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La Remigrazione conquista Napoli (mentre le proteste fanno letteralmente acqua da tutte le parti)

by Tony Fabrizio
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Napoli, 27 apr – Essere alla presentazione della proposta di legge a Napoli è “un diritto, ma soprattutto un dovere perché non possono esistere città ostaggio della mafia antifascista”. Si era espresso così Luca Marsella, presidente del Comitato Remigrazione e Riconquista, alla vigilia e alle polemiche che avevano preceduto l’evento svoltosi venerdì scorso di Napoli.

Parole profetiche

Parole che, col senno di poi, appaiono profetiche. La sinistra partenopea, extraparlamentare e no, minacciava barricate, brandiva la Costituzione come un esorcista e si richiamava agli spettri del sempiterno fascismo. Alla fine i manifestanti sono stati poco meno di un centinaio. E si sono limitati a scaricare le loro pistole ad acqua sulle forze dell’ordine. Il problema più rilevante, però, è stato creato dalla gestione dell’ordine pubblico: la chiusura dell’intero tratto stradale da e per la città a mezz’ora dall’inizio dell’evento ha tutto il sapore del boicottaggio. A numerose persone che sono rimaste bloccate nel traffico è stato di fatto impedito di raggiungere il luogo dell’evento. Oltre al disagio arrecato ai numerosi cittadini in un’ora di punta.

Alla fine il Comitato per la Remigrazione e la Riconquista ha parlato e si è preso anche a Napoli. Il capoluogo campano non è (solo) la città delle Quattro Giornate (tra l’altro inventate) usate come feticcio da una sinistra in crisi d’identità. Ma è prima di tutto una metropoli che vive sulla propria pelle il fallimento del dogma multiculturale. Lo hanno capito i cittadini, lo hanno capito gli organizzatori del Comitato ReR e paradossalmente lo hanno capito anche i censori in servizio permanente, la cui rabbia scomposta è la prova lampante che il nervo scoperto è stato centrato in pieno.

Remigrazione, il successo del convegno napoletano

Il convegno sulla remigrazione al Millenium Gold Hotel non è stato solo un successo di pubblico che era assiepato nella sala gremita, ma è stato un atto di rottura epistemologica. Vedere seduti allo stesso tavolo esponenti di spicco di CasaPound Italia come Luca Marsella ed Emmanuela Florino, insieme con figure istituzionali del calibro dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano e del senatore leghista Gianluca Cantalamessa, oltre che della scrittrice Francesca Totolo ha mandato in cortocircuito il sistema nervoso della Napoli “zapatista” e sindacale.

Le barricate di carta

Eppure, i tentativi di alzare le barricate ci sono stati. Tra prediche e prefiche abbiamo assistito al solito spartito logoro: la Cgil che ha invocato lo scioglimento dei movimenti identitari invece di occuparsi dei lavoratori; l’Anpi che ha rispolverato il manuale della guerra civile permanente; il neo-europarlamentare Sandro Ruotolo che tra un monito e l’altro, ha cercato di ergere un cordone sanitario attorno all’hotel di Capodichino.

Hanno provato a spaventare i relatori. E fatto pressione sulle proprietà. Hanno gridato allo scandalo perché un ex Ministro della Repubblica osava confrontarsi con chi, da anni, elabora soluzioni concrete al di fuori dei salotti. Ma le barricate istituzionali sono crollate. Nonostante le minacce della sinistra radicale e le veline dei giornali fotocopia, il dibattito si è svolto. Ed è stato un dibattito di altissimo livello geopolitico e sociale.

Oltre il tabù: la remigrazione è realtà

Il punto è che la remigrazione non è un’utopia “crudele”, ma una necessità storica. Mentre Cantalamessa ricordava i numeri impietosi che vedono l’Italia fanalino di coda nelle espulsioni rispetto alla Germania, citando Marx e Papa Francesco, Sangiuliano ha potuto citare Houellebecq e la “sottomissione” francese per spiegare che il destino delle nostre periferie non è scritto nelle stelle, ma nelle scelte politiche di oggi.

