Roma, 18 lug – A venticinque anni dal G8, Genova torna a essere il mito fondativo di una sinistra che non riesce più a fondare nulla. Salvatore Cannavò scrive su Jacobin Italia che il «filo rosso» del movimento avrebbe mantenuto ferme due coordinate: il no alla guerra e il no al neoliberismo. Zerocalcare, intervistato da Repubblica, accusa invece la sinistra di avere rimosso la dimensione del conflitto e di saper riconoscere soltanto vittime inermi. Entrambi, forse involontariamente, mostrano il problema: Genova sopravvive soprattutto come racconto di Genova.
C’è Genova 2001 e il racconto di Genova 2001
Nessuno lo ricorda, ma quel movimento non nacque per denunciare un generico ritorno del fascismo come le odierne piattaforme antagoniste tipo No Kings. Il programma del Genoa Social Forum parlava di debito, liberalizzazione del commercio, controllo della finanza, sovranità alimentare, lavoro, guerre e potere delle multinazionali. Naomi Klein descriveva quella stagione come una rivolta contro il dominio delle grandi imprese e contro lo spostamento delle decisioni sempre più lontano dalle comunità che ne subivano gli effetti. Era un patrimonio confuso e contraddittorio, ma era un conflitto “reale”, tentava cioè di indicare gli effetti concreti del potere. «Avevamo ragione», si ripetono oggi tra un post e un editoriale. E in parte è anche vero. La crisi finanziaria, lo strapotere delle piattaforme e la progressiva subordinazione della politica a poteri economici sovranazionali hanno confermato molte diagnosi. Ma la ragione senza forza politica è soltanto una consolazione retrospettiva. Lo riconosce lo stesso Cannavò quando ricostruisce il passaggio dal movimento al secondo governo Prodi, la successiva frattura e la scomparsa della sinistra radicale dal Parlamento nel 2008. Non furono dunque solo i manganelli a interrompere quella storia: contribuirono la subalternità ai partiti, l’integrazione istituzionale e l’incapacità di trasformare la piazza in una forma politica autonoma.
La morale ha sostituito la politica attiva
Questa incapacità politica non attenua di un millimetro le responsabilità dello Stato. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha qualificato come tortura le violenze della scuola Diaz e quelle inflitte ai fermati di Bolzaneto, rilevando inoltre l’inefficacia delle indagini e delle sanzioni. Lo Stato italiano non seppe o non volle gestire l’ordine pubblico senza precipitare nell’arbitrio, poi non riuscì a identificare e punire adeguatamente i responsabili. Ma una repressione, per quanto grave, non può spiegare da sola venticinque anni di irrilevanza. Il movimento disponeva di una mobilitazione enorme, di una rete internazionale e persino di un martire, Carlo Giuliani, attorno al quale condensare un capitale simbolico potentissimo. Ne ha ricavato un culto vittimistico più che un’eredità attiva. La morale ha progressivamente sostituito la politica; la rievocazione dello scontro ha coperto l’abbandono delle ragioni per cui quello scontro era cominciato. Per questo, anche Zerocalcare – che in questo contesti ama vestire i panni dell’antagonista veterano che ormai si gode la pensione (di Netflix) – ha ragione soltanto a metà: non è stata rimossa unicamente la conflittualità di Genova, ma soprattutto il suo target.
Dal conflitto alla neutralizzazione
Infatti, in un lasso di tempo abbastanza lungo, quel capitale simbolico è passato dall’antagonismo al marketing. Nancy Fraser ha chiamato «neoliberismo progressista» l’alleanza tra i settori finanziari e le componenti ormai egemoni dei nuovi movimenti: gli ideali di emancipazione hanno fornito un’aura morale a Wall Street, Silicon Valley e Hollywood, senza mettere in discussione proprietà, concentrazione economica e rapporti di forza. Le multinazionali hanno imparato a parlare di diversità, inclusione, identità e sostenibilità. Non sono i diritti il problema, ma la loro riduzione a reputazione aziendale e consumo simbolico. Chi gridava “No Logo” ha lasciato ai loghi persino la posa della ribellione. E così una parte consistente della sinistra ha sostituito la critica del capitale con l’allarme antifascista permanente, preferendo dichiarare guerra all’emergente populismo di destra, che pure muoveva i passi dalle stesse analisi no global. Quando non si sa più indicare il potere economico, ogni avversario diventa il fascismo; quando non si costruisce conflitto sociale, ogni elezione diventa l’ultima battaglia per la democrazia. Il «fascismo eterno» funziona come un defibrillatore: permette a un ambiente politico che ha smarrito lavoro, sovranità e rapporti di forza di continuare a farsi percepirsi come indispensabile. Il nemico non è più chi possiede e decide, ma chi può essere espulso dal campo morale attraverso la morale politicamente corretta.
Un canto del cigno reazionario
La parabola si chiude con un’immagine quasi grottesca. Per il venticinquennale il Comune di Genova ha stanziato fino a 35 mila euro per alcuni appuntamenti del programma «Riprendiamoci il futuro». Non è scandaloso che un Comune promuova memoria e dibattito. È però il sigillo dell’avvenuta neutralizzazione: chi voleva forzare la zona rossa è entrato nel palinsesto istituzionale; la rivolta contro il vertice viene celebrata con il contributo dell’amministrazione comunale. Insomma, Genova non è stata cancellata: è stata musealizzata. I suoi eredi continuano ad avere bisogno del luglio 2001 perché, dopo avere consegnato al capitalismo perfino l’estetica del dissenso, non hanno ancora trovato qualcosa per cui valga la pena lottare, e morire. Gli è rimasto solo il rancore, il risentimento e la minaccia che, puntuale, evocano ad ogni occasione utile: “ammazziamo i fascisti”. Il canto del cigno reazionario.
Sergio Filacchioni