terremoto-mirandola-emiliaMirandola, 9 set – A 3 anni di distanza dal sisma che ha colpito l’Emilia i cittadini di Mirandola, cittadina maggiormente colpita, sono scesi in piazza per protestare contro l’arrivo dei “profughi”.
Come riferisce “Il Giornale” in un articolo inchiesta le liquidazioni dei fondi già stanziati dallo Stato per la ricostruzione post-terremoto sono molto indietro: la metà del denaro non è ancora arrivata.

Basterebbe farsi un giro per il paese per capire la reale portata del disastro in cui ancora versa Mirandola: Loretta Severi, commerciante che sarà costretta a chiudere la propria attività, sostiene che il centro cittadino “è morto: non ci passa più nessuno da qui”.
Situazione che condivide, almeno in parte, con un’altra città colpita da un forte sisma nel lontano 2009: L’Aquila, dove la ricostruzione del centro storico è ancora ben lontana dal dirsi conclusa. Bisogna però sottolineare come siano realtà ben diverse nonostante il “mal comune”: L’Aquila abbisogna di più attenzione e cautele per poter vedere ultimata la ricostruzione, dato che la densità di monumenti storici colpiti dal sisma è esponenzialmente più alta rispetto a quella di Mirandola.

434Motivo per cui, considerando anche che i fondi per sono stati già stanziati, non si capisce perché ci siano così tante difficoltà nella ricostruzione del paese emiliano.
Per questo sabato scorso la cittadinanza è scena in piazza per una manifestazione organizzata da Forza Italia per protestare contro l’arrivo dei sedicenti “profughi”.
Perché a Mirandola non sono solo i palazzi storici ad essere ancora inagibili, sono anche gli esercizi commerciali, le fabbriche e soprattutto le case dei cittadini, pertanto tutti coloro che dopo 3 anni sono costretti ancora ad affidarsi ai container per avere un tetto sotto cui vivere, sono scesi in piazza per dire il loro secco “no” all’arrivo degli immigrati: “Solo quando tutte queste case saranno ricostruite – dice Stefano Cavedagna, leader della Giovane Italia – potremo pensare all’accoglienza. Non prima”.

In tanti hanno fatto sentire la propria voce di protesta: persone comuni, italiani che vogliono lavorare e ricominciare, persone che per orgoglio magari non chiedono aiuto in televisione, ma che si affidano a parenti e amici per tirare avanti, ma non basta. Per nessuno di loro sentirete mai peana del Papa a favore dell’accoglienza, nessuno marcerà a piedi scalzi tantomeno verranno fatte campagne mediatiche strappalacrime. Il motivo è semplice: i terremotati non rendono. Non rendono nel quadro della propaganda governativa volta a cambiare la mentalità ed il modo di vivere di una Nazione intera e quindi non rendono nemmeno finanziariamente.
Nessun ente o privato riceve 35 euro al giorno per dare accoglienza ad un terremotato come invece succede per gli immigrati: si calcola che in Emilia Romagna ve ne siano circa 4700 sistemati anche in zone terremotate in barba al decreto governativo che lo proibiva. Un giro d’affari di circa 60 milioni di euro l’anno come riferisce il quotidiano milanese.

A tutto questo si aggiunge anche la longa manus di Equitalia che ai commercianti ha fatto inserire nella dichiarazione dei redditi il bonus statale di 15 mila euro elargito per riaprire le attività, riprendendosi sostanzialmente quel poco che era stato dato dallo Stato: oltre il danno la beffa, ed intanto a Mirandola sta arrivando un altro inverno da passare nei container.

Paolo Mauri

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