Roma, 1 giu – Pochi giorni fa a Memmingen, cittadina di poco meno di cinquantamila abitanti situata nel Land tedesco della Baviera, il ritrovamento del corpo del quattordicenne Jermaine B. — scomparso il 2 maggio — ha profondamente scosso la comunità locale. Una vicenda che non ha avuto particolare risalto mediatico a livello nazionale in Germania e che, in Italia, non ha ricevuto la benché minima attenzione.
A Memmingen l’ennesimo capitolo dell’immigrazione assassina
Il corpo è stato ritrovato in un edificio abbandonato nei pressi della stazione ferroviaria della città. Secondo quanto riferito dalle autorità tedesche e ricostruito da diverse testate, il ragazzo sarebbe stato vittima di un omicidio particolarmente brutale: l’autopsia ha confermato la presenza di gravi lesioni al collo, compatibili con una violenta aggressione, tali da lasciare la testa quasi mozzata. Nel mirino della polizia tedesca è finito Qais Saleh, trentasettenne nato in Cisgiordania, richiedente asilo respinto ma ancora presente sul territorio nazionale grazie a un permesso di soggiorno temporaneamente tollerato, la cosiddetta Duldung. L’uomo è morto poche ore dopo il ritrovamento del corpo della vittima durante un intervento di polizia. Secondo la Procura locale e la polizia bavarese, Saleh avrebbe aggredito gli agenti con un coltello durante il tentativo di arresto.
Saleh era arrivato in Europa nel 2017, passando per la Grecia, per poi richiedere asilo nei Paesi Bassi e in Belgio, dove le sue domande vennero respinte. Nel dicembre 2020 aveva raggiunto la Germania. Anche qui la domanda d’asilo è stata definitivamente rigettata due anni dopo il suo ingresso nel Paese dal Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, decisione poi confermata dal tribunale amministrativo di Augusta. Dal settembre successivo Saleh risultava formalmente obbligato a lasciare il Paese. Tuttavia, come spiegato dalla Regierung von Schwaben, l’espulsione non è mai stata eseguita perché l’uomo era privo di passaporto e la sua nazionalità non risultava pienamente accertata. Nel frattempo, aveva ottenuto più proroghe del permesso di soggiorno temporaneo, l’ultima delle quali concessa il 18 febbraio scorso per altri tre mesi. Durante la sua permanenza in Germania, Saleh era già finito all’attenzione delle autorità ed era stato condannato due volte, per danneggiamento e soggiorno illegale. Per quanto riguarda il caso di Memmingen, le indagini sono ancora allo stadio iniziale, ma la Procura non esclude che l’uomo conoscesse direttamente la famiglia della vittima.
La remigrazione è un istanza storica non più rimandabile
Da Lola Daviet a Tommie Lindh, passando per i fatti di Modena, fino al caso di Memmingen: la cronaca europea continua a restituire episodi in cui un’intera comunità viene devastata da gesti di violenza estrema, spesso liquidati come casi isolati, tragedie inspiegabili o semplici falle amministrative. Eppure, proprio qui si delinea il confine politico e spirituale tra chi pretende sicurezza e continuità per il proprio popolo e chi preferisce giustificare, minimizzare, deviare il discorso, pur di non mettere in discussione la narrativa immigrazionista che ha trasformato l’Europa in un laboratorio permanente di disgregazione sociale. Puntualmente, una parte del sistema mediatico e della sinistra — istituzionale e non — si muove secondo un copione ormai prevedibile: sterilizzare il fatto, isolarlo dal contesto, impedire ogni lettura politica, trasformare la vittima in un dettaglio e l’assassino in un problema gestionale. Se il responsabile è uno straniero irregolare, un richiedente asilo respinto, un soggetto già noto alle autorità, allora la colpa non sarebbe mai del modello migratorio, ma della mancata integrazione, della solitudine, dell’esclusione, della società che “non accoglie abbastanza”. La realtà viene così capovolta: non è il sistema immigrazionista a produrre insicurezza, ma sarebbero i cittadini europei, con la loro richiesta di ordine, confine e giustizia, a creare il problema.
Il silenzio mediatico, o peggio ancora gli articoli superficiali e giustificazionisti, rendono il quadro ancora più chiaro. Si teme l’avanzata dei movimenti identitari europei, capaci di portare nel dibattito pubblico istanze radicalmente opposte al globalismo e all’immigrazionismo. Si teme che la cronaca nera, letta insieme ai dati ufficiali su welfare, criminalità, irregolarità e fallimento delle politiche di asilo, faccia crollare il castello retorico costruito negli ultimi decenni. Per questo certi fatti vengono raccontati il meno possibile, e quando vengono raccontati vengono subito neutralizzati. Perché basterebbe dire la verità nuda e cruda — senza filtri ideologici, senza pietismi selettivi, senza l’obbligo morale di salvare sempre e comunque il dogma dell’accoglienza — per rendere evidente ciò che milioni di europei hanno già compreso sulla propria pelle: la remigrazione e la riconquista non sono slogan estremi, ma istanze storiche non più rimandabili.
Matteo Demuro