Citare Pasolini – come ha fatto l’ex ministro nei giorni scorsi – per ricordare la necessità di parlare anche a chi è “lontano”, è la dimostrazione che bisogna riflettere sui crimini del comunismo prima di puntare il dito. La sua presenza è stata la risposta più dura a chi pretendeva di isolare la proposta dei patrioti: il tema della remigrazione non è sicuramente una nicchia radicale, ma una necessità geopolitica. Florino è andata dritto al punto e ha ribadito un concetto cardine: l’immigrazione è business e la remigrazione è tanto osteggiata perché mette le mani in tasca a chi lucra.

Remigrazione, gli interventi di Francesca Totolo e Luca Marsella

Francesca Totolo, invece, sciorina numeri che sono autentiche coltellate. Una violenza sessuale su due in Italia è commessa da stranieri che hanno un tasso di incidenza, questo in particolare, di nove volte superiore a quella di un italiano. Una donna su tre è uccisa da uno straniero, anche tra le mura domestiche. Il 60% dei furti è commesso da stranieri che delinquono sette volte in più di un italiano. Il triste primato spetta agli algerini, seguiti da tunisini, nigeriani e marocchini. Questo comporta che il 32% della popolazione carceraria è composta da stranieri che sono anche la prima causa – se non l’unica – del sovraffollamento delle carceri.

Luca Marsella accende gli animi, innanzitutto di Cantalamessa e Sangiuliano, politici coraggiosi a sedersi a un tavolo con esponenti della politica parlamentare, rispetto a quella politica che scappa. La remigrazione è la possibilità, l’ultima, di salvare la Nazione, dice. Tra cento anni l’Italia ospiterà solo l’uno per cento di italiani, visto che ne perde duecentomila ogni anno. Ma è quando annuncia le prossime tappe delle conferenze e la manifestazione nazionale, prima di andare in Parlamento con oltre centocinquantamila firme che accende gli animi della platea.

Marsella, inoltre, porta in dono un naso da pagliaccio al deputato locale Marco Sarracino che aveva attaccato il portavoce di Cpi nei giorni scorsi dai banchi del Parlamento, chiedendo anche chiesto all’assessore Sangiuliano di rinunciare alla sua presenza. Vanamente.

La rotta è tracciata

Mentre fuori le anime belle del pensiero unico schiumavano rabbia, all’interno si tracciava la rotta per una legge che rimetta al centro l’interesse nazionale e la salvaguardia dell’identità europea. È stato sottolineato come il modello multiculturale abbia generato solo marginalità, come l’accoglienza incontrollata è stato un progetto fallimentare. Napoli, con le sue zone d’ombra trasformate in enclave straniere, ne è la prova vivente.

La proposta prevede piani di rimpatrio incentivato, basati sul principio che il primo diritto di un uomo sia quello di non dover abbandonare la propria terra. Così, mentre la sinistra manifesta per il “diritto all’accoglienza”, i promotori della remigrazione denunciavano lo sfruttamento di migliaia di disperati usati come leva per abbassare i salari degli operai italiani.


Il “Remigration Party” e la vittoria della volontà

Il tutto non poteva che concludersi alla storica Sezione Berta. Lì, tra le mura che hanno visto decenni di militanza missina e oggi battono al ritmo della tartaruga frecciata, il Remigration Party ha suggellato lo storico successo della giornata.

Il messaggio lanciato da Napoli è chiaro: il tempo del (finto) senso di colpa è finito. La sinistra può continuare a invocare barricate di carta e sventolare vecchie bandiere. Poi c’è chi continua a guardare all’orizzonte, consapevole che la storia non la fanno i censori, ma chi ha il coraggio di nominare l’innominabile. La remigrazione è uscita dal ghetto del politicamente scorretto per diventare proposta politica popolare. E questo, per i professionisti dell’accoglienza, è l’incubo peggiore. O, se preferiscono fare bei sogni, pensino pure che la remigrazione è liberazione.

Tony Fabrizio

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