Roma, 19 gen – Nell’agosto del 2015, a Palagonia, il 18enne richiedente asilo ivoriano Mamadou Kamara, ospite del centro di accoglienza di Mineo, si introdusse nella casa dei coniugi Solano. Prima uccise di botte il 68enne Vincenzo e poi violentò la 70enne Mercedes, gettandola dal balcone quando era ancora in vita. In seguito, Kamara tornò al Cara, dove era ospitato dall’8 giugno, dopo il suo sbarco in Italia. Nella sua stanza, gli investigatori rivennero un borsone che conteneva i cellulari, i computer portatili, gli orologi, le macchine fotografiche, una collana d’oro e degli indumenti appartenuti alle vittime. Nel luglio del 2022, è diventata definitiva la condanna all’ergastolo per Mamadou Kamara.

“Non mi sento più una cittadina italiana perché non sono tutelata. Le vittime in questo Paese non sono tutelate ma vengono tutelati solo i carnefici. L’uomo che ha ucciso i miei genitori è stato accolto in Italia, ha fatto quello che ha fatto e ha usufruito del gratuito patrocinio. A me, che è accaduta questa tragedia, non è concesso nulla”, aveva dichiarato Rosita Solano, una delle due figlie di Vincenzo e Mercedes, che oggi porta avanti la sua battaglia come membro del direttivo dell’Unione Nazionale Vittime.
Intervista a Rosita Solano
Innanzitutto Rosita, chi erano i suoi genitori?
I miei genitori erano delle persone umili, riservate, gentili che vivevano tranquilli nella loro casa e nella quale avrebbero voluto trascorrere il resto della vita circondati dagli affetti più cari e dedicandosi ai loro hobby. Mio padre era un uomo tuttofare in casa, si dedicava al suo orticello e amava regalare i frutti genuini raccolti non solo ai familiari ma anche agli amici. Era sempre pronto a dare una mano. Aveva un cuore d’oro. Mia madre, tenera e riservata. Per amore, si era trasferita in Sicilia lasciando i suoi cari, lasciando la città per un paesino. Si era sempre dedicata alla famiglia, a crescere noi due figlie, ai suoi hobby. I miei genitori sono stati emigrati per anni in altro Paese rispettando il luogo che li aveva accolti, che aveva dato loro un lavoro. Hanno sempre rispettato le leggi e l’ambiente dove vivevano, integrandosi.
Ho raccontato diverse storie paragonabili a quella dei suoi genitori, da Pamela Mastropietro a Desirée Mariottini, passando per la piccola Audrey, Iris Setti e Franca Marasco. Cosa non ha funzionato?
Controlli e sicurezza. Tutela dei cittadini. Pene esemplari. Chiunque delinque è sicuro di non ricevere pene esemplari e certe e di delinquere ancora appena usciti dal carcere.

Tutti sapevano, autorità incluse, che il Cara di Mineo fosse una bomba a orologeria pronta a esplodere. Successivamente al brutale assassinio dei suoi genitori, la 26enne Francis Miracle venne accoltellata a morte dal marito maliano Francis Bill e, addirittura, si scoprì che quella struttura era diventata una base logistica della mafia nigeriana. Si arriverà però al luglio del 2019 per la sua chiusura definitiva.
Purtroppo è così. Tutti sapevano. La chiusura del Cara di Mineo è stata dedicata ai miei genitori e voluta da Matteo Salvini. A fine dell’agosto 2015, venne a trovarci, in seguito al tragico accaduto, e ci promise la chiusura definitiva.
Può raccontarci ciò che lei e la sua famiglia avete vissuto dopo quella notte tra il 29 e il 30 agosto del 2015?
Dopo quella notte, le nostre vite sono definitivamente cambiate. Non si vive più. Nulla è come prima. Per me, non c’è e non ci sarà più quella spensieratezza e quella serenità di vivere che si aveva prima della terribile tragedia. Si vive nel timore.
Vi siete sentiti abbandonati dallo Stato italiano. Può spiegare il motivo?
Sin dal 31 agosto 2015, ho urlato, fatto appelli in diretta, sui media, in televisione e sulla carta stampata, a chi ci governava in quel periodo e soprattutto mi sono rivolta al Presidente della Repubblica Mattarella, tutt’oggi in carica. Nessuna risposta è ancora pervenuta. Vittime abbandonate in tutti i sensi. Nessun supporto sanitario e psicologico immediato, nessun aiuto e tutela. In quei momenti, quando tu non capisci più niente, si è travolti da un dolore atroce indescrivibile e da una rabbia che sovrasta i tuoi pensieri perché non riesci a capire il motivo di ciò che è accaduto, devi avere quella lucidità per trovarti un avvocato, rivolgerti a uno psicologo e soprattutto devi mettere mano al portafoglio.
Ma a nessuno interessa se hai la possibilità o meno di affrontare certe spese. In Italia, chi commette reati è tutelato, assistito legalmente con il gratuito patrocinio, vitto e alloggio e tanto altro mentre chi subisce un delitto non conta niente. Non esiste. Sono 10 anni che ripeto sempre le stesse cose e non smetterò di ripeterle. Vittime abbandonate e invisibili. Siamo scomodi. Nessuno si preoccupa di come stiamo mentre tutti si preoccupano del reo. Non esiste un Garante delle vittime dei reati violenti mentre esiste quello per i detenuti. Perché? Vorrei sapere il motivo e vorrei avere delle risposte da chi ci governa, dal nostro Presidente. Vorrei avere la stessa attenzione che la Chiesa ha per i detenuti.
Ora fa parte del direttivo dell’Unione Nazionale Vittime che offre sostegno alle vittime di reati violenti e ai loro familiari. In cosa consiste questo supporto?
Quando ti accadono queste tragedie senti il bisogno di fare qualcosa per gli altri affinché ciò che è accaduto non accada mai più o per lo meno ci provi. Io ho avuto questo pensiero sin da subito. Dovevo fare qualcosa, rendermi utile. Non avrò mai più indietro i miei genitori ma posso fare qualcosa, essere utile a qualcun altro. Faccio parte dell’associazione Unavi, l’Unione Nazionale Vittime, sin dalla sua nascita nel 2017 e successivamente sono entrata a far parte del direttivo.
L’associazione offre supporto psicologico, legale, burocratico alle vittime di reati violenti, a chi ne ha bisogno, a chi, come me, si è trovato all’improvviso a dover affrontare e a doversi districare in un “mondo a parte”, quella nuova realtà nella quale ti trovi catapultato tuo malgrado, così lo definisco. Inoltre, l’Unavi da anni si batte per l’istituzione del Garante delle vittime nazionale, per il supporto psicologico gratuito che rientri nel sistema sanitario nazionale per le vittime di reati violenti e per il sostegno delle spese legali.
Francesca Totolo