Roma, 20 mag – A Modena la Procura non ha contestato né l’aggravante del terrorismo né quella della premeditazione a Salim El Koudri, il 31enne che sabato pomeriggio si è lanciato con l’auto contro la folla in pieno centro, ferendo otto persone, alcune in modo gravissimo. L’accusa resta quella di strage con l’aggravante delle lesioni gravissime. Il gip ha convalidato l’arresto e disposto la custodia cautelare in carcere, ma il punto politico e giudiziario resta enorme: davanti a un gesto compiuto con una dinamica che lo stesso giudice descrive come orientata a colpire “più persone possibile”, il perimetro dell’accusa viene tenuto lontano dalle categorie più pesanti e più simbolicamente esplosive.
Modena, El Koudri: né terrorismo né premeditazione
La ricostruzione emersa nelle ultime ore rende la scelta ancora più significativa. Secondo quanto riportato dall’Ansa, la gip Donatella Pianezzi ha scritto che, al momento, non ci sono elementi per ritenere che il gesto sia conseguenza della patologia per cui El Koudri era stato in cura al Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia, né elementi per ritenerlo incapace di intendere e di volere al momento del fatto. Sempre secondo l’ordinanza, El Koudri avrebbe prima puntato il marciapiede di destra, poi sarebbe tornato in carreggiata e avrebbe diretto l’auto verso il marciapiede opposto, più affollato, nel tentativo di investire più passanti possibile. Non esattamente l’immagine di un gesto cieco e casuale. Eppure la linea che si sta imponendo nel racconto pubblico è già chiara: disagio, confusione, fragilità, disturbo psichico, delirio. Tutti elementi che un’indagine seria deve valutare, naturalmente. Il problema nasce quando questi elementi diventano subito la cornice dominante, quasi esclusiva, capace di neutralizzare ogni altra domanda. Perché qui non siamo davanti soltanto a un uomo instabile. Siamo davanti a un uomo che prende un’auto, la scaglia contro la folla, tenta di proseguire la corsa, poi si allontana e viene fermato mentre ha con sé un coltello. Siamo davanti a un fatto che, se compiuto da un altro profilo umano, politico o sociale, sarebbe stato letto in tempo reale con ben altra severità.
L’irritante prudenza quando le vittime sono bianche
Il punto non è sostituirsi ai magistrati. Il punto è osservare il riflesso condizionato di un sistema. Quando il movente può essere ricondotto a categorie care al discorso dominante, l’odio viene cercato, evocato, ampliato, talvolta persino costruito attorno a frasi, simboli, appartenenze, precedenti digitali. Quando la vittima è un nordafricano si parla di “razzismo di Stato”. Quando invece il fatto incrina la narrazione sull’integrazione, sulla cittadinanza come automatismo identitario e sulla convivenza multiculturale, allora scatta l’operazione inversa: restringere il campo, psicologizzare, individualizzare, separare il gesto dal contesto, il delirio dal possibile odio, la violenza dal suo bersaglio. Non è secondario che nei materiali emersi compaiano anche frasi rabbiose contro i cristiani. Sky Tg24 riferisce di mail di anni fa con espressioni come “Cristiani bastardi, brucio Gesù”, mentre ora l’uomo avrebbe chiesto una Bibbia e un prete. Anche questo viene raccontato come ulteriore prova della confusione mentale. Può esserlo. Ma il punto resta: quando l’odio religioso è diretto contro i cristiani, la prudenza interpretativa diventa improvvisamente infinita. Quando riguarda altre minoranze o categorie protette dal regime mediatico, la stessa prudenza scompare in poche ore.
