
Da parte reazionaria sono note le critiche alla Rivoluzione Francese mosse da Burke, De Maistre e Cortès, per citarne alcuni, tutte centrate su una concezione teologica della politica. Le cose prendono una piega differente con il famoso Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane (1857) del conte Arthur de Gobineau. Nella sua monumentale opera l’autore dispiega una visione regressiva della storia, fondata sull’ammirazione per le civiltà antiche. Secondo il francese la grandezza di una civiltà si esprime in massimo grado nella sua capacità espansiva e di conquista. Al contempo questo apice si associa a una graduale degenerazione, consistente nell’inevitabile mescolamento delle razze e quindi, secondo il de Gobineau, nel loro fatale declino.

Ad essa il filosofo tedesco reagisce agitando il mito del nichilismo attivo, la negazione della negazione che sola può creare le condizioni per una nuova aurora ispirata alla visione del mondo eroica e aristocratica. Il mito del regresso acquista sempre più forza politica, diventa cioè mobilitante in linea con la concezione del sindacalista rivoluzionario Georges Sorel.
«Il mito della decadenza, con Nietzsche e con Evola (la cui filosofia è una metafisica della potenza), è diventato un mito propulsivo, la “formula politica” di ogni costellazione ideologica tentata dal “radicalismo aristocratico”, che aspiri a collocarsi nell’alveo esistenziale del nichilismo politico» (p. 124).
Dalle opere di Nietzsche agli scritti degli autori della Rivoluzione Conservatrice tedesca il passo è breve. Spengler, Jünger, Schmitt, Mann e molti altri, secondo Ingravalle, continuarono nel solco della visione regressiva della storia. Se l’Europa rovina perché si distanzia (non in senso temporale…) sempre più dall’origine fino a rinunciare a se stessa abbracciando idee estranee, unica possibilità di riscossa giace nella potenza della volontà storica.
Il nichilismo attivo si propone nelle sue varie declinazioni la distruzione della Zivilisation occidentale, la negazione radicale dell’umanismo, la fine del capitalismo e della democrazia a favore di una visione militare, comunitaria ed eroica della vita tutta ispirata ai modelli antichi di virtù e vigore. In quest’ottica deve leggersi la visione politica di Evola, il quale individuò nell’inversione dell’ordine politico “normale” il primo passo della decadenza europea. L’ordine gerarchico tripartito (casta sacerdotale, casta guerriera e casta produttiva) crolla col sopravanzare della massa borghese, il cui potere politico è legittimato unicamente dal denaro e non dal rango. Con lo spezzarsi delle funzioni comunitarie, l’impalcatura politica dell’ordine statale si disfa.

«Il nichilismo politico è essenzialmente una posizione anti-occidentale, laddove per Occidente si intenda, sul piano politico concreto, l’insieme delle istituzioni liberal-democratiche e, sul piano dei valori, il pensiero razionale che valorizza la scienza, e il pensiero cristiano che valorizza l’individualità» (p. 66).
Se si può parlare di mito del regresso opposto al mito del progresso, è impossibile però comprenderne la portata da un punto di vista “postmoderno” o che si affidi alle interpretazioni dei distorsori di cultura che si collocano nell’alveo del nichilismo passivo.
Nel momento in cui l’impulso alla vita ascendente si fa nichilismo politico e diventa mobilitazione concreta (ad esempio nei fascismi), emerge tutta la sua portata dirompente rispetto alla concezione lineare della storia. Il calderone in cui convergono gli autori citati da Ingravalle non ha dato vita a una cultura politica del ritorno al passato, ma della rottura epocale. L’origine non è per questi autori un qualcosa a cui bisogna far ritorno, ma un atto volontario di riconoscimento che può sempre emergere nella storia.
Da Eraclito a Nietzsche resta invariato il senso del divenire storico: il conflitto è padre di ogni cosa e da esso sorgono gli ordini politici.
Francesco Boco