Roma, 16 gen – Nell’epoca aurorale della filosofia greca un nome spicca fra tutti, quello di Eraclito di Efeso. Sdegnoso, solitario, aristocratico, oscuro, come il dio che “non dice, né nasconde, ma allude”. Per la sua apparente difficoltà spesso frainteso. Perfino uno studioso come Colli ne dà un ritratto falsato, come un pensatore “anti-greco”, ripiegato in una dimensione orientaleggiante, sapienziale e ieratica. Filippo Venturini con il suo Tutto dirige la Folgore. Eraclito; politico e mistico, edito da Il Cerchio, ci restituisce una visione del filosofo efesino a tutto tondo, recuperandone non solo la valenza filosofica, ma anche quella politica, di uomo inserito nel suo tempo. Senza trascurare gli elementi di contatto con le dottrine misteriche e gli attriti con le religioni devozionali.
Un pensatore della polis
Filosofo del divenire, per questo amatissimo da Nietzsche, ma anche del conflitto, di una visione agonica dell’esistenza. Fatto quest’ultimo che non mancherà di rimarcare Spengler in un suo studio dedicato proprio ad Eraclito: “Il mondo è un enorme ed eterno agon che si svolge secondo severe regole di combattimento”. E ancora, sempre citando Spengler, “Uomo in cui tutto il sentire e il pensare sono il frutto di un’irrefrenabile disposizione aristocratica”. Disposizione che può essere bene esemplificata da un frammento eracliteo come questo: “Uno solo vale per me diecimila, se è il migliore”. Oppure, “Legge è anche ubbidire alla volontà di uno”, seguendo in questo caso Venturini che del frammento dà un’interpretazione politica al posto di quella comunemente accettata e più metafisica “dell’Uno”.
Infatti, secondo Venturini l’azione politica di Eraclito è volta al sostegno di Ermodoro e al suo progetto di un regime tirannico. Lo scopo è quello di rigenerare la polis, combattendo così la degenerazione dei costumi dovuta al predominio di un’oligarchia mercantile. Spiega Venturini:“Il primo obiettivo di un simile progetto politico non poteva non essere volto alla limitazione, se non proprio all’eliminazione dell’ẚβροσύνη (abrosyne), cioè del lusso, come dimostra il frammento 125a: «Efesini, non venga mai meno a voi la ricchezza, in modo che si manifesti in maniera più chiara il vostro operare da malvagi»”. Progetto che, però, fallisce con l’esilio dello stesso Ermodoro. È a questo punto che Eraclito si isola dalla città, recandosi prima al tempio di Artemide, dove deporrà i propri scritti, e poi vagando solitario sui monti.
Eraclito tra filosofia e mito
La scelta di Artemide è quantomai significativa. Sul piano simbolico la consacrazione alla dea della caccia e della natura selvaggia appare propiziatoria all’eremitaggio dello stesso Eraclito e al suo passaggio al bosco. Non solo, essendo “una divinità legata alla ritualità eleusina” in quanto avrebbe assistito al rapimento di Persefone e aiutato Demetra nella ricerca della figlia perduta, crea un filo diretto tra Eraclito, il quale proveniva da una importante famiglia sacerdotale, i culti misterici e l’orfismo. Infine, ha una valenza politica. Spiega Venturini, “La dea cacciatrice, sorella di Apollo, era l’ultima arrivata nel santuario del quale gli Elleni di Efeso la ritenevano signora, questo era un luogo di culto molto più antico alla città greca, era infatti consacrato alla Dea Madre”. Pertanto quello di Eraclito si delinea come “tentativo di ellenizzazione del culto”, come un rettifica in senso olimpico.
Questa compresenza di luce e buio, di una dimensione paterna, solare e olimpica che si innesta su una materna e ctonia, si ritrova ancora più compiutamente nel pensiero strettamente filosofico di Eraclito, nella sua coincidenza negli opposti, in quell’armonia dei contrari che è come “l’armonia dell’arco e della lira”, poiché “dalle cose in contrasto nasce l’armonia più bella” e “tutto si genera dalla contesa”. Secondo Venturini, “Per comprendere l’essenza del pensiero eracliteo si deve partire da un termine fondamentale: φύσις, solitamente tradotto come «natura»”, a sua volta connesso con il verbo φύω (generare) e φάος (luce). Pertanto, “φύσις indica qualcosa che sorge improvvisamente e, per questo, necessita di un presupposto oscuro, dal quale balenare”. Questo balenare è il fuoco, la folgore, il disvelarsi dell’essere e del destino, l’emerge dalle possibilità dell’atto. Si conferma ancora una volta la dimensione agonale e conflittuale del pensiero eracliteo, di quella tensione tra l’essere e il nulla che si risolve nell’agire, nella creazione di un ordine, nel cosmo che dà senso al caos, come un fulmine che all’improvviso rischiara il cielo.
Michele Iozzino