L’avvocato di El Koudri era comparso nelle inchieste sui finanziementi ad Hamas
In questa vicenda assume rilievo anche la figura del legale di El Koudri, l’avvocato modenese Fausto Gianelli. Gianelli non è soltanto il difensore tecnico dell’indagato, è anche una figura pubblica con un profilo politico-culturale ben definito. Le schede biografiche disponibili lo presentano come coordinatore provinciale dei Giuristi Democratici di Modena, membro del Comitato esecutivo dell’Associazione Europea degli Avvocati per la Democrazia e i Diritti Umani e impegnato in missioni e iniziative internazionali, soprattutto in Palestina e in Turchia. Viene inoltre indicato come appartenente al gruppo “Giuristi e Avvocati per la Palestina”. Il suo nome era già comparso nei mesi scorsi nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas. A gennaio, secondo Trc Modena, Gianelli aveva assunto la difesa del sassolese e del bolognese coinvolti nell’indagine, contestando il valore delle informazioni provenienti dall’intelligence israeliana e chiedendo la scarcerazione degli assistiti. Successivamente, alcune testate locali hanno riportato la scarcerazione del 52enne residente a Sassuolo, difeso dallo stesso Gianelli, con il legale che parlava di “campagna mediatica di fango” e rivendicava che i processi si facciano nelle aule di tribunale e non sulla base di campagne politiche o giornalistiche.
Questo profilo non rende Gianelli colpevole di nulla, beninteso, né può essere usato per negare il diritto alla difesa. Ma aiuta già a comprendere verso quale trappola stiamo scivolando. Sappiamo già che siamo di fronte a un giurista-militante che tende a leggere alcuni fenomeni attraverso la lente dei diritti umani, dell’antirazzismo, dell’autodeterminazione, della causa palestinese, della critica all’Occidente e alle sue politiche internazionali. È una postura legittima, ma sicuramente non neutra. E quando la stessa postura entra nella narrazione pubblica di fatti come quello di Modena, il rischio è che la categoria del disagio venga usata come solvente politico: non per spiegare meglio, ma per impedire certe domande.
La cittadinanza italiana usata come pretesto
Del resto, lo stesso legale ha parlato di “totale confusione mentale”, di voci, di terapie sospese, di necessità di stabilizzazione. Ha spiegato che la premeditazione non sarebbe stata accertata perché “nessuno al momento ha capito davvero cosa sia scattato nella sua mente quel giorno” e che saranno gli psichiatri forensi ad accertarlo. È il lavoro della difesa, certo. Ma il paradosso è che questa impostazione sembra coincidere perfettamente con il bisogno mediatico di derubricare la strage a esplosione patologica individuale, mentre l’ordinanza del gip, almeno per ora, esclude che vi siano elementi per attribuire automaticamente il gesto alla patologia. Il nodo è tutto qui. La cittadinanza italiana di El Koudri viene agitata come se bastasse a chiudere ogni discussione. È italiano, dunque nessun problema di integrazione. È fragile, dunque nessun problema di odio. È confuso, dunque nessun problema di movente. È seguito dai servizi, dunque nessun problema politico. Ma questa è precisamente la trappola. La cittadinanza legale non cancella automaticamente le fratture identitarie, culturali e comunitarie. Un documento non produce appartenenza. Una biografia scolastica riuscita non garantisce integrazione profonda. E un disagio psichico, quando esiste, non cancella da solo l’eventuale contenuto ideologico, religioso o simbolico di un gesto.
Un paradosso giudiziario che sfiora l’assurdo
La domanda sorge spontanea. Se il gip esclude, almeno allo stato degli atti, che la patologia psichica sia la causa del gesto, perché la Procura non contesta né il terrorismo né la premeditazione? Qual è allora la ricostruzione implicita? Che El Koudri stesse guidando normalmente, sia stato attraversato da un pensiero improvviso del tipo “adesso travolgo sette o otto persone”, abbia trovato per caso utile il coltello che aveva in auto e abbia trasformato tutto in una sequenza di violenza senza movente, senza preparazione, senza direzione e senza significato? È una lettura che sfiora l’assurdo. Qui non siamo davanti a una semplice prudenza investigativa. Siamo davanti a un corto circuito. Da una parte si dice che la malattia mentale non basta, almeno per ora, a spiegare il gesto. Dall’altra si evita di contestare proprio quelle aggravanti che imporrebbero di guardare dentro la volontà, il movente, la scelta dell’obiettivo, la preparazione e il contenuto simbolico dell’azione. Il risultato è una zona grigia perfetta: non abbastanza folle da non rispondere dei suoi atti, ma nemmeno abbastanza lucido da rendere pienamente politico, intenzionale o premeditato ciò che ha fatto. In pratica, una strage mancata che resta sospesa nel nulla, come se la dinamica fosse nata dal vuoto e al vuoto dovesse tornare.
Vincenzo Monti