Roma, 29 aprile – Il solito circo Barnum del 25 aprile. Le solite facce, i soliti slogan, la solita stantia retorica di chi celebra una vittoria ottenuta con il sangue (e i bombardamenti) degli altri. Ma stavolta, nel solito copione già scritto della “liberazione”, qualcosa è andato storto. Un botto, un colpo, il panico tra le file dei professionisti dell’antifascismo in servizio permanente effettivo.
Brigata Ebraica e Anpi ai ferri corti
Già le truppe cammellate bardate di fazzoletto rosso al collo, bandiere dai mille fluorescenti colori, vessilli più disparati, ma non un tricolore pregustavano il titolo a nove colonne: “Assalto neofascista al cuore della democrazia“. Avevano già i tweet pronti, le bave alla bocca, il dito puntato verso il solito spauracchio nero, magari colpevole di aver respirato troppo forte a tre chilometri di distanza, dove se ne stavano per conto proprio. E invece, il cortocircuito. Il “terrorista”, l’attentatore, il dinamitardo da sagra di paese non portava l’anfibio d’ordinanza né il tatuaggio proibito o l’orbace sotto la giacca. Portava i vessilli della Brigata Ebraica. Mentre i soliti noti sfilavano inneggiando a una Resistenza che ormai esiste solo nei sussidiari e nei fondi statali, un esponente di quella stessa Brigata che dovrebbe essere l’icona intoccabile del pantheon democratico, ha deciso di movimentare la giornata.
Un “fuoco amico” così ravvicinato da bruciare le sopracciglia a tutta la sinistra in cachemire. Una minestra riscaldata di quella che fu una guerra civile che hanno combattuto a guerra finita, quella vera, utile solo a dare pacche e patch di eroi a tutti coloro che riuscivano a rubare una gallina o a stuprare le loro connazionali. Il risultato? Un silenzio che fa più rumore del petardo stesso. Le redazioni sono in tilt. Berizzi & compagni non pervenuti. Nessuna notizia. Gli pseudo-colti da salotto, l’intellighenzia da Ztl stanno cercando freneticamente di capire come dare la colpa al cambiamento climatico, alla mascolinità tossica, alle buche nell’asfalto della Capitale. Perché se il “fascista” è un membro della Brigata Ebraica, la narrazione non scricchiola: crolla direttamente come un castello di carte sotto un ventilatore.
Essere o non essere vittime: il dubbio “strategico”
Vedere i custodi dell’ortodossia antifascista balbettare, indecisi se condannare l’atto o invocare l’immunità diplomatica per il “camerata” inatteso, vale il prezzo del biglietto. Nel dubbio dicono proprio di non conoscerlo. Lo hanno scaricato subito e senza vergogna. Senza rispetto. Nemmeno per loro. Nel ghetto nessuno parla, c’è un silenzio surreale. Complice. Lo stesso silenzio omertoso che nel pensare comune è attribuito sempre e solo alla “disgraziatissima terra di Sicilia”. Che continua a essere la sola “terra di mafia” quando, a quanto pare, anche l’antifascismo per antonomasia di ogni latitudine reca le medesime caratteristiche. E se vige il silenzio non è perché sono mafiosi, ma solo un modo per evitare ripercussioni su di loro. Da parte di chi e perché non è dato sapersi, salvo adepti particolari cresciuti alla loro scuola. Solo l’ultima, ennesima trovata propedeutica per passare da carnefici a vittime, secondo la storia da loro riscritta, un nuovo vecchio spunto attinto sempre dal solito (e non più solido) copione.
Anpi e Brigata Ebraica: chi “pesa” di più?
Il diretto interessato, lo “sparatore” che, se appartenente ad altre parrocchie sarebbe stato sicuramente un omicida e che non si chiama proprio Luca Rossi dal canto suo parla di un caso di omonimia, nonostante abbia dichiarato di essersi disfatto subito dopo il tiro al bersaglio sui fazzoletti dell’ANPI al collo dei due partigiani nuovi di zecca. Appena in tempo per rilasciare qualche dichiarazione prima che la magistratura disponesse per lui la detenzione preventiva in carcere. Di un incensurato che ha sparato con proiettili di gomma che hanno creato leggerissime ferite. Brutto segnale per coloro che sono sempre state vittime e che oggi possono e devono nascondere la testa nella kippah: l’ANPI, i compagni, gli antifascisti evidentemente valgono più di un “intoccabile” per antonomasia. I due iscritti dell’ANPI sono riusciti a fare incarcerare un incensurato per delle ferite che mai avrebbero potuto essere mortali. Nessuna difesa di nessuna delle due parti, sia chiaro, ma è un segnale indicativo per capire quale dei due piatti della bilancia pende di più. Almeno in Italia. Almeno per adesso.
Tony Fabrizio