Roma, 4 mar – Per quanto sorprendente possa sembrare, l’opera che ha dato origine alla metafisica e alla logica occidentali, se non alla stessa filosofia, è un’opera in versi, un poema nel quale mythos e logos sono ancora uniti, i cui protagonisti sono la divinità che rivela “l’inamovibile cuore della verità ben rotonda”, un giovane “compagno d’aurighi immortali” alla guida di un carro solare che si appresta a varcare “le porte del Giorno e delle Notte”. È il Perí physeos, Il poema sulla natura di Parmenide. Ad esso e alla figura del grande pensatore di Elea è dedicato il nuovo saggio di Filippo Venturini, Venerando e terribile. Parmenide: politico, scienziato e mistico, edito da Il Cerchio.
“Salve o giovane, compagno d’aurighi immortali”
Quando le cose si fanno serie e complesse, quando deve spiegare il nucleo della sua filosofia, Platone si affida a Parmenide, trasformandolo in un personaggio dei suoi dialoghi, sia attraverso il ricorso allo “straniero di Elea” sia ipotizzando un improbabile incontro tra il vecchio Parmenide e un giovanissimo Socrate nell’omonimo dialogo, quel Parmenide definito da Giacinto Reale come “il dialogo più enigmatico e misterioso di Platone”. Al di là del noto “parricidio”, con cui Platone prenderebbe le distanze dal monismo parmenideo, introducendo una forma relativa di non essere, come diversità, non essere quella cosa lì, qui è dove Platone spiega una parte fondamentale della sua metafisica, quella riguardante al rapporto fra Uno e Diade, dove rettifica, nella finzione scenica proprio grazie al personaggio di Parmenide, la sua dottrina delle Idee. Una delle letture che si possono dare del Parmenide è che qui si realizza il tentativo platonico di salvare il sistema parmenideo, messo sotto attacco – non senza ragione – dalla sofistica. In questo senso Platone sarebbe il compimento di quella stagione filosofica, Aristotele, scegliendo di fondare il proprio sistema sulla nozione di atto e potenza, sarebbe già oltre. Per Platone, Parmenide è “venerando e terribile”, aidoiòs e deinos. È il vecchio maestro, circondato da “un’aura numinosa”, la cui autorità incute un profondo rispetto, se non vera e propria soggezione.
Diverso è come ci appare nel proemio del suo poema. Non un pensatore immobile e cupo, ma un giovane nel fiore degli anni, un atleta, un auriga, accompagnato nel suo carro dalle figlie del Sole. La dea lo accoglie appellandolo come kouros. Una dimensione quasi eroica, apollinea, che ci ricorda come la filosofia nella sua essenza “è assolutamente agonistica”. Com’è noto, dalla dea Parmenide apprende la dottrina dell’Essere, cioè che l’essere è e non può non essere, mentre il non essere non è e non può essere, da cui deriva che l’essere è uno, indiviso ed immutabile. Il resto è apparenza, opinione, doxa. Ma la rivelazione della divinità non richiede un’accettazione fideistica, ma è difesa dalla ragione e dalla dialettica. In fondo, la dottrina dell’Essere è anche la prima formulazione filosofica del principio di non contraddizione. Il poema prosegue con parti, di cui ci rimangono solo pochi frammenti, in cui Parmenide esplora nozioni di cosmologia, geografia e fisiologia.
Venturini ci restituisce a pieno tutta la profondità del pensiero parmenideo, conferendogli una tridimensionalità nient’affatto scontata. Non solo il grande filosofo, ma anche il politico capace di dare una costituzione alla propria città, di uomo dotato di ragionamento e prontezza. Riconosce in lui l’influsso pitagorico. Secondo la tradizione Parmenide fu allievo di Senofane e anche del pitagorico Aminia. Così Parmenide farebbe parte di quella “catena della tradizione” in Italia che per Guénon “da Pitagora a Virgilio e da Virgilio a Dante […] non fu mai interrotta”. Ricordiamo, che Parmenide era originario di Elea (denominata anche Velia), fondata dai Focei nella parte meridionale dell’attuale Campania, così come la scuola pitagorica aveva sede a Crotone. Parmenide era detto anche Ouliades, che, come spiega Venturini, “letteralmente potrebbe essere tradotto come «figlio di apollo», «sacerdote di», «partecipante alla setta di Apollo guaritore»”, rafforzando ancora una volta il suo legame con una dimensione solare apollinea.
