
Nell’articolo 2 entrambe le parti si impegnano al “completamento del sistema di controllo dei confini terrestri del sud della Libia, secondo quanto previsto dall’art. 19 del Trattato” del 2008. Sulla carta sembrerebbe una gran cosa, auspicata da tutti, condivisibile, finalmente un “nuovo capitolo” per dirla con Gentiloni. Eppure ci sono due aspetti da considerare prima di lasciarsi prendere da facili entusiasmi. In primo luogo si evince un cortocircuito diplomatico. Soffermandoci attentamente sull’articolo 2, il richiamo è ad un Trattato del 2008 che aveva posto le basi “per affrontare i problemi derivanti dai continui elevati flussi di migranti clandestini”. Peccato che il riferimento è al Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione italo-libico firmato con Gheddafi appunto nel 2008. In pratica quindi si afferma che gli accordi stipulati con quello che è stato subito dopo considerato un pericoloso dittatore da abbattere, in realtà erano buoni e giusti. E il caos che abbiamo contribuito a generare abbattendolo in realtà è un piccolo errore di percorso, visto che oggi siamo costretti a impugnare l’accordo che con lui avevamo stretto prima di abbatterlo. Geniale progettualità, non c’è che dire.
A questo punto però, obietteranno i lettori, è vero che stiamo chiudendo i cancelli quando buona parte dei buoi sono scappati. Ma almeno salviamo il salvabile. E invece qui arriviamo all‘altro controverso punto del trattato odierno, che vede il governo italiano parlare di accordo tra “Italia e Libia”. Purtroppo invece si tratta di un patto tra Roma e Tripoli, che adesso non è affatto la capitale di una nazione unita come nel 2008. E il firmatario di questo patto rappresenta al massimo un terzo dei libici, controlla un terzo del territorio della Libia di Gheddafi, è inviso anche a parte di coloro che ufficialmente governa. Viene quindi da obiettare, a noi, che si tratta di un “accordo mutilato”. Tanto per parafrasare qualcuno che sui trattati decantati a sproposito ha avuto qualcosa da ridire.
Eugenio Palazzini