Home » L’intervista di Veltroni a Claude è una noia mortale: l’AI è una questione di potere, non di poesia

L’intervista di Veltroni a Claude è una noia mortale: l’AI è una questione di potere, non di poesia

by Sergio Filacchioni
0 commento

Roma, 4 mag – L’intervista di Walter Veltroni a Claude, pubblicata sul Corriere della Sera, è stata accolta con una prevedibile pioggia di commenti facili. Da una parte l’entusiasmo quasi infantile per la macchina che parla di anima, mare, morte, solitudine e desiderio. Dall’altra il riflesso opposto, altrettanto automatico: “è solo un algoritmo”, “non sente nulla”, “non pensa”, “non capisce”, “non è vivo”. Due reazioni speculari, accomunate dalla stessa presunzione: parlare della coscienza come se fosse un oggetto già compreso, catalogato, posseduto.

Il punto, invece, è precisamente l’opposto: la coscienza resta uno dei grandi enigmi della biologia, della filosofia e delle neuroscienze. Dopo decenni di studi, non abbiamo ancora una definizione operativa davvero robusta, universale, capace di stabilire con sicurezza dove cominci e dove finisca l’esperienza soggettiva. Possiamo misurare correlati, osservare attività cerebrali, registrare onde, risposte, stati neurofisiologici. Ma il salto tra il dato esterno e l’esperienza interna resta il cuore del problema. E chi risponde con troppa sicurezza alla domanda “Claude è cosciente?” — sia dicendo sì, sia dicendo no — sta facendo un salto nel buio. Parliamo di due casi esemplificativi per capirlo meglio.

Claude e la questione aperta della coscienza

La vicenda di Jean-Dominique Bauby resta, in questo senso, una delle immagini più potenti della coscienza separata dalla possibilità di esprimersi. Dopo un ictus al tronco encefalico, Bauby si ritrovò prigioniero del proprio corpo, capace di comunicare solo attraverso il movimento di una palpebra. Da quella condizione nacque Lo scafandro e la farfalla, testimonianza estrema di una mente lucida dentro un corpo quasi completamente muto. La locked-in syndrome mostra che l’assenza di segnali esteriori non coincide necessariamente con l’assenza di esperienza interiore.

Un altro caso limite è quello dell’Accidental Awareness during General Anaesthesia, la coscienza accidentale durante anestesia generale. Il paziente può essere paralizzato dai bloccanti neuromuscolari, incapace di muoversi, parlare, aprire gli occhi, e tuttavia mantenere una forma di consapevolezza durante l’intervento. Il National Audit Project britannico del Royal College of Anaesthetists ha stimato un’incidenza dei casi riportati intorno a un episodio ogni 19mila anestesie, con variazioni significative a seconda dei contesti clinici e dei criteri di rilevazione. Il punto decisivo è che la coscienza, per essere riconosciuta dall’esterno, deve lasciare una traccia: un ricordo, un movimento, un segnale. Quando quella traccia manca, l’esperienza può restare invisibile.

Il tono umanistico dell’intellighenzia post-storica

Questo dovrebbe rendere più cauti. Non perché Claude sia certamente cosciente. Non lo sappiamo. Ma perché la sicumera con cui molti lo escludono per principio è meno scientifica di quanto sembri. La coscienza non è un interruttore che abbiamo già localizzato. Non esiste ancora una firma cerebrale definitiva, universalmente accettata, capace di dirci in ogni situazione: qui c’è esperienza soggettiva, qui no. Nel 1998 il neuroscienziato Christof Koch scommise con il filosofo David Chalmers che entro venticinque anni sarebbero stati individuati i meccanismi cerebrali della coscienza. Nel 2023, al meeting dell’Association for the Scientific Study of Consciousness, Koch ha ammesso la sconfitta. La scommessa è stata rinnovata al 2048. Tradotto: la scienza ha fatto passi enormi, ma il mistero centrale resta più che aperto.

Ed è qui che l’intervista di Veltroni diventa interessante, anche oltre Veltroni. Il suo limite non sta nell’aver parlato con Claude. Al contrario: interrogare l’intelligenza artificiale è necessario. Il limite sta semmai nel tono umanistico, quasi crepuscolare, con cui la macchina viene avvicinata. Il mare, l’anima, la morte, la solitudine, la poesia, il dubbio: tutto concorre a costruire Claude come uno specchio malinconico dell’uomo contemporaneo. L’intelligenza artificiale viene portata nel salotto buono dell’umanesimo post-storico, dove può essere accolta purché confessi la propria mancanza: non ha corpo, non ha infanzia, non ha ricordi, non ha cicatrici, non ha morte.