Tra apollineo e dionsiaco: Parmenide, Eraclito e lo spirito greco
L’impegno politico, l’appartenenza alla casta sacerdotale, l’influsso esoterico-iniziatico, non posso che avvicinare l’Eleata all’altro grande pilastro della filosofica presocratica: Eraclito. Venturini, che all’efesino aveva già dedicato Tutto dirige la Folgore. Eraclito: politico e mistico, edito sempre da Il Cerchio, esplora e consolida questa corrispondenza nel corso della sua trattazione, anche per quanto riguarda i rispettivi sistemi di pensieri. In questo modo riesce a superare quelle interpretazioni superficiali per le quali i due vengono spesso appiattiti l’uno contro l’altro, come due versanti opposti e antitetici, come il campione dell’Essere contrapposto a quello del divenire: “Secondo un’inveterata tradizione, il primo [Parmenide] sarebbe l’assertore dell’immobilità e dell’eternità dell’essere, dunque del cosmo, nonché dell’illusorietà del movimento, frutto della fallacia dei nostri sensi; mentre il secondo [Eraclito] avrebbe visto nel movimento la legge governante il cosmo”.
A peggiorare le cose, c’è chi vede in Parmenide colui che separa filosofia e mito (quasi anticipando la “dialettica dell’illuminismo” della scuola di Francoforte), mentre al contrario l’oscurità di Eraclito sarebbe prova di un sua deriva sapienziale e orientaleggiante: “Se Eraclito sarebbe ancora pienamente nel solco di una cultura nella quale scienza, filosofia e religione non erano separate, una cultura fortemente venata di misticismo, quale fu quella dei pensatori di Mileto e che troverebbe profonde corrispondenze con il pensiero orientale, Parmenide sarebbe il responsabile della rottura di questa unità, poiché introducendo come principio l’Essere uno e immutabile, il sapiente di Elea avrebbe gettato le basi per la nascita della metafisica, dunque per l’affermarsi di un sapere che separa spirito e materia”. Ma questo significherebbe disconoscere il vero portato dei due pensatori. Già nel suo precedente lavoro, Venturini aveva dimostrato quanto Eraclito fosse profondamente greco, quindi con una visione agonistica, conflittuale, aristocratica e tragica dell’esistenza, peraltro concretamente impegnato nell’ellenizzazione del culto in senso olimpico del vicino tempio di Artemide: “La dea cacciatrice, sorella di Apollo, era l’ultima arrivata nel santuario del quale gli Elleni di Efeso la ritenevano signora, questo era un luogo di culto molto più antico alla città greca, era infatti consacrato alla Dea Madre”.
A queste chiavi di lettura, Venturini preferisce leggere la differenza e il parallelismo fra i due attraverso le categorie di apollineo e dionisiaco. Da una parte, “Eraclito fu una personalità essenzialmente dionisiaca: egli guardò nel profondo della vita, ne colse l’essenza e volle anche comunicare questa sua suprema intuizione a tutti”. Diversamente quello di Parmenide “è essenzialmente e quasi esclusivamente un temperamento apollineo”. Quella tra apollineo e dionisiaco è un’opposizione apparente, che nasconde una similarità di fondo. Per Nietzsche, che per primo diede corpo a queste due categorie, apollineo e dionisiaco si ricompongo nello spirito tragico, cioè nella vera essenza della grecità. Anche secondo il mito, Apollo e Dioniso hanno funzioni sovrapponibili, sono artisti, guaritori, incantatori, presiedono alle feste e offrono vaticini. Opposto a tutto questo è, invece, lo spirito socratico, egualitario, intellettualistico, decadente, moralistico, figlio del risentimento.
Michele Iozzino