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Roma, 12 ott – Vietato non vietare. E’ lo slogan implicito che sembra insinuarsi nei meandri del governo, almeno a sentir parlare certi ministri e a leggere le ipotesi al vaglio per il prossimo Dpcm. E’ un ribaltone concettuale in campo progressista che rispecchia la tendenza securitaria prodotta dall’allarmismo dilagante sul coronavirus, che si fa scudo di una disarmante acquiescenza acritica. Così Roberto Speranza, titolare del dicastero della Salute, ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa su Rai3, è arrivato a incitare i cittadini a fare la spia per aiutare le autorità a smascherare il nuovo nemico dell’esecutivo giallofucsia: l’organizzatore di feste private. Il ministro confida dunque in un esercito di delatori rancorosi, guardie giurate dell’annichilimento vitale.

Una norma assurda

Ma davvero esistono persone bramose di denunciare un festoso vicino di casa? Certo che sì, ci sono sempre state, per qualsivoglia futile motivo. Litigi passati, invidie particolari, controversie condominiali e via discorrendo con il classico copione del dispetto livoroso. Parafrasando Jep Gambardella de La Grande Bellezza, esistono schiere di probi cittadini che “non vogliono partecipare alle feste, ma vogliono avere il potere di farle fallire”. Sui social, l’uscita di Speranza da Fazio è divenuta immediatamente virale e le battute a riguardo si sprecano. E’ d’altronde sin troppo facile tirar fuori un “lasciate ogni Speranza o voi che entrate a una festa” ed è altrettanto legittimo infuriarsi con chi auspica un popolo di spioni. Non è questione di irresponsabilità da parte di chi si rifiuta di trasformarsi nell’accusatore di turno, come pretenderebbero i “nostri signori” al governo. Si tratta di comprendere che chi punta tutto sulla delazione del singolo cittadino per far rispettare una norma, dovrebbe rendersi conto dell’assurdità di quella norma. E dovrebbe al contempo mettere in conto i pericolosi effetti che rischia di innescare, tra reciproci odi e diffidenze.

Per non morire delatori

La capacità di gestire un’emergenza con misura, senza incappare nella repressione da buon costume in salsa sanitaria, è una prerogativa necessaria per un governo degno di questo nome. Invece nel titillare le corde della protezione familiare si cancella lo spirito amicale e il modus vivendi conviviale. Poco importa se tutto questo sarà transitorio o meno, perché l’effetto è intanto devastante. In attesa quindi del nuovo Dpcm, occhio a non cadere nel giustificazionismo del dettame liberticida. Per evitarlo basterebbe soffermarsi a rileggere il monito dei Demoni di Dostoevskij, martello del vassallaggio a cui può ridursi il demos moralista in assenza di ethos: “Ogni membro della società vigila l’altro ed è obbligato alla delazione. Ognuno appartiene a tutti e tutti appartengono a ognuno. Tutti sono schiavi e nella schiavitù sono uguali”. C’è ancora tempo, per non morire delatori. O schiavi della delazione, se preferite.

Eugenio Palazzini

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