Roma, 28 mag – Una donna colombiana di 32 anni sarebbe stata sequestrata per tre giorni in uno stabile abbandonato di via Cesare Tallone, nella periferia est della Capitale, drogata, minacciata di morte e costretta a subire ripetute violenze sessuali di gruppo. Cinque uomini sono stati fermati con l’accusa di violenza sessuale di gruppo aggravata.
Secondo quanto riportato dalle cronache, si tratta di cinque cittadini originari di Gambia, Mali e Nigeria. Nello stesso stabile sono stati identificati anche 22 extracomunitari irregolari; per 11 di loro è stato disposto un provvedimento di espulsione.
Roma in ostaggio degli immigrati
Dopo i fatti di Modena si è fatto di tutto per disinnescare il tema. Si è parlato di fragilità, disagio, contesto, complessità. Si è provato, ancora una volta, a rimuovere il dato migratorio dal centro del discorso pubblico. Ora Roma squarcia il velo. Qui non siamo davanti a una generica storia di degrado urbano. Siamo davanti a una donna che sarebbe stata rapita e violentata per giorni in uno stabile occupato da irregolari, dentro un pezzo di città che lo Stato aveva smesso di controllare.
Il punto politico, oltre i fatti da accertare, è questo: l’immigrazione clandestina non è un problema amministrativo, ma una questione di sovranità interna. Quando gruppi di stranieri senza titolo per restare occupano edifici, si concentrano in zone franche, vivono dentro circuiti opachi e vengono scoperti soltanto dopo un fatto di sangue, significa che lo Stato è arrivato tardi. Troppo tardi. E quando lo Stato arriva tardi, qualcun altro nel frattempo comanda.
Non disinnescare l’ennesimo crimine efferato
Naturalmente la responsabilità penale dei fermati sarà accertata dalla magistratura. Ma il quadro è già evidente. Non parliamo di figure fragili da compatire dentro l’ennesima liturgia assolutoria del “folle isolato” – un folle che stranamente aveva cercato su Internet video degli attentati islamici in Europa. Parliamo di uomini giovani, sani, capaci di agire in branco, attirare una donna vulnerabile, sequestrarla, minacciarla e usarle violenza per giorni. Non fantasmi sociali, ma predatori. Non vittime astratte del sistema, ma soggetti che si sarebbero mossi da padroni dentro uno spazio sottratto alla legge italiana.
Per anni ci hanno spiegato che collegare immigrazione irregolare e sicurezza fosse propaganda. Ma la clandestinità produce precisamente questo: invisibilità, assenza di radicamento, economie parallele, territori sottratti al controllo pubblico, violenza potenziale pronta a esplodere sui più deboli. Cinque stranieri fermati, decine di irregolari nello stesso stabile, provvedimenti di espulsione disposti a fatto avvenuto: non sono dettagli, sono il referto di una resa.
La sinistra continuerà il monologo sull’integrazione
La sinistra continuerà a parlare di strumentalizzazione. È il suo modo per non rispondere mai. Quando l’aggressore è italiano, il singolo caso diventa subito sistema: patriarcato, cultura nazionale, società malata. Quando invece gli accusati sono stranieri, magari dentro un contesto di clandestinità, tutto deve tornare individuale, accidentale, irripetibile. Il contesto sparisce. La provenienza sparisce. L’irregolarità sparisce. Resta solo il comando morale a “non generalizzare”.
Ma non generalizzare non significa mentire. Non tutti gli immigrati sono criminali. Però l’immigrazione clandestina è una fabbrica di insicurezza, perché crea masse di persone non espulse, spesso non integrate, difficilmente controllabili, consegnate ai margini e alle economie illegali. E a pagare non sono i salotti progressisti, ma le periferie, le donne, i residenti, gli stranieri regolari, gli stessi soggetti vulnerabili che la retorica umanitaria dice di voler proteggere.
Roma non può diventare una città in cui una donna sparisce per tre giorni dentro uno stabile occupato e lo Stato se ne accorge solo dopo il blitz. Le espulsioni devono essere reali, non carta. Gli edifici occupati devono essere sgomberati. Le zone franche devono essere riconquistate. Chi non ha titolo per stare in Italia deve andarsene davvero, non essere semplicemente identificato e rimesso in circolazione.
Dopo Modena, suona ancora l’allarme
Dopo Modena e dopo Roma, il giochino del disinnesco non funziona più. Il problema si chiama immigrazione clandestina, perdita di controllo del territorio, resa dello Stato. Tutto il resto è il linguaggio con cui da anni provano a disarmare chi chiede una cosa elementare: che l’Italia torni a decidere chi entra, chi resta e chi deve essere espulso.
Vincenzo Monti