’antagonista alla prova del mercato reale

by La Redazione
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Zerocalcare Due Spicci

Roma, 1 giu – C’è un momento in cui la contraddizione smette di essere un tema narrativo e diventa un problema concreto. Per Michele Rech, in arte Zerocalcare, quel momento potrebbe essere arrivato con l’uscita di Due Spicci, la sua terza serie animata su Netflix, disponibile dal 27 maggio scorso. La serie — otto episodi, circa 400 collaboratori impiegati, tre milioni di euro di tax credit dal ministero della Cultura — ha come filo conduttore la denuncia della precarietà e dello sfruttamento del lavoro. Un tema che Zerocalcare conosce bene, o almeno così ha sempre lasciato intendere.

Pochi giorni dopo il lancio, però, al sindacato Unita sono cominciati ad arrivare messaggi di tecnici e animatori che raccontavano una storia diversa: compensi fino a sei euro lordi l’ora, inquadramenti come partite IVA in contesti di fatto assimilabili al lavoro dipendente, carichi cresciuti nel corso della produzione senza adeguamento dei compensi. La casa produttrice, Movimenti Production, ha smentito tutto con fermezza, parlando di ricostruzioni false e diffamatorie, e ha inviato diffide ai creator che avevano trattato l’argomento sui social. Il sindacato Unita ha rimosso le proprie segnalazioni. Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, invece, ha presentato un’interrogazione al ministero del Lavoro.

Una tegola sindacale per Zerocalcare e la sua nuova serie Netflix

Per capire perché questa vicenda colpisce in modo così particolare, bisogna partire da come funziona l’opera di Zerocalcare — non da oggi, ma strutturalmente. Il suo dispositivo narrativo è costruito sulla messa in scena della contraddizione. Il personaggio dell’Armadillo, coscienza critica del protagonista, esiste precisamente per questo: formulare il giudizio che l’io narrante non riesce o non vuole pronunciare su se stesso. È un meccanismo elegante, che permette di dire e non dire, di accusare e assolversi nel giro di una vignetta. La consapevolezza della propria incoerenza sostituisce il tentativo di risolverla. L’ironia diventa la clausola di riserva che solleva dall’onere di coincidere davvero con ciò che si afferma. Questo non è un difetto estetico — è probabilmente la ragione del suo indiscutibile successo commerciale. Zerocalcare parla a una generazione che ha imparato a diffidare delle posizioni nette, che vive le proprie contraddizioni come condizione normale e le narra con autoironia perché è l’unico modo per renderle sopportabili. L’antagonismo che propone non è quello di chi vuole davvero vincere — la vittoria implicherebbe scelte, rinunce, responsabilità concrete. È piuttosto l’antagonismo di chi occupa uno spazio critico senza doverlo mai mettere alla prova. Funziona finché rimane narrativa. Quando diventa gestione di una produzione da 400 persone finanziata con soldi pubblici, le regole cambiano.

Un imbarazzo che viene dal suo stesso mondo

C’è un precedente recente che vale la pena ricordare, perché dice qualcosa di preciso sul posto che Zerocalcare occupa nell’ecosistema culturale. Lo scorso novembre, a Lucca Comics, Zerocalcare aveva incontrato Hideo Kojima e gli aveva porto una copia di Kobane Calling, la sua graphic novel sulla resistenza curda. La foto dell’incontro era finita sui social. Poche ore dopo, Kojima Productions aveva pubblicato un comunicato ufficiale per precisare che non esisteva alcuna relazione personale o professionale tra i due, che l’immagine era stata scattata dopo una presentazione casuale e che né Kojima né il suo team intendevano esprimere accordo con le opere o le posizioni politiche di Zerocalcare. Il motivo era semplice: la Turchia — mercato da ottanta milioni di consumatori — considera le milizie curde un’organizzazione terroristica, e Kojima non aveva nessuna intenzione di essere associato a quel simbolismo. Per la prima volta, Zerocalcare si era trovato nella posizione di chi viene tenuto a distanza, di cui ci si deve sfilare, del nome che un interlocutore globale preferisce non portarsi dietro. Non l’accusatore, ma l’elemento scomodo. La vicenda di Due Spicci riecheggia quella posizione in modo più bruciante, perché stavolta l’imbarazzo non viene dall’esterno — da un mercato straniero, da logiche geopolitiche lontane — ma dall’interno della stessa cultura che Zerocalcare rappresenta. Sono i lavoratori del settore dell’animazione, il precariato creativo che la serie intende difendere, a formulare le accuse più difficili da gestire con una battuta.

Zerocalcare, la contraddizione fatta persona

Resta aperta, e onestà vuole dire ammetterlo chiaramente, la questione fattuale: le segnalazioni sono anonime, la produzione le ha negate, l’interrogazione parlamentare è appena stata presentata. Non c’è ancora nessuna sentenza, e sarebbe scorretto anticiparla. Ma il punto più interessante di questa vicenda non è giuridico. È esattamente quel meccanismo che rende l’opera di Zerocalcare così popolare: la possibilità di stare dalla parte giusta senza doversi mai misurare con le conseguenze concrete di quello stare. Quando la contraddizione non è più una figura retorica ma una denuncia sindacale, l’Armadillo non ha battute pronte. Non si tratta di chiedere a Zerocalcare di essere il garante morale di ogni aspetto della filiera produttiva della propria opera — sarebbe una pretesa sproporzionata. Si tratta di osservare che il capitale simbolico costruito su anni di denuncia del precariato rende questa vicenda, vera o falsa che sia nelle sue dimensioni, strutturalmente impossibile da assorbire con la consueta autoironia. La contraddizione te devasta.

Vincenzo Monti

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