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La destra del “pre-crimine”: chi vuole trasformare l’Italia in Black Mirror?

by Sergio Filacchioni
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Roma, 1 ago – Il problema della sicurezza esiste. Esistono gruppi organizzati che utilizzano le manifestazioni come terreno di scontro, reti che coordinano aggressioni, devastazioni e sabotaggi, ambienti nei quali la violenza non rappresenta un incidente ma un metodo politico. Negarlo sarebbe ridicolo. Altrettanto ridicolo, però, è pensare che ogni emergenza possa essere risolta aggiungendo un nuovo reato, ampliando la sorveglianza o affidando a un algoritmo il compito di distinguere preventivamente il cittadino dal nemico.

Negli ultimi giorni Fratelli d’Italia ha presentato sui propri canali una proposta contro la «guerriglia organizzata». Il nuovo reato dovrebbe colpire gruppi composti da almeno tre persone, uniti da un vincolo associativo e finalizzati alla commissione di atti violenti. Da due a otto anni per chi partecipa, da quattro a otto per promotori e dirigenti, pene anche per chi offre supporto logistico, oltre alla confisca degli strumenti utilizzati e alle aggravanti per comunicazioni criptate o interferenze con quelle delle forze dell’ordine. La rappresentazione scelta è inequivocabile: uomini incappucciati, caschi, telefoni, spranghe. Non mafiosi, terroristi o appartenenti a bande criminali consolidate, ma manifestanti. È proprio qui che comincia il problema.

La destra verso il sogno della “pre-crimine”

Punire chi organizza concretamente aggressioni e devastazioni è una cosa. Costruire una fattispecie elastica attorno al concetto di gruppo, partecipazione e supporto logistico è un’altra. Quando una chat diventa la prova di un’organizzazione criminale? Quando un passaggio in automobile, un posto letto, una raccolta di denaro o la disponibilità di un mezzo di comunicazione diventano sostegno a un’associazione violenta? E soprattutto: chi stabilirà il confine tra partecipazione politica, contiguità ambientale e concorso criminale? La destra che ha sempre rivendicato la responsabilità individuale sembra così avviarsi verso il suo esatto contrario. Non si risponde più soltanto di ciò che si è fatto, ma del gruppo al quale si appartiene, delle persone che si frequentano, delle conversazioni alle quali si partecipa e delle risorse messe a disposizione. La colpa individuale viene progressivamente assorbita dalla responsabilità della rete.

Non è necessario immaginare complotti o derive autoritarie dichiarate. Basta conoscere il funzionamento concreto degli apparati. Le norme non si applicano da sole e soprattutto non si applicano in modo neutrale. Vivono nelle priorità delle procure, nelle informative di polizia, nelle decisioni dei prefetti e nel clima culturale prodotto dai media. Lo scrivevamo già un anno fa, commentando le perquisizioni condotte contro 22 minorenni sospettati di gravitare in ambienti suprematisti, jihadisti, neonazisti o genericamente radicali. In molti casi non erano emerse strutture operative, piani imminenti o organizzazioni definite: c’erano chat, simboli, manuali, abbigliamento, provocazioni e materiale digitale. Segnali che possono richiedere attenzione, ma che non coincidono automaticamente con la preparazione di un attentato. Il rischio era quello di trasformare adolescenti confusi e suggestionabili in «terroristi per caso», cancellando la distinzione tra consumo di contenuti radicali, adesione simbolica e progetto criminoso. Il nuovo paradigma associativo rischia di rendere quella distinzione ancora più fragile.

Gli innesti Maga e il modello cinese

A questa destra penale se ne affianca ora una tecnologica, dopata dagli innesti culturali del mondo Maga e convinta che qualsiasi problema sociale possa essere risolto combinando sorveglianza, identità digitale e intelligenza artificiale. Welcome to Favelas, ormai organo d’informazione di Elon Musk in Italia, commentando gli scontri legati al movimento No Tav, ha indicato apertamente la propria soluzione: sistemi integrati sul modello Palantir, identità digitali fondate non soltanto sui dati anagrafici ma anche su riconoscimento facciale, timbro vocale, fisionomia e cartella sanitaria, tracciamento degli spostamenti, dei consumi e delle reti sociali. L’obiettivo non sarebbe identificare i responsabili dopo un reato, ma anticipare i fenomeni violenti e renderli impossibili prima che si manifestino.

