Roma, 4 lug – Si riaccende il faro sullo spread. A questo giro, tuttavia, non per una sua improvvisa fiammata al rialzo. Al contrario, se ne parla perché, nel corso degli ultimi giorni, sta toccando i minimi da due anni a questa parte. Tanto da essere, nella mattinata odierna, sceso sotto quota 200 punti base.

La procedura d’infrazione? Non c’entra

Ad una prima analisi sarebbe lecito ritenere che la discesa dello spread fra Btp e Bnd sia da imputare alla decisione Ue di non avviare la procedura d’infrazione contro l’Italia per debito eccessivo. Una scelta presa ieri dalla Commissione dopo l’assestamento di bilancio varato dal governo.

Se così fosse, tuttavia, servirebbe una controprova. Avremmo infatti dovuto osservare, quando l’annuncio dell’inizio della procedura è stato fatto all’inizio dello scorso mese, un sensibile aumento del differenziale di rendimento. La logica di mercato dovrebbe essere questa: l’Europa ci mette sotto la lente, scontiamo un potenziale squilibrio nei conti pubblici, per cui il mercato “prezza” con l’incremento dello spread la nostra conseguente minore affidabilità. Ebbene, le cose non sono andate proprio così. Nei primi giorni di giugno lo spread ha sonnecchiato, anzi: è in costante discesa da fine maggio.

Lo spread dipende dalla banca centrale

Occorre dunque guardare da qualche altra parte per capire sulla base di cosa lo spread si è mosso. Magari alla Banca centrale europea, al cui vertice è stata appena nominata Christine Lagarde.

Pur essendo nota alle cronache per la macelleria sociale compiuta in Grecia, è altamente probabile che l’ex capo del Fondo monetario internazionale prosegua nella politica accomodante varata da Mario Draghi e che ha preso corpo con il varo del Quantative Easing. Il quale non verrebbe quindi depotenziato, semmai ricalibrato ma senza alterarne la funzione. Quella, cioè, di garantire liquidità ai mercati finanziari europei e, di fatto, agendo da scudo contro possibili speculazioni a danno dei debiti sovrani.

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Non è d’altronde un mistero che l’andamento dello spread abbia pedissequamente seguito le decisioni prese dall’Eurotower. Una curiosa coincidenza che parte dal luglio 2012 quando Mario Draghi fece il celebre discorso del “wathever it takes”, con il quale dichiarava che avrebbe fatto di tutto per salvare la zona euro. Da allora, le uniche tensioni sullo spread si sono verificate nel momento in cui la Bce ha in qualche modo rallentato l’acquisto di Titoli di Stato italiani, offrendo di fatto la sponda a qualche manovra speculativa. E non sempre ciò è accaduto per motivi di natura puramente “tecnica”.

E’ successo, ad esempio, lo scorso maggio al culmine della diatriba sulla formazione del nuovo esecutivo. Ed è successo, di nuovo, quando sulla nota di aggiornamento al Def prima e sulla finanziaria d’autunno poi si consumò lo scontro fra governo e istituzioni comunitarie. In tutto questo periodo la Bce ha effettuato acquisti di Btp con il lanternino, salvo poi ricominciare a comprare in massa una volta che l’esecutivo gialloverde ha ceduto sul deficit portandolo al famoso 2,04%. Facendo così, da quel giorno (era fine novembre), perdere allo spread più di 60 punti, quasi il 20%. Quando si dice l’uso politico della moneta.

Filippo Burla

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