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Roma, 12 mag – Maryan Ismail, antropologa della comunità somala di Milano, scrive sul Facebook una lettera a Silvia Romano, la cui liberazione ha fatto discutere per la notizia sulla sua “libera” conversione: “La sua non è una scelta di libertà, non può esserlo stato in quella situazione. Scegliere una fede è un percorso intimo e bello, con una sua sacralità intangibile, che nulla ha a che vedere con la situazione drammatica e dolorosa in cui questa ragazza si è trovata“, dice l’antropologa originaria proprio della nazione africana in cui la Romano è stata tenuta prigioniera.

Ismail: “Anche io mi sarei convertita per sopravvivere”

Secondo la Ismail, somala e che ha perso un fratello in un attentato per mano proprio degli estremisti islamici di Al Shabab, dice: “Si riesce soltanto a immaginare lo spavento, la paura , l’impotenza, la fragilità e il terrore in cui ci si viene a trovare? Certamente no, ma bastava leggere i racconti delle sorelle yazide, curde, afgane, somale, irachene, libiche , yemenite per capire il dolore in cui si sprofonda. Comprendo tutto di Silvia. Al suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per non morire. Mi sarei immediatamente adeguata a qualsiasi cosa mi avessero proposto, pur di sopravvivere. In quelle condizioni non si può parlare di conversione cercata e scelta. E poi c’è da considerare anche altro“.

“Quello non è il costume somalo”

In merito all’abito con cui Silvia Romano è tornata in Italia, da molti definito un costume tipico somalo, la Ismail dice: “No: non ha nulla di somalo, ma è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza. Noi abbiamo degli splendidi abiti tradizionali, colorati, bellissimi, non quell’abito verde. Soprattutto, insisto nel dire che Silvia non ha mai conosciuto la vera comunità somala. In mano ai suoi rapitori poteva soltanto muoversi con loro”.

“Quello non è Islam”

Secondo l’antropologa somala, Silvia Romano “non ha visto il nostro Islam bellissimo, ha conosciuto l’Islam pseudo religioso che viene utilizzato per tagliarci la testa, quello dell’attentato di Mogadiscio che ha provocato 600 morti innocenti, che ha causato a Garissa 148 morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani. Questo è nazifascismo, è bestemmia verso Allah e tutte le vittime“.

“Se vorrà potrà scegliere, ma davvero”

L’Imam di Milano Yahya Pallavicini due giorni fa si è detto disponibile ad incontrare la Romano, dopo la notizia della sua conversione. Anche la Ismail vorrebbe incontrarla:
“Mi piacerebbe, se vorrà. Mi piacerebbe raccontarle la cultura della mia Somalia, matriarcale, di tradizioni femminili millenarie fatte di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti. Le racconterei di come siamo stati, prima della devastazione che abbiamo subito, musulmani sufi e pacifici, mostrandole il Corano di mio padre scritto in arabo e tradotto in somalo. Poi, se vorrà, potrà scegliere. Ma per davvero”.

Ilaria Paoletti

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3 Commenti

  1. Ismail, Pallavicini! Ma cosa volete raccontare a quella babbea giuliva. Quella non capisce niente, nè mai ha capito. Diversamente sarebbe stata bene alla larga da quegli ambienti sordidi delle ong. Lascitate perdere e dedicate i vostri sforzi ad iniziative più produttive.

  2. Fondamentalismo islamico, paragonato al nazifascismo… questa, onestamente, mi mancava! Perché non limitarsi a parlare di ciò che si conosce…. già, allora, sai che silenzio! Dice il saggio: meglio tacere e far dubitare della nostra intelligenza…. che parlare stupidamente, levando ogni dubbio!

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