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Settima puntata della nostra inchiesta sulla crisi del sistema bancario italiano.
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Comitato Basilea III

Roma, 4 feb – Basilea III è la gabbia che imprigiona l’Europa. Le basi di questo patto vennero poste nel 2009 quando il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria ha elaborato le linee guida riguardanti i requisiti patrimoniali e prudenziali degli istituti di credito, concordati a livello internazionale.

Facciamo, però, un passo indietro per capire meglio la genesi di questi fatti. Il Comitato di Basilea è stato istituito nel 1974 dando vita a tre principali accordi che prendono il nome dell’omonima città elvetica. I presupposti erano buoni: rendere più solide le banche di fronte alla crescente globalizzazioni dei mercati. In realtà, le cose andarono diversamente. Come si sa, le strade per l’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Le regole introdotte non hanno fatto altro che contribuire al rafforzamento della finanza a discapito dell’economia reale. Il primo accordo fu stipulato nel 1988 e fissava un requisito minimo di capitale unico per le banche, in funzione del volume e delle caratteristiche del loro attivo. L’accordo prevedeva che le banche accumulassero capitale (in forma di azioni ordinarie, fondi propri e altre forme di raccolta privilegiata) nella misura dell’8% delle attività bancarie impiegate, ponderate per classi di rischio.

Nel 2001, a fronte dell’interconnessione del sistema bancario internazionale, il Comitato decise che quelle regole dovevano diventare più stringenti. Si affiancavano così al cosiddetto primo pilastro (i requisiti patrimoniali in senso stretto) ulteriori strumenti regolamentari e di supervisione da parte delle autorità di vigilianza e provvedimenti per garantire la trasparenza e l’autodisciplina del mercato, classificati rispettivamente come secondo e terzo pilastro. Con queste caratteristiche e dopo estese consultazioni con l’industria bancaria, l’accordo di Basilea II è diventato operativo nel 2006, con tempi di attuazione diversi a seconda dei Paesi.

Tutti i paletti posti a tutela del sistema bancario internazionale non riuscirono ad impedire la crisi dei mutui subprime. Si palesava, dunque, il fallimento della ricetta proposta. Chiunque avrebbe pensato di cambiare rotta. Invece, si continuò in maniera pervicace a seguire la stessa strada. Ed arriviamo così nel 2009 a Basilea III. Le principali innovazioni riguardavano: l’aumento dei requisiti prudenziali, ottenuto elevando i coefficienti minimi e adottando una definizione di capitale più stringente; la costituzione di un margine anticiclico, per evitare l’effetto di amplificazione ciclica a cui si è fatto riferimento; l’introduzione di criteri di indebitamento e liquidità, in aggiunta a quelli sul capitale. Sembrerebbe un argomento solo per addetti ai lavori, in realtà si tratta di un tassello prezioso per comprendere non solo le ragioni della stretta creditizia e la crisi dei nostri istituti di credito. Vediamo perché.

La ratio su cui si fonda Basilea III è quella di iniettare più capitale nelle istituzioni finanziarie per rendere così più solido il sistema bancario. Relativamente al livello di capitale necessario a garantire l’istituto di credito, il nuovo accordo parte dal principio che la crisi dei subprime fosse causata da un’insufficiente livello e qualità del capitale e che quindi la stabilità del sistema può essere garantita ammassando un ammontare maggiore di capitale primario (CET 1), composto unicamente dalle azioni e dagli utili non distribuiti. Inoltre, la nuova normativa contabile IFRS 9, che introduce il concetto di accantonamento a fronte di perdite previste (e non solo avvenute come previsto dagli attuali principi contabili) anche in seguito alle previsioni disponibili sul ciclo economico e, per alcuni crediti, non si limita a considerare le perdite relative all’anno in corso, ma costringe a includere tutte le perdite previste durante tutta la durata effettiva del credito. Di fatto l’equivalenza capitale – perdita potenziale consente all’Autorità di Vigilanza di richiedere il versamento di somme crescenti di capitale in momenti di crisi economica. Quindi, anche se scarseggia la liquidità la banca è, di fatto, chiudere i rubinetti del credito.

Se però il denaro non circola le imprese non possono fare investimenti, di conseguenza non potranno pagare i loro debiti con le banche. Con questo meccanismo, inoltre, i crediti valutati come performing verranno classificati come deteriorati. A questo punto qualsiasi banca, indipendentemente dalla capacità del suo management, per essere considerata stabile dovrà continuamente chiedere aumenti di capitale ai suoi soci. Così per stabilizzare il sistema bancario si sottraggono risorse all’economia reale. Come si è già scritto: le perdite degli azionisti di queste banche equivalgono all’1,5% del Prodotto interno lordo italiano. Cosa succederebbe, però, se gli azionisti dovessero opporsi alle regole di Basilea III? Semplice: scatterebbe il Bail-in.

Salvatore Recupero

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