Altro che America profonda, libertà individuale e diffidenza verso il Leviatano federale. A forza di innesti Maga, certa destra italiana sta approdando a un modello di sicurezza che assomiglia molto più alla Repubblica Popolare Cinese: identità biometriche, integrazione totale dei dati, classificazione dei comportamenti e prevenzione algoritmica del dissenso. Naturalmente tutto viene presentato come garanzia della privacy. Nessun essere umano leggerebbe direttamente i dati, perché il processo avverrebbe «macchina su macchina». È un argomento quasi comico. La sorveglianza non smette di essere tale soltanto perché viene automatizzata. Al contrario, l’automazione consente di controllare più persone, più a lungo e con costi molto inferiori. Restano inoltre esseri umani a decidere quali informazioni raccogliere, quali correlazioni considerare sospette, quali frequentazioni segnalare e quale soglia debba trasformare un cittadino in un profilo di rischio. L’algoritmo non cancella la decisione politica: la rende invisibile e più difficile da contestare.

Il decreto sicurezza e la gestione preventiva

A febbraio, su queste pagine, avevamo definito l’ultimo decreto sicurezza uno strumento di gestione preventiva dei comportamenti. Il fermo fino a dodici ore in occasione delle manifestazioni, la centralità attribuita a caschi, oggetti e precedenti, il passaggio dal giudice al prefetto e dalle pene alle sanzioni amministrative indicavano già una trasformazione precisa. Non si interveniva più soltanto sul reato, ma sulla possibilità che il conflitto assumesse forma. Non si puniva esclusivamente l’atto illecito: si allargava il perimetro degli elementi considerati sintomatici di una futura turbativa.

I post di questi giorni rappresentano il passaggio successivo, causati anche dall’evidente escalation messa in campo in questi mesi dall’area antifascista: dagli attentati anarchici alle ferrovie agli assalti dei No Tav ai cantieri della Val di Susa, appare evidente che ci troviamo in una spirale azione-reazione difficile da spezzare in un punto solo. Il problema è che dal fermo preventivo si arriva al reato associativo elastico; dal possesso di determinati oggetti alle relazioni digitali; dal controllo delle manifestazioni alla profilazione permanente dell’ambiente sociale. Il cittadino non viene più osservato perché sospettato di un fatto specifico. Viene elaborato come insieme di dati, relazioni, spostamenti e probabilità. Tutto questo non può non ricordare una qualche puntata di Black Mirror o Westworld, oppure la pre-crimine del film Minority Report, ma privato della sua dimensione fantascientifica e trasformato in programma politico più o meno esplicito.

L’illusione della società pacificata

Bisogna essere chiari, per non scivolare nel puro e semplice antagonismo. Uno Stato serio deve colpire chi organizza assalti, devasta città, incendia cantieri o aggredisce le forze dell’ordine. Ma deve farlo sulla base di responsabilità concrete, prove verificabili e condotte individuali, non costruendo categorie tanto ampie da poter essere adattate al nemico politico del momento. Non abbiamo mai creduto però nelle unità pre-crimine, né nel paradiso ontologico di una società completamente pacificata grazie alla repressione e agli algoritmi. Il conflitto non può essere cancellato dalla storia umana attraverso un algoritmo, non senza creare stati distopici. Il conflitto può essere governato, canalizzato e, quando assume forme criminali, represso. Ma pretendere di estirparne preventivamente ogni possibilità significa estirpare anche la politica.

Uno Stato forte non ha bisogno di sorvegliare tutto. Decide, seleziona, controlla il territorio e si assume la responsabilità delle proprie scelte. Uno Stato debole, invece, tende a moltiplicare norme, procedure e strumenti predittivi perché non riesce più a governare le cause del disordine. La destra dovrebbe comprenderlo prima di consegnare agli apparati e alle multinazionali tecnologiche poteri che domani potrebbero essere rivolti contro chi oggi li invoca. Perché la legge è un’arma a doppio taglio, mentre gli algoritmi non hanno neppure bisogno di dichiarare da quale parte stanno.

Sergio Filacchioni

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