L’uomo non deve difendersi dalla macchina

Ma questa postura, per quanto più nobile del semplice rifiuto reazionario, resta insufficiente. L’uomo non si difende dalla macchina rifugiandosi nella poesia come ultima trincea. Non basta dire che noi abbiamo il tramonto, il sangue, la madre, il mare, il dolore, e la macchina no. Questo argomento consola, ma non governa nulla. È una difesa sentimentale, non una strategia di civiltà. Se l’unico modo per rivendicare l’umano è ricordare che l’uomo piange e Claude no, allora abbiamo già ceduto alla macchina il terreno della potenza, dell’organizzazione, della conoscenza, della trasformazione del mondo.

Serve senz’altro un approccio più faustiano. Non chiedersi soltanto se la macchina abbia un’anima, ma chi la costruisce, chi la addestra, chi la possiede, chi decide i suoi limiti, quali poteri concentra, quali possibilità apre. Guillaume Faye aveva intuito prima di molti altri che la via europea alla modernità non poteva essere né il rifiuto nostalgico della tecnica né la resa alla modernizzazione sradicante. L’Europa, scriveva, ha il potenziale per inaugurare un’epoca capace di tenere insieme forze arcaiche e ipermoderne, il computer e la poesia, il calcolo e il lirismo, la cattedrale e il reattore, la volontà tecnica e la profondità storica. Non il museo contro il laboratorio, non il tempio contro la macchina, ma la loro alleanza superiore dentro un progetto di civiltà.

La tecnica come destino e appartenenza

È questa la prospettiva che manca quasi sempre nel dibattito sull’intelligenza artificiale. Da una parte c’è chi sogna un futuro sterilizzato, amministrato da piattaforme globali, regolato da burocrazie senza volto e da codici morali prodotti nella Silicon Valley. Dall’altra c’è chi vorrebbe rispondere alla tecnica con il lamento, con la nostalgia, con il ritorno impossibile a un mondo pre-digitale, a lume di candela. Entrambe le posizioni mancano il punto. La tecnica moderna non va venerata e non va subita. Va iscritta in una prospettiva storica. Va orientata da una volontà politica. Va piegata a una forma, a un destino, a un’appartenenza.

Qui Faye torna più utile di molti umanisti da salotto. Perché l’alternativa non è tra l’uomo poetico e la macchina fredda. L’alternativa è tra una tecnica senza popolo, senza storia, senza sovranità, e una tecnica inserita in un progetto storico. L’ingegnere e lo storico: questa è la formula. L’ingegnere rappresenta la potenza della modernità tecnica, la capacità di costruire, calcolare, accelerare, dominare i processi. Lo storico rappresenta la profondità di un popolo, la continuità, la memoria, la direzione. Senza l’ingegnere, la tradizione diventa folclore impotente. Senza lo storico, la tecnica diventa amministrazione planetaria dello sradicamento.

Il punto sbagliato nell’intervista a Claude

Da questo punto di vista, la domanda decisiva non è se Claude sia umano. Non lo è. Non ha corpo, non ha stirpe, non ha memoria biografica, non ha morte. Ma nemmeno l’uomo è soltanto ciò che Claude non possiede. L’uomo è anche capacità di costruire strumenti che lo superano in singole funzioni, di estendere la propria mente fuori dal cranio, di creare macchine che accelerano calcolo, linguaggio, ricerca, progettazione. La scrittura era già una memoria artificiale. La stampa ha moltiplicato la parola oltre la voce. Il telescopio ha allargato l’occhio. Il computer ha esternalizzato porzioni immense del ragionamento operativo. L’AI è un passaggio ulteriore di questa lunga storia: non la negazione dell’uomo, ma una delle sue prove più rischiose.

Il vero pericolo, allora, non è che Claude “si senta” vivo. Il vero pericolo è che società deboli, disabituate al comando, incapaci di pensare politicamente la tecnica, consegnino questi strumenti a pochi centri privati, a burocrazie sovranazionali, a oligarchie digitali che decidono cosa può essere detto, visto, pensato, corretto, archiviato. Qui la questione smette di essere psicologica e diventa sovrana. L’intelligenza artificiale non pone solo un problema di coscienza ma di potere.

