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Roma, 15 feb – Fino al XIX secolo, l’Islam non costituiva un’entità unitaria globale. La Umma, o comunità dei credenti guidata dal Califfo o successore del Profeta, trovò integrale applicazione solo sotto i primi quattro Califfi, fino alla vittoria di Mu’awiya, fondatore della dinastia Ommayade, su Alì (661), la morte del pretendente Husaiyn (680) e la conseguente divisione tra Sunniti e Sciiti.

I Califfati sunniti classici furono quello Ommayade di Damasco (661-750) e quello Abbaside di Baghdad (750-1258). La guida dei credenti sciiti  fu assunta dalla figura dell’Imam, in particolare con i Fatimidi di Egitto (909-1171). Le diverse correnti sciite si distinsero per il numero di Imam considerati legittimi: cinque secondo gli Zaiditi dello Yemen; sette secondo gli Ismaeliti; dodici – l’ultimo dei quali, l’Imam nascosto, tornerà alla fine dei tempi come Mahdi – secondo lo Sciismo duodecimano impostosi in Iran dal secolo XVI.

La tradizione giuridico-religiosa islamica è stata spesso rozzamente ridotta alla Shar’ia, mentre invece è fortemente debitrice dal concetto mongolo di Yassa o legge dello Stato, introdotto da Ghazan Khan (1271-1304), della dinastia mongola ilkhanide di Persia. Tramite l’Impero di Tamerlano (1336-1405) e con l’apporto della tradizione giuridica bizantina, la Yassa si sviluppò nel Kanun ottomano, quale legge dello Stato distinta dalla Shar’ia.

La geopolitica musulmana tutt’ora divide l’ecumene in Dar-al-Islam o casa dell’Islam, territorio sottoposto all’autorità islamica, e Dar-al-Harb o casa della guerra, territorio in cui ai musulmani non è garantita la protezione giuridica. Meno nota è la nozione intermedia di Dar-al-Haman o casa della sicurezza, in cui l’autorità non musulmana riconosce e tutela lo status giuridico dei musulmani[1].

Dopo la conquista dell’Egitto mamelucco nel 1517, il superstite califfo abbaside si trasferì per un decennio dal Cairo a Costantinopoli. Dopo l’occupazione della Mecca e di Medina, il Sultano ottomano Selim II assunse il titolo di «Protettore delle due Città sante» e la dignità califfale, di cui conservò al Topkapi gli emblemi, tra cui il mantello e la spada del Profeta. Con il trattato del 1774 tra Impero Ottomano e Russia, al Sultano ottomano venne riconosciuta la dignità di Califfo e la protezione dei Musulmani russi. I conflitti tra Stati islamici e cristiani, pur ammantandosi di una veste religiosa, si fondavano sulla ragion di Stato, come dimostrano l’alleanza franco-ottomana contro la Spagna, i frequenti conflitti tra Stati musulmani e la natura multiculturale dell’Impero Ottomano: la pace di Karlowitz (1699) tra Ottomani e Austriaci fu sottoscritta per i primi dal greco-ortodosso Alexander Mavrocordatos.

I primi pensatori pan-islamici furono Shah Wali Allah di Delhi (1702-1763), Muhammad ibn ‘Abd Al-Wahab del Najd (1703-1792), fondatore della scuola wahabita, e il nigeriano Usman dan Fodio (1755-1816). Secondo Edward Said[2] e Cemil Aydin, l’Islam globale nacque nell’Ottocento come reazione alla c.d. «razzializzazione» dell’Islam, considerato come un’entità antropologicamente unitaria e ostile da parte del colonialismo europeo. L’idea di una contrapposizione globale tra Occidente e mondo afro-musulmano emerse per la prima volta nell’articolo del 1875 «Mohameddanism and the Negro race» del pan-africanista Edward Blyden (1832-1912).

La guerra d’indipendenza greca del 1821 scatenò forti tensioni tra l’Impero Ottomano e le potenze europee favorevoli agli insorti greci. Mahmud II licenziò molti funzionari e diplomatici greco-ortodossi e condannò a morte il patriarca Gregorio V di Costantinopoli. L’Impero ottomano continuò ad avvalersi di funzionari e diplomatici greci come Kostaki Musurus, ambasciatore ottomano ad Atene, che nel 1848 subì un attentato da parte di nazionalisti greci che lo consideravano un traditore. Nel 1839 l’Impero Ottomano avviò la grande riforma politica e sociale detta Tanzimat, tendente alla costruzione di una cittadinanza ottomana fondata sull’eguaglianza di diritti tra musulmani e non musulmani e alla modernizzazione dell’ordinamento statale. La Tanzimat, pur debitrice del moderno pensiero illuminista e costituzionale, si inseriva nel tradizionale solco del Kanun ottomano.

