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Squadrismo: la rivolta nazionale contro capitale e bolscevismo

by Michele Cucchi
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Squadrismo

Roma, 30 gen – Quando si affronta il periodo del biennio rosso e dello squadrismo, il dibattito storiografico tende spesso a scivolare in interpretazioni semplicistiche. Da un lato, il fenomeno viene ridotto a mero strumento del capitale; dall’altro, gli si attribuisce una funzione di valvola di sfogo dei malesseri della piccola borghesia e della classe media. Due letture che, pur cogliendo elementi reali, risultano entrambe riduttive.

Le interpretazioni fallaci dello squadrismo fascista

La prima interpretazione trova un fondo di verità se riferita alla dinamica di classe del biennio 1921-22, quando il panorama politico italiano era spaccato tra un mondo operaio e filobolscevico — desideroso di replicare anche nella penisola il processo rivoluzionario che aveva portato alla nascita del primo Stato socialista — e, sul fronte opposto, la galassia liberal-conservatrice legata alle istituzioni borghesi e alle élite economiche, terrorizzate dai moti del biennio rosso e soprattutto dalla prospettiva di perdere i propri privilegi. In questa vera e propria polveriera emerse però un terzo blocco sociale, formato dal binomio piccola e media borghesia–soldati: i reduci della Prima guerra mondiale, che si ritrovarono stranieri in patria. Ostili alle élite liberali che quella guerra non l’avevano combattuta e che avevano condotto a una “vittoria mutilata”, questi ambienti erano altrettanto ostili alla marea marxista antinazionale, percepita come intenzionata a vanificare il sacrificio di milioni di italiani in nome di una visione materialista e di un egoismo di classe. L’errore ricorrente è ricondurre ogni dinamica storica all’economicismo, trascurando passioni, identità e psicologie individuali. Lo stesso Benito Mussolini definì sempre il suo movimento come antimaterialista e persino spiritualista, pur ricorrendo a pratiche tutt’altro che tali. In questa prospettiva, lo squadrismo non agiva per gli interessi di una classe contro un’altra: la nazione non era né borghesia né proletariato, ma storia, popolo e sentimento condiviso.

Un percorso di violenza verso la presa del potere

Questa lettura si allineava anche con il pensiero futurista. La scia di violenza e le case del popolo devastate venivano inserite in un orizzonte di rinascita nazionale, come un fuoco purificatore destinato a risvegliare la nazione dal torpore e dall’immobilismo borghese. Il tutto rientrava in una strategia più ampia di presa del potere, che individuava nella retorica del “pericolo rosso” uno strumento decisivo. Per quanto antiproletario, il ceto medio squadrista non intendeva consegnarsi mani e piedi alla borghesia industriale. Al contrario, gli industriali tentarono — ingenuamente — di sfruttare la rabbia fascista per poi confinare il fenomeno una volta scongiurato il rischio bolscevico. Ciò non avvenne, sebbene vi fosse una prima fase di apparente istituzionalizzazione, durante la quale il nuovo governo adottò riforme economiche liberali e antiproletarie per rassicurare i capitalisti legati a Confindustria. Nessun governo italiano realizzò tante privatizzazioni quanto quello dei primi anni Venti. Questa fase, insieme allo squadrismo del biennio rosso, viene spesso utilizzata come prova della lettura marxista del fascismo quale dittatura terroristica degli elementi più reazionari della borghesia e ultima linea difensiva di un capitale in decadenza. Tale impostazione ignora però — per inconsapevolezza o cattiva fede — l’evoluzione successiva. Dal rafforzamento del potere con le leggi fascistissime e la stretta repressiva del 1925, fino all’autoritarismo degli anni Trenta con la proclamazione dell’Impero e la svolta antiborghese culminata nelle leggi razziali, la direzione intrapresa fu opposta. Dopo la crisi del 1929, l’Italia divenne uno dei Paesi con il più alto livello di nazionalizzazioni e di intervento statale nell’economia, seconda in Europa solo all’URSS per estensione del controllo pubblico.

Il carattere anticapitalista del Fascismo

Nella fase finale della Repubblica Sociale Italiana si arrivò persino alla socializzazione delle imprese, applicata in modo in gran parte teorico e limitato dalle condizioni di guerra e dalla pressione tedesca, ma pensata per superare il capitalismo tradizionale attraverso la partecipazione operaia alla gestione aziendale. Il carattere anticapitalista del fascismo, dunque, rimase latente nonostante i compromessi con i poteri tradizionali che segnarono il consolidamento del regime. Non a caso, subito dopo la Liberazione, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia abrogò il decreto sulla socializzazione: uno dei primi provvedimenti politico-amministrativi adottati nel Nord Italia. In sintesi, squadrismo e fascismo non furono, come sostenuto dalla storiografia marxista, una “guardia bianca” del capitale. Piccola e media borghesia, insieme ai reduci, agirono come una classe in ascesa alla ricerca di una propria “terza via”. L’ostilità era rivolta tanto al socialismo internazionalista quanto al liberalismo giolittiano, percepito come debole, corrotto e incapace di tutelare il sacrificio bellico. Nella loro psicologia, lo squadrismo si configurò come un atto di pedagogia nazionale e di rinascita spirituale, pensato per completare un’opera risorgimentale ritenuta incompiuta: trasformare gli italiani da “volgo” in popolo combattente e protagonista, capace di affrontare le prove storiche della propria epoca.

Michele Cucchi

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