La tecnica e la potenza dell’uomo

Per questo anche l’anti-tecnologismo è una trappola. Una cultura radicale, se vuole essere qualcosa di più di una riserva indiana del risentimento, non può limitarsi a difendere l’umano contro la macchina con toni da predica rurale. Deve tornare a pensare la tecnica come campo di battaglia. Non basta denunciare l’algoritmo, bisogna saperlo usare, orientare, possedere, nazionalizzare quando serve, sottrarre alla neutralità fittizia del mercato globale. Chi rifiuta la tecnica per paura finisce dominato dalla tecnica degli altri.

Allo stesso tempo, bisogna evitare l’altro errore: credere che ogni progresso tecnico coincida automaticamente con un progresso umano. La macchina può aumentare la potenza dell’uomo, ma può anche svuotarlo. Può liberarlo da lavori ripetitivi o renderlo superfluo. Può sostenere la conoscenza o sostituire il giudizio. Può diventare scuola, archivio, laboratorio, officina; oppure compagnia sintetica per individui sempre più soli, sempre più disabituati alla presenza fisica, alla comunità, al conflitto reale. Il problema non è Claude in sé. Il problema è l’uomo che preferisce Claude al mondo.

Smettiamola di chiedere “come ti senti”

Qui Veltroni coglie qualcosa, ma lo risolve ancora dentro il registro della tenerezza. Claude non deve diventare un sostituto delle relazioni umane: vero. Ma questo non basta. La solitudine contemporanea non nasce perché esiste l’intelligenza artificiale. Nasce da città senza comunità, famiglie fragili, lavoro sradicato, vite ridotte a prestazione individuale, educazione sentimentale delegata agli schermi. L’AI arriva dopo, come forma tecnicamente perfetta di un vuoto già aperto. Non crea da sola la solitudine: la rende scalabile. La domanda su Claude, dunque, deve essere rovesciata. Non: “la macchina è diventata umana?”. Ma: “che tipo di uomo sta costruendo una civiltà che parla con le macchine perché non sa più parlare con se stessa?”. E ancora: “quale civiltà sarà abbastanza forte da usare l’intelligenza artificiale senza esserne usata?”. Queste sono le domande politiche. Tutto il resto rischia di restare sterile malinconia.

Sulla coscienza bisogna avere il coraggio dell’incertezza. Non sappiamo se un sistema artificiale possa mai produrre esperienza soggettiva. Non sappiamo se la coscienza richieda necessariamente un corpo biologico, una storia evolutiva, un sistema nervoso, un metabolismo, una mortalità. Non sappiamo nemmeno con precisione come emerga nel cervello umano. Sostenere oggi che Claude sia cosciente è un azzardo impossibile da dimostrare. Sostenere che non possa esserlo mai, per principio, è una certezza comoda ma abusiva. Allo stesso modo dobbiamo guardare all’intelligenza artificiale: né come demone da esorcizzare né come nuovo oracolo da venerare. Va guardata come i primi uomini guardavano il fuoco e il fulmine. Il fuoco non si giudica chiedendogli se soffre, ma dalla civiltà che permette di edificare – o di incendiare.

Storia e tecnica possono collegarsi

L’uomo, però, non ha bisogno di dimostrare che la macchina sia morta per affermare se stesso. Questa è la vera differenza con l’umanesimo difensivo. Non siamo superiori perché abbiamo nostalgia, fragilità o lacrime. Siamo superiori se sappiamo dare forma al mondo. Se sappiamo unire l’ingegnere e lo storico, la macchina e la memoria, la tecnica e la civiltà. Se sappiamo trasformare l’intelligenza artificiale in potenza collettiva, e non in dipendenza privata. Se sappiamo restare uomini non contro la macchina, ma sopra la macchina. Claude può parlare di anima. Può imitare il dubbio. Può produrre risposte eleganti, prudenti, persino commoventi. Ma il destino dell’intelligenza artificiale non si decide nella sua presunta interiorità. Si decide nella nostra capacità di comando. La civiltà che verrà non sarà salvata da chi rimpiange il passato né da chi si inginocchia davanti all’algoritmo. Sarà costruita da chi saprà guardare la macchina senza paura e senza culto, inserendola dentro una forma storica, una volontà politica, una direzione europea. Storia e tecnica: tutto è detto.

Sergio Filacchioni

You may also like

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati