Roma, 20 gen – Ogni fatto di sangue che coinvolge dei giovani diventa, puntualmente, l’occasione per rilanciare la stessa ricetta progressista. Cambiano i nomi, cambiano i luoghi, ma il copione resta immutabile: educazione affettiva, supporto psicologico, scuola come presidio emotivo. Una risposta automatica che precede l’analisi dei fatti e che finisce per sostituirla.
La ricetta unica della sinistra: educazione affettiva
È successo anche dopo l’omicidio di La Spezia. Nel giro di poche ore, il dibattito pubblico è stato incanalato lungo binari già tracciati. Saverio Tommasi, dai suoi canali social, ha parlato di una “macchia indelebile” per il governo colpevole di non introdurre corsi su affettività e sessualità. Su Repubblica, Alberto Pandolfo ha costruito un intervento dal titolo esplicito: Contro la violenza educazione affettiva in classe, presentando la scuola come il luogo chiamato a riparare ciò che la società non saprebbe più governare. Non è un caso isolato, ma un riflesso strutturale. Ogni episodio viene immediatamente tradotto in un problema di competenze emotive, come se la violenza fosse il sintomo di una carenza terapeutica e non l’espressione di un conflitto reale, sociale e culturale. La cronaca diventa pretesto, la soluzione è già pronta prima ancora che le domande vengano poste. Il lessico utilizzato è sempre lo stesso: “prevenzione”, “presa in carico”, “spazi di ascolto”, “accompagnamento”. Parole apparentemente neutre, ma profondamente ideologiche. Perché trasformano un fatto politico e sociale in una questione tecnica, amministrabile, affidata a esperti. In questo schema, non esistono responsabilità, né fratture, né incompatibilità: esistono solo deficit da colmare.
Depoliticizzare il problema
A Genova, l’amministrazione guidata da Silvia Salis ha già iniziato a sperimentare percorsi strutturati di educazione affettiva e supporto psicologico nelle scuole, presentandoli come risposta “moderna” e “civile” al disagio giovanile. Un modello che viene indicato come esempio, come se bastasse replicarlo su scala nazionale per disinnescare fenomeni complessi e radicati. Ma la domanda che nessuno sembra voler porre è un’altra: davvero i giovani italiani vivono in una condizione di analfabetismo affettivo tale da giustificare una rieducazione di massa? Davvero la violenza si combatte costruendo una bolla protettiva di psicologi, mediatori e laboratori scolastici? O siamo di fronte a un’operazione di depoliticizzazione sistematica, che svuota il problema della sua dimensione culturale per renderlo gestibile? C’è poi un nodo che il dibattito progressista evita con particolare cura. In molti di questi episodi, i protagonisti sono giovani stranieri o di seconda generazione. Anche in questo caso, la risposta non cambia: più educazione, più integrazione, più accompagnamento. Ma integrazione a cosa? A quali valori? A quale idea di convivenza? Su questo punto, il silenzio è assordante.
L’educazione affettiva è razzismo implicito?
Perché dietro l’educazione affettiva obbligatoria si nasconde un presupposto che raramente viene esplicitato: l’idea che alcune famiglie – spesso nordafricane o musulmane – non siano in grado di educare. Che non sappiano trasmettere affettività, limiti, rispetto. Che abbiano bisogno dell’intervento correttivo dello Stato. È un paternalismo che finisce per assumere tratti paradossalmente razzisti, perché considera intere comunità come strutturalmente carenti. Eppure esiste un’ipotesi alternativa, molto più scomoda, che viene sistematicamente rimossa dal discorso pubblico: quei genitori sanno perfettamente fare i genitori. Trasmettono valori, regole, modelli di comportamento. Il problema è che quei valori non coincidono con quelli della società che li ospita. Ed è qui che nasce il conflitto, non in una generica mancanza di educazione sentimentale. Riconoscere questo significherebbe ammettere che l’integrazione non è un processo automatico, né pacifico, né garantito. Significherebbe parlare di gerarchie culturali, di norme condivise, di limiti non negoziabili. Molto più semplice, invece, rifugiarsi nel linguaggio della pedagogia e della psicologia, che anestetizza il conflitto e lo rende amministrabile.
L’educazione affettiva non serve a nulla
Educare alle relazioni non è un atto neutro. Significa scegliere un modello antropologico preciso, un’idea di autorità, di responsabilità, di limite. Fingere che sia solo una questione tecnica o sanitaria è una mistificazione. Continuare a rispondere alla violenza con percorsi educativi standardizzati non è segno di civiltà, ma il sintomo di una incapacità strutturale di guardare in faccia il reale.
Sergio Filacchioni