Roma, 20 gen – A più di due anni dai fatti avvenuti davanti al liceo Michelangiolo di Firenze, il procedimento giudiziario che aveva acceso una campagna mediatica nazionale contro Azione Studentesca si chiude senza alcuna condanna. Il tribunale di Firenze ha disposto il proscioglimento di due imputati per mancanza di querela e l’ammissione alla messa alla prova per un terzo, facendo cadere le aggravanti contestate inizialmente. Un epilogo che smonta, sul piano giuridico prima ancora che politico, la narrazione costruita nel febbraio 2023, quando una colluttazione tra studenti fu immediatamente elevata a “caso Paese”, evocando il “ritorno dello squadrismo” e un’emergenza democratica utile più alla propaganda che alla comprensione dei fatti.
Al Michelangiolo di Firenze nessuna azione squadrista
I fatti risalgono al 18 febbraio 2023. Tre studenti del collettivo di sinistra Sum rimasero coinvolti in uno scontro davanti al liceo Michelangiolo, riportando prognosi lievi. Non presentarono querela, né allora né nei mesi successivi, e non si sono costituiti parte civile nel procedimento. Un elemento decisivo sul piano penale, ma sistematicamente rimosso dal dibattito pubblico per oltre due anni. Proprio l’assenza di querela ha infatti portato il tribunale a dichiarare il non luogo a procedere per due imputati. Contestualmente sono cadute le aggravanti per futili motivi e per l’azione di gruppo con la partecipazione di minorenni. Per un terzo imputato è stata disposta la messa alla prova, con attività di volontariato per sei mesi. Il dato è netto: nessuna condanna, nessuna conferma dell’impianto accusatorio che aveva alimentato titoli, servizi televisivi e prese di posizione politiche a senso unico.
Una ricostruzione parziale (fin troppo)
Già nei giorni immediatamente successivi ai fatti, Il Primato Nazionale aveva pubblicato testimonianze e ricostruzioni ignorate dal racconto dominante. Un professore del liceo Michelangiolo, insieme a studenti e genitori, aveva parlato di provocazioni, insulti, strappi di volantini e clima intimidatorio nei confronti dei militanti di Azione Studentesca, presenti davanti alla scuola per un volantinaggio contro scuola digitale e globalizzazione. Elementi sistematicamente esclusi dal racconto mediatico, che ha preferito una lettura binaria e ideologica: aggressori e aggrediti stabiliti a tavolino, responsabilità individuali sostituite dall’appartenenza politica, processo celebrato prima nelle redazioni che nelle aule di tribunale. La sentenza di oggi non nega l’esistenza di uno scontro, ma ridimensiona radicalmente la sua strumentalizzazione. Dimostra che il “caso Michelangiolo” non era un’emergenza democratica, bensì un episodio circoscritto, trasformato artificialmente in simbolo per colpire un’area studentesca e, più in generale, un intero mondo politico e comunitario.
Sulla portata politica della sentenza è intervenuta anche Casaggì Firenze, che ha parlato apertamente di “ignobile strumentalizzazione mediatica della vicenda, balzata agli onori della cronaca nazionale ed europea attraverso accuse infamanti, stigmatizzazioni di massa e sentenze faziose ed unilaterali”. Una definizione che coglie il nodo centrale: per mesi si è assistito a una condanna preventiva, costruita attraverso stigmatizzazioni di massa, accuse infamanti e una narrazione unilaterale, sganciata dalla reale tenuta giuridica dei fatti. Secondo Casaggì, l’obiettivo non è mai stato quello di comprendere davvero la dinamica dell’episodio, ma di colpire un intero mondo politico, in una città descritta come ostaggio di un antifascismo militante incapace di tollerare presenze e posizioni non allineate. Un vero e proprio circo mediatico e televisivo che ha ignorato sistematicamente il contesto, l’assenza di querela e il principio di presunzione d’innocenza, sostituendoli con una sentenza politica già scritta.
Una sentenza già scritta dal tribunale mediatico non si cancella
La decisione del tribunale – due proscioglimenti e una messa alla prova, con aggravanti cadute – difficilmente troverà spazio sulle stesse prime pagine che avevano parlato di “ritorno dello squadrismo”. Ma resta agli atti un fatto semplice: la narrazione costruita nel 2023 non ha retto alla prova del diritto. Ed è proprio questo scarto, tra propaganda e realtà giudiziaria, che il caso Michelangiolo consegna alla cronaca. Non come simbolo di un’emergenza democratica, ma come esempio emblematico di giustizia mediatica preventiva, funzionale a certi centri di potere e incapace, alla fine, di confrontarsi con la realtà.
Sergio Filacchioni