Roma, 7 dic – È un episodio che, da solo, racconta lo stato reale dell’immigrazione in Italia e, soprattutto, le falle clamorose del sistema dei rimpatri. A denunciarlo, con un comunicato duro e dettagliato, è Nicola Franco, presidente del Municipio VI delle Torri di Roma. Secondo quanto riportato, un cittadino nigeriano con oltre trenta denunce all’attivo, precedenti per spaccio, rapina a mano armata, possesso e uso di armi bianche, aggressioni e lesioni a pubblici ufficiali, era stato arrestato a Villaggio Falcone e sottoposto a un nuovo decreto di espulsione, il terzo, firmato dal Questore di Roma Roberto Massucci.
Il caso di Villaggio Falcone a Roma
La procedura sembrava finalmente destinata a concludersi: accompagnamento a Ponte Galeria, il passaggio obbligato prima del rimpatrio, e attesa del volo di rientro. Ma la vicenda ha preso una piega paradossale. Prima dell’ingresso nella struttura, come da prassi, il nigeriano è stato visitato da un medico della Asl di Fiumicino. Quest’ultimo lo ha dichiarato “incompatibile con la detenzione” per presunti problemi di ipertensione, disturbi psichiatrici e incomprensione linguistica. Un certificato sufficiente, di fatto, a bloccare l’esecuzione dell’ordinanza questorile e a rimettere in libertà un soggetto già più volte espulso, arrestato e denunciato. Il presidente Franco definisce l’episodio «gravissimo» e parla di uno «sgarbo istituzionale» che impedisce alla Questura di far rispettare le proprie disposizioni. Il punto è tutto qui: in Italia anche quando lo Stato decide di agire, basta una firma di un medico di base per disinnescare un provvedimento, vanificando mesi di lavoro delle forze dell’ordine. Il risultato? Il nigeriano è tornato immediatamente in libertà ed è stato avvistato a Fiumicino poche ore dopo. Franco non nasconde amarezza e preoccupazione, chiedendo «una riflessione seria del legislatore» e una riforma del sistema dei rimpatri che impedisca simili elusioni burocratiche.
Le polemiche per remigrazione
La denuncia del presidente del Municipio VI arriva peraltro in un momento di tensione politica locale. Franco fa riferimento alle polemiche nate nelle ultime ore per aver concesso la Sala Cinema municipale a un’associazione intenzionata a raccogliere firme per una proposta di legge popolare sulla remigrazione. Un’iniziativa che ha scatenato la reazione del PD locale, accusato dal presidente di «difendere la Carta solo quando gli conviene». Franco rivendica invece la scelta, sostenendo che nel territorio delle Torri «il centrodestra governa perché parla la lingua dei cittadini e difende i loro diritti in un territorio dove la criminalità straniera è una realtà quotidiana». Il caso di Villaggio Falcone, al di là delle polemiche, mette in luce una questione concreta: senza un meccanismo di rimpatrio funzionante, senza norme chiare e senza la possibilità per le forze dell’ordine di far rispettare i decreti di espulsione, il concetto stesso di sicurezza urbana diventa un’illusione. È sufficiente un certificato medico per annullare una procedura giudiziaria, e questo apre interrogativi che non riguardano solo Roma Est, ma l’intero Paese. Perché se tre decreti di espulsione non bastano a rimpatriare un soggetto ritenuto pericoloso, la domanda diventa inevitabile: cosa può ancora funzionare?
Vincenzo Monti