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Roma, 14 ott – Alla vigilia delle assemblee annuali di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale e del G20 dei ministri delle finanze, Mario Draghi, in quel di Washington, ha condotto un dialogo sulla crescita e sul lavoro. Il governatore della Bce ha sostenuto che il quantitative easing e le politiche monetarie “sono distorsive per loro stessa natura, ma non è possibile ignorare che negli ultimi 4 anni sono stati creati nell’eurozona 7 milioni di posti di lavoro“. Così facendo, le distorsioni, per Draghi, vengono dimenticate in favore dei vantaggi accumulati. Nessuno ovviamente va a contestare che molti di questi milioni di posti di lavoro siano con contratti a termine o con mini lavori da 400 euro al mese. Ciò che conta sono i numeri e con quelli siamo stati abituati in questi ultimi anni ad essere sommersi da statistiche che parlano sempre a favore dei governi pro Unione Europea. Peccato poi che le analisi spicce, quelle fatte da chi la realtà la vive e la subisce, siano ben diverse da ciò che viene raccontato.



Draghi a Washington ha sostenuto inoltre che la Banca centrale europea guarda con molta attenzione al mercato del lavoro e ai salari e ha rilevato che nonostante i progressi fatti e i risultati positivi ottenuti “ancora non ci siamo“, aggiungendo che lo sforzo dovrà essere profuso per “cercare di capire perchè la risposta dei salari alla politica monetaria sia meno significativa che in passato facendo mancare gli attesi effetti sull’inflazione“. Occorre fare di più per aumentare il livello dei salari, ci dice il governatore della Bce, come se il suo interesse principale sia veramente rivolto al mondo del lavoro. L’economia monetaria ci viene in soccorso – e Draghi queste cose le mastica eccome – per dirci che la competitività si riacquista o con la svalutazione della moneta o con la svalutazione dei salari. Su quest’ultimo punto Draghi, in passato, è sempre stato abbastanza netto e chiaro sostenendo a più riprese che in Italia si sarebbe dovuto intervenire sui salari con una deflazione (nell’agosto del 2011 con una lettera inviata al governo Berlusconi e nel 2014 in un discorso rivolto ai paesi dell’eurozona nel quale affermava di voler mantenere l’obiettivo del 2% dell’inflazione praticando una svalutazione non monetaria ma salariale).

Quindi Draghi, dopo aver pontificato per anni sulla riduzione dei salari, oggi cambia registro, e ne invoca anzi un aumento. Nel frattempo il mondo del lavoro è stato distrutto e con esso intere nuove generazioni che non trovano sbocchi nè solidità economica per costruirsi un futuro, il tutto grazie anche alle folli politiche che sposano l’austerità e un modello socio economico fallimentare nelle ricette proposte e nell’ideologia di fondo che viene sostenuta e tenuta in vita grazie a forti dosi di propaganda.

L’iniezione di liquidità ad oltranza della Bce è un’altra di quelle follie a cui ci sta abituando Mario Draghi. Una montagna di miliardi spesa – circa 2 mila miliardi – per partorire un topolino, con un risultato sull’inflazione piuttosto risibile e che mette a nudo l’incapacità a misurarsi con i problemi drammatici di un’economia europea che continua a non dare cenni di ripresa. A nulla serviranno gli stimoli monetari con il Qe di Draghi che serve solo a produrre a prezzi e utili decrescenti con il risultato di ridurre sempre più una competizione tra le aziende basata soltanto sulla compressione dei costi e dei salari facendo così fuori gli operai e con essi tutto il ceto medio produttivo.

Non solo l’alleggerimento monetario, nonostante la mole di denaro immessa nei circuiti finanziari, ha prodotto un effetto nullo o quasi sull’inflazione, ma ha anche creato un paradosso per la nostra nazione che continua a pagare 90 miliardi di euro di interessi passivi annui sul debito pubblico a fronte di un tasso di interesse che è rimasto sempre mediamente attorno al 4,5%. Potenze di uno stupefacente (il quantitative easing) che continua a drogare i mercati finanziari ma senza alcun effetto sull’economia reale.

Giuseppe Maneggio



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