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L’Italia di Malagò: cambiare tutto per non cambiare niente

by Roberto Johnny Bresso
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Roma, 30 lug – Nulla sembra calzare più a pennello per l’Italia del calcio di Giovanni Malagò di questa citazione tratta da Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che in fondo, ahi noi, rispecchia un po’ tutta la nostra bistrattata (da sé stessa, in gran parte) nazione.

Malagò è il vecchio che avanza

Arriviamo da tre Mondiali mancati (che poi il Mondiale ormai sia divenuto uno spettacolo bieco è un altro discorso…), di cui l’ultimo oggettivamente senza nemmeno la minima scusante, in quanto vincere in Bosnia era proprio il minimo sindacale, e da tutte le parti si (finge) di volere il cambiamento a tutti i livelli. Via l’ormai indifendibile Gabriele Gravina e chi arriva alla FIGC? Un volto nuovo? Un grande ex calciatore? Ma non scherziamo! A furor di intrallazzi ci tocca Malagò, che ha dovuto mollare il CONI, in quanto non poteva più essere rieletto. Ok, facciamo finta di farci andare bene questo ennesimo prodotto delle consorterie statali, che lui promette che questa volta si farà diversamente: si istituisce la figura del Direttore Tecnico, al quale verrà affidato il compito di scegliere il CT che allenerà la Nazionale, oltre ovviamente ad avere un ruolo molto ampio… di far cosa però non è dato sapere.

La scelta ricade sul nome di Paolo Maldini, immenso giocatore ma dall’ego smisurato e non certo noto per essere uomo da gioco di squadra fuori dal campo. Maldini a questo punto si fa garantire che l’allenatore lo sceglierà lui e, non si sa bene a che titolo, si porta dietro il fido Leonardo, un altro che dopo l’addio al calcio ha fatto più danni che benefici. Ora, non so che Maldini abbia detto a Malagò, ma contatta Carlo Ancelotti, operazione tra l’altro illegale visto che è sotto contratto con il Brasile, ed al suo rifiuto passa a Pep Guardiola, che tanto fesso non è: ha sempre allenato solo squadroni e chi glielo fa fare di passare a Coverciano? E tutto questo lo sbandieri ai quattro venti, come se fosse un’operazione possibile! Depennati i primi due nomi che fai? Ma certo, chiami Andrea Pirlo, che ha un curriculum da allenatore che mette ancora meno entusiasmo della sua miglior espressione facciale. Praticamente, dopo aver trovato tutto prenotato in due ristoranti stellati, me ne vado a mangiare su una panchina una pizza presa dal distributore automatico (sì, esistono pure i distributori automatici di pizza: ne ho uno proprio vicino casa)! A Malagò viene un collasso e non sa come uscirne, ma per fortuna viene in suo soccorso il leader di Azione (vale a dire leader di sé stesso) Carlo Calenda, che rivela (non che sia Sherlock Holmes eh, era tutto risaputo e di pubblico dominio) che Pirlo è stipendiato dal sito di scommesse russo Fonbet, tra l’altro bandito in Italia. Apriti cielo, qui è una questione morale e Pirlo non s’ha da fare, come il matrimonio tra Renzo e Lucia. Maldini prova la carta Thiago Motta (wow), prende un’altra porta in faccia e saluta tutti in compagnia di Leonardo.

Un imbarazzo dopo l’altro

Come uscirne? La Lega Serie A spinge per Antonio Conte, ma Malagò è deciso: il mio amico Roberto Mancini (che è scappato dalla Nazionale in un momento decisivo per inseguire i soldi arabi, quelli sì etici, non come i rubli) è la risposta e ci mettiamo pure Claudio Ranieri (che è in età da pensione, ma da qualche anno è come il prezzemolo quando si è a corte di idee), poi penseremo bene cosa fargli fare. Già che ci siamo organizziamo una conferenza stampa chiedendo 500 euro alle varie testate per poter assistervi e facciamo subito dire a Mancini che lui è il figliol prodigo, ha sbagliato è vero, ma è perché non si è parlato con Gravina (dare la colpa agli assenti è sempre una grande mossa all’italiana) e così ha tradito l’amore della sua vita (e la Sampdoria? Mi chiederei un po’ indispettito se fossi doriano). Ma ora “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto,chi ha dato, ha dato, ha dato. Scurdammoce ô ppassato” e vinceremo il prossimo Mondiale a 678 squadre. Tutti felici, tutti scontenti, ma in fondo chi se ne frega? Nulla realmente è stato scalfito nei salotti del potere e questo veramente conta, in quell’ennesimo ganglio di politica che noi romantici ci ostiniamo irriducibilmente a chiamare calcio.

Cambiare tutto per non cambiare niente

Tirando le somme sarebbe fin troppo facile dare la colpa a chiunque: Malagò in primis, visto che in fondo il capo sarebbe lui (che abbia architettato tutto consapevolmente o se abbia finito per sguazzarci durante il percorso cambia poco), Maldini che si è mosso completamente a caso tipo elefante in cristalleria, Pirlo per essere insomma Pirlo e Mancini per non conoscere alcun tipo di vergogna. No, la colpa è mia che ancora mi arrabbio, mi stupisco  e ne scrivo pure. La colpa è mia che in fondo il calcio lo amo ancora, anche se è cambiato tutto per non cambiare niente. Per l’ennesima e, sicuramente, non ultima volta.

 Roberto Johnny Bresso

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