Le tensioni sorte dalla conquista francese dell’Algeria (1830) e della Tunisia (1881), dall’occupazione britannica dell’Egitto (1882) e dalle rivolte balcaniche contro l’Impero Ottomano non impedirono a questo di appoggiare l’Impero Britannico nella Guerra di Crimea del 1853 e nella rivolta indiana del 1857. I sudditi musulmani dell’Impero Britannico, come l’intellettuale indiano Sayyd Ahmad Khan (1817-1898), riaffermarono in maggioranza il loro lealismo.

Nel 1864 l’indiano Rahmatullah Kairanawi pubblicò Izhar-ul- Haqq, prima espressione dell’Islam modernista globale[3]. Sorsero importanti giornali musulmani come Al-Jawa’ib (Istanbul 1861), Al-‘Urwat Al-Wuthqa (Parigi 1884) e Al-Manar (Il Cairo 1898). Secondo Cemil Aydin[4] l’Islam globale di inizio Novecento teorizzava una civiltà islamica universale aperta alla modernità e investita di un ruolo geopolitico globale, anche in alleanza con le altre società afro-asiatiche non musulmane, in contrapposizione all’Occidente.

La rivoluzione dei Giovani Turchi del 1908 valorizzò il Califfato come strumento delle relazioni internazionali della Turchia, mentre cresceva il risentimento per l’occupazione italiana della Libia nel 1911 e le guerre balcaniche del 1912-1913. La linea filo-britannica dei sultani Abdülhamid II (1876-1909) e Mehmet V (1909-1918) venne condivisa anche da Alì Fehmi Muhammad («Il califfato islamico e la comunità ottomana», 1911) e da Ahmed Hilmi («Come si è formato lo spirito turco», 1913), che però anticipò la tesi sciovinista del carattere esclusivamente turco dell’Anatolia, premessa del genocidio armeno iniziato nel 1915.[5]

L’ingresso della Turchia nella Prima Guerra Mondiale a fianco degli Imperi Centrali fu seguito da due Fatwa che invitarono, senza successo, i sudditi musulmani di Francia, Russia e Regno Unito alla Jihad. L’italiano Carlo Alfonso Nallino[6] revocò in dubbio la legittimità del Califfo ottomano, che non discendeva dalla tribù meccana dei Quraysh. I Britannici strinsero un accordo con lo Sharif della Mecca Husayn, il cui figlio Faysal guidò la rivolta degli Arabi contro l’Impero Ottomano, cui aderì anche l’Emiro del Neged, Abdul Aziz Ibn Sa’ud. L’accordo Sykes-Picot del 16 maggio 1916, con cui i Britannici ottenevano il controllo di Transgiordania, Palestina e Iraq e i Francesi quello di Siria e Libano, e la dichiarazione del ministro degli esteri  britannico Arthur Balfour del 31 ottobre 1917 a favore di un insediamento ebraico in Palestina, rivelarono agli Arabi che lo loro fiducia era stata mal riposta.

Il trattato di Sèvres del 1920, molto punitivo per l’Impero Ottomano, e l’invasione greca dell’Anatolia provocarono la reazione del movimento nazionalista turco di Mustafa Kemal Atatürk, che nel 1922 ristabilì la sovranità turca in Anatolia. Nonostante il sostegno del movimento pan-islamico indiano Khilafat, Atatürk depose il Sultano Mehmet VI e proclamò la Repubblica. Un Califfato con funzioni esclusivamente religiose fu mantenuto per due anni a Istanbul e poi abolito definitivamente il 3 marzo 1924. L’Islam cessò di essere religione di Stato e la Turchia divenne uno Stato laico[7]. Il 5 marzo 1924 lo Sharif Husayn dell’Hijaz, discendente dalla tribù dei Quraysh e del Profeta, assunse il titolo di Califfo, cui rinunciò dopo la conquista dell’Hijaz e delle due città sante da parte di Abdul Aziz Ibn Sa’ud nel 1926. Ormai, sull’esempio di Atatürk, si imponevano nel mondo musulmano i regimi laici, come quello di Reza Pahlevi in Persia (proclamato Shah nel 1923[8]) e quello di Amanullah Khan in Afghanistan.

Carlo Altoviti

[1]C. Aydin, L’idea di mondo musulmano, Einaudi, Torino 2018, p. 7.

[2]E. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano 2002.

[3]C. Aydin, op. cit., p. 47.

[4]C. Aydin, op. cit., pp. 60-70.

[5]A.M. Banti, L’età contemporanea. Dalla Grande Guerra a oggi, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 13.

[6]C.A. Nallino, Appunti sulla natura del califfato in genere e sul presunto “califfato ottomano”, Ministero degli Affari Esteri, Roma 1919.

[7]A.F. Ambrosio – L. Nocera, Storia della Turchia. Dall’Impero ottomano alla nuova islamizzazione, Carocci, Roma 2015, pp. 131 ss..

[8]G. Sschweizer, I Persiani da Zarathustra a Khomeini, Garzanti, Milano 1986, pp. 246 ss..

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