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“Vertigini” da copia-incolla: Alliva e il “metodo americano” smascherato dalla Lucarelli

by Tony Fabrizio
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Roma, 29 aprile – Nel meraviglioso circo del progressismo de’ noantri, eravamo rimasti al dogma dell’accoglienza senza confini. Non sapevamo, però, che la libera circolazione riguardasse anche i paragrafi, i verbi e persino i traumi infantili. Protagonista del numero di magia è Simone Alliva – il bardo delle cause LGBTQ+, il fustigatore di costumi su X, l’uomo che scovava camicie nere ovunque, persino sotto le lenzuola – e che, per anni, ci ha deliziato con il racconto antropologico del “gay di CasaPound“, una sorta di unicorno mitologico utile a spaventare i lettori di Repubblica. Ebbene, pare che il nostro – si fa per dire –  castigatore di costumi abbia scoperto la pietra filosofale del giornalismo moderno: il tasto destro del mouse.

Alliva e il teletrasporto delle coscienze

La bomba l’ha sganciata Selvaggia Lucarelli, una che in quanto a gestione dei piedistalli altrui ha il tocco di un demolitore di professione. Il caso è semplice nella sua imbarazzante nudità: l’ultima fatica di Alliva, Vertigine (edito da Fandango), somiglierebbe in modo sospetto – almeno a quanto dimostra la Lucarelli, che s’è presa la briga di postare sui social il testo a fronte, ma non la semplice traduzione, bensì proprio le foto delle pagine delle due opere – pure fotostatico a un celebre reportage di Michael Hobbes apparso sull’HuffPost USA nel lontano 2017. Il titolo originale era “Together Alone: The Epidemic of Gay Loneliness“. Alliva deve aver pensato che, tra un post di indignazione e l’altro, tradurre fosse più etico che scrivere. È la magia della globalizzazione, bellezza! Prendi un Jeremy di Seattle, fagli attraversare l’Atlantico col “Google Translate Express” ed eccolo materializzarsi a Montecitorio col nome di Renato. Adam di San Francisco si trasforma nel meneghino Antonio. Stesse storie, stesse nevrosi, stessi aneddoti sulla biancheria dei genitori usata per ballare in salotto, ma con il prefisso internazionale cambiato. “Ogni fatto, ogni parola, ogni gesto è vero”, scriveva Alliva nell’introduzione. Certo, verissimo. Solo che sono fatti accaduti a ottomila chilometri di distanza e vissuti da qualcun altro. Excusatio non petita, “inculatio” manifesta, potrebbero concludere le parole “previe” e sospette dell’autore.

Il sovranismo della scopiazzatura

Il paradosso è di quelli che mandano in corto circuito il sistema. Alliva, il paladino della lotta alle fake news, il censore del “sentito dire”, ci ha propinato un fritto misto di storie americane spacciate per realtà italiana. Anche la copertina, a quanto pare, è un riciclo di un libro del 2021. Siamo davanti a un’opera a impatto zero: non è stato consumato un solo grammo di originalità, non un neurone è stato maltrattato per produrre un pensiero autonomo. È ecologismo intellettuale allo stato puro: si recupera, si rigenera, si incolla. “Spacciare San Francisco per Milano non è un vezzo narrativo, è la dimostrazione che per certa intellighenzia il popolo è solo un concetto astratto da riempire con i rimasugli dei salotti liberal americani”.

La morale del copia-incolla

Il problema, per i “professoroni” del giornalismo à la page, è che nel 2026 i lettori hanno un brutto vizio: usare Internet anche per controllare le fonti, non solo per seguire i tweet d’indignazione. Scoprire che l’archivio segreto dell’inchiesta coraggiosa è la cartella “download” di Chrome è un colpo basso per tutta la categoria dei moralisti in servizio permanente effettivo. Selvaggia grati(a)s. Dopo averci spiegato per anni come dobbiamo vivere, pensare e — soprattutto — come non dobbiamo votare, scoprire che il “metodo Alliva” consisterebbe nel traslocare i traumi da Seattle a Milano, trasforma il manifesto politico in una barzelletta da avanspettacolo. Parola della collega giornalista Lucarelli.

Dopo aver passato anni a farci la morale dall’alto della sua superiorità etica e giornalistica, scoprire che il suo archivio segreto è la cartella “download” di Chrome è un colpo basso per tutta la categoria degli indignati di professione. Lucarelli in primiis, a quanto ha dimostrato. Alliva ci ha raccontato la “vertigine”, quella che viene a noi leggendo come si possa pubblicare un libro copiando persino i virgolettati degli esperti americani senza citare la fonte è la punizione “selvaggia”.

La prossima volta che il buon Simone deciderà di parlarci dei “gay di CasaPound”, La Lucarelli vigilerà su di lui per controllare se non ci sia un articolo del New York Times che parla di militanti repubblicani in Texas. Non vorremmo ritrovarci a leggere di un raduno a Latina che profuma di barbecue e cappelli da cowboy. D’altronde, nell’era del post-tutto, anche il plagio è diventato una forma di identità fluida. Basta crederci, ma se questa è la “Vertigine” del nuovo giornalismo d’inchiesta, preferiamo restare con i piedi per terra. E magari con un dizionario inglese-italiano in mano alla Lucarelli che si prodigherà per la collettività, vestendo i panni della paladina della verità.

Tony Fabrizio

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