Roma, 7 dic – La nuova Strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti non è un documento tecnico come quelli che, negli anni passati, definivano obiettivi e minacce con linguaggio neutro. Gli USA fanno una diagnosi politica dell’Europa, sorprendentemente vicina a valutazioni che circolano da tempo nei movimenti nazionalisti e sovranisti del Vecchio Continente.
Gli USA pubblicano una nuova dottrina strategica
Washington denuncia la stagnazione economica, l’erosione della demografia, la perdita di autostima nazionale e culturale, la burocratizzazione delle istituzioni transnazionali e il rischio, esplicitamente definito, di “cancellazione della civiltà”. È un linguaggio che fino a ieri era confinato nei discorsi di chi contestava Maastricht, Bruxelles, la Commissione e l’idea stessa di una governance sovranazionale europea. La svolta sta nel soggetto che ora se ne fa portatore. Quando gli stessi concetti vengono formalizzati dalla Casa Bianca, non come polemica ma come priorità di sicurezza, è evidente che qualcosa è cambiato. La lettura americana non si limita a criticare l’UE: pone un obiettivo. Restituire capacità decisionale agli Stati membri, stimolare la rinascita di governi “patriottici”, promuovere una diplomazia fondata su sovranità, identità, controllo delle frontiere e libertà di espressione nazionale. In altri tempi sarebbe stato considerato interferenza ideologica; oggi è strategia di equilibrio globale.
Convergenza più che coincidenza
Ma la convergenza non va confusa con coincidenza di interessi. Il documento americano individua un rischio che in Europa raramente viene enunciato apertamente: un’Unione sempre più costruita come ente regolatorio, moralmente pedagogico e politicamente opaco, sottratto alla responsabilità diretta dei popoli, produce paralisi e dipendenza. La dipendenza, però, è la chiave del discorso. Non si tratta di “abolire l’UE”, come un Elon Musk può permettersi di scrivere sui social per provocazione. La dottrina di Washington è meno spettacolare e più concreta: impedire che l’Europa diventi un polo autonomo, capace di negoziare con Pechino e con Mosca su un piano di pari dignità. Nel lungo periodo, infatti, quello americano è più un progetto di contenimento che una “primavera dei popoli”. Gli Stati Uniti chiedono agli europei di riprendere in mano le proprie identità, non perché credano nella rinascita culturale del continente, ma perché una pluralità di Stati nazionali, rivalità moderate e governi “patriottici” sono più gestibili, più contrattabili e meno suscettibili di diventare blocco unico. L’alternativa a Bruxelles, nel disegno strategico americano, non è l’Europa politica, ma una costellazione in cui ogni capitale dialoga con Washington evitando che il continente si organizzi secondo logiche proprie. Da questo punto di vista, Washington non vuole un’Europa più forte: vuole un’Europa più divisa. È esattamente il modello di ordine europeo rivendicato dal Cremlino sin dal 2014.
L’indizio della difesa
La virata retorica della strategia americana trova un corrispettivo pratico nella recente richiesta del Pentagono: entro il 2027 — secondo quanto rilanciato da Reuters — i paesi europei dovrebbero assumere “la maggior parte delle responsabilità per la difesa convenzionale dell’Alleanza, compresa l’intelligence e la capacità missilistica”. Se l’Europa non dovesse rispettare la scadenza, gli USA avvertono che potrebbero ritirarsi da alcuni meccanismi di coordinamento difensivo. Questo obiettivo, in convergenza con la strategia pubblicata dalla Casa Bianca, impone una riflessione che vada oltre la semplice lettura di esternazioni anti-Ue. Impone la trasformazione concreta del paradigma della sicurezza europea: non basta dichiarare identità e sovranità, occorre investire in industrie della difesa, logistica, infrastrutture, comandi, addestramento, capacità d’intelligence — settori nei quali molti Stati europei stanno cominciando a tornare operativi. Molti analisti segnalano che sostituire l’apporto statunitense richiederebbe decine di nuove brigate, centinaia di migliaia di soldati, migliaia di mezzi corazzati e munizioni. Quindi l’unico modo per assecondare un’uscita controllata dalla NATO è rafforzare la difesa comune europea.
Il rischio politico per l’Europa
Un rischio politico è evidente e balza agli occhi. Nel momento in cui la critica al tecnocratismo europeo e alla deriva moral-progressista di Bruxelles viene sdoganata dalle stesse istituzioni che da decenni garantiscono il quadro della sicurezza occidentale, la retorica sovranista rischia di trasformarsi in strumento di un riequilibrio globale che nulla ha a che vedere con l’autodeterminazione nazionale o europea. Un nazionalismo europeo serio – quello che vede l’Europa come possibilità storica, non come conglomerato amministrativo – non può permettersi di confondere il risultato con l’intenzione. L’interesse degli Stati Uniti è pragmatico: chiudere il fronte ucraino con una transazione stabile, evitare che Berlino e Parigi cerchino un ruolo autonomo nel condominio russo-americano in gestazione, controllare gli sbocchi commerciali europei in ambito energetico e tecnologico, e mantenere in Europa una presenza abbastanza visibile da fermare la Cina senza dover pagare i costi di un intervento diretto.
Una possibilità reale ma stretta
Una possibilità, però, è reale. Per la prima volta, dopo trent’anni di integrazione calata dall’alto, emerge uno spazio per discutere il punto di partenza: l’Europa come soggetto storico, con un proprio patrimonio politico, culturale e militare. Non l’Europa delle bandiere blu e degli acronimi incomprensibili, ma quella delle economie reali, delle comunità territoriali, delle tradizioni giuridiche e dei corpi intermedi. Questa occasione non deve degenerare in nostalgia dell’“Europa delle nazioni”, concetto spesso usato come riflesso ideologico che oggi rischia di diventare utile proprio alle logiche americane. La vera questione, per chi crede nella rinascita europea, non è tornare agli Stati e basta: è chiedersi se sia possibile generare una classe dirigente capace di assumersi responsabilità storiche, non come comitato elettorale americano in salsa patriottica, ma come attori che difendono un destino proprio.
Occorre essere per l’Europa
Gli Stati Uniti, oggi, parlano della crisi europea con più lucidità di Bruxelles. Ma non bisogna confondere chiarezza diagnostica e coincidenza strategica. La finestra che si apre è stretta e instabile. O l’Europa ritrova un centro di gravità che non sia una Commissione tecnocratica né un protettorato atlantico, oppure rimarrà l’equazione di sempre: campo libero per interessi altrui. Chi parla di identità, sovranità e rinascita non dovrebbe celebrare questa convergenza, ma valutarla per ciò che è: un segnale che il tempo del delegare è finito. Non basta essere contro Bruxelles. Occorre essere, finalmente, per l’Europa.
Sergio Filacchioni