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Difendo Cadorna! Caporetto cent’anni dopo, oltre le leggende (4)

by La Redazione
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Roma, 26 ott – Quarta puntata della nostra contro-inchiesta storica sulla battaglia di Caporetto. Qui, qui e qui è possibile leggere le prime tre puntate.

Alle 2 e 30 di notte del 27 Ottobre il generale Cadorna ordinò il ripiegamento generale sulla linea del Tagliamento che si svolse, per i resti della 2a Armata, tra masse di sbandati che avevano gettato le armi ed inneggiavano alla pace, alle potenze centrali ed ai capi massimalisti, ed a migliaia di profughi in fuga. Cadorna considerava tale linea solo provvisoria, tanto che già il venticinque aveva ordinato il ripiegamento oltre il Piave delle artiglierie superstiti della 2a Armata e di quelle della 3° Armata di Emanuele Filiberto di Savoia, ed il loro concentramento intorno a Treviso. Per tale motivo, lo stesso giorno, decise l’arretramento della sede del Comando Supremo a Treviso, per approntare le difese della linea del Piave- Grappa- Altipiani. Il Generalissimo era ben consapevole come Conrad non si avrebbe certo lasciata sfuggire l’occasione di un’offensiva dal saliente trentino per dare il colpo decisivo all’esercito italiano in ritirata, attaccando nel settore del Grappa e degli Altipiani per sboccare poi in pianura, prendendo alle spalle la linea del Tagliamento per ricongiungersi poi con von Below e Boroevich.

Alle 13.30 Cadorna ed il suo Stato Maggiore lasciarono il capoluogo friulano. Decisione logica, dato che quella del Piave era la linea difensiva che già nell’aprile 1917 il Generalissimo aveva ritenuto più adatta alla difesa, anche perché le linee di collegamento avversarie si sarebbero allungate troppo e avrebbero avuto bisogno di un certo tempo per diventare efficienti. Eppure una decisione tanto logica venne da alcuni chiamata fuga[1], come se il rimanere ad Udine senza preparare adeguatamente la linea del Piave, il rischieramento delle artiglierie, il ripiegamento delle fanterie sulle linee di contenimento del Tagliamento e della Livenza, troppo lontano per parare la minaccia offensiva del Conrad dal Trentino, ovvero rimanere in una città che sarebbe stata occupata dai tedeschi il giorno successivo, facendo cadere prigioniero Cadorna ed il suo staff, oppure fuggire a rotta di collo all’ultimo minuto per strade intasate da profughi, sbandati e reparti in ritirata, non sarebbe stata un’imbecillità abissale. Eppure c’è chi lo sostiene ancor oggi[2]!

Per fortuna sua e dell’Italia, Cadorna non si fermò ad Udine a farsi catturare dai tedeschi, e poté organizzare la successiva sistemazione difensiva che avrebbe fermata l’offensiva nemica, e, sulla lunga distanza, vinta la guerra. Il Generalissimo emise allora, anche sulla base di rapporti rivelatisi spesso inesatti, il famoso bollettino, poi ritirato e modificato dal governo, che attribuiva il successo nemico alla mancata resistenza di alcuni reparti vilmente ritiratisi senza combattere. Il testo fu scritto da Porro, ma sotto la supervisione del Generalissimo:

La mancata resistenza di reparti della II Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro- germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare sul sacro suolo della Patria.

Il bollettino venne poi cambiato dal presidente del Consiglio Orlando: La violenza dell’attacco e la deficiente resistenza di alcuni reparti della II Armata…

Aggiungendo al testo una frase che ribadiva la fiducia nell’Esercito:

Il valore dei nostri soldati in tante memorabili battaglie combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra, dà affidamento al Comando Supremo che anche questa volta l’Esercito, al quale sono affidati l’onore e la salvezza del Paese, saprà compiere il proprio dovere.

Secondo la testimonianza dell’allora colonnello Gabba, segretario di Cadorna, che fu presente alla redazione del bollettino, il testo venne steso dal medesimo redattore di quello, celeberrimo, del 4 novembre del 1918. Quando Porro lo lesse al Generalissimo erano presenti due ministri in carica, i generali Giardino e Dallolio. Quando Porro lesse la prima parte del bollettino menzionante i reparti vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, Cadorna esclamò: No, questo no, e si accese una discussione. Porro spiegò che la denuncia era necessaria per chiarire i motivi della debacle, e fece rilevare come nella frase seguente venissero elogiati gli sforzi valorosi delle altre truppe.

Giardino e Dallolio, seppure blandamente, sostennero le ragioni di Porro, che finirono per prevalere[3].

Per il bollettino su citato sul capo di Cadorna da allora piovvero innumerevoli critiche ed attacchi, accusandolo di usare i soldati di Capello come capro espiatorio. In una lettera al colonnello Gatti scritta nel dicembre 1922, Cadorna affermò:

Ho visto dai brani riferiti dai giornali delle Memorie di Giolitti, che questo animale scrive: “… al Cadorna che aveva lanciata la indegna accusa di viltà ai nostri soldati…”. Costui falsa la storia, perché io, nel famoso bollettino, ho stigmatizzato alcuni riparti , ma ho scritto una parola di fede nel valore dell’esercito.

Non tutti attaccarono Cadorna per quanto sostenuto nel bollettino. Bisogna ricordare che l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel, comandante della Regia Marina, disse allo stesso Cadorna:

           Bravo! Così si dice la verità! .

Oltre al bollettino autentico, si diffuse in Italia una versione totalmente falsa, e dai toni ancora più duri, la cui creazione si deve con ogni probabilità ai servizi germanici allo scopo di screditare Cadorna e il valore dell’esercito, minando così l’opinione pubblica. Eccone il testo, circolato clandestinamente sotto forma di manoscritto:

Per il contegno ignobile e per il tradimento di alcuni reparti della Seconda Armata, in ispecie delle brigate Foggia, Roma, Pesaro, Elba il nemico ha calpestato il sacro suolo della Patria.

Iddio e la Patria li maledicano. Addito al disprezzo eterno di tutto il mondo le brigate Arno e Lazio, che ignominiosamente hanno ceduto quelle armi, che loro erano state consegnate per la difesa della Patria[4].

La precisione nel citare le brigate presso le quali si erano verificati casi di resa e di sbandamento indica che l’estensore aveva accesso a fonti dirette, e, non essendo il testo opera di Cadorna o di Porro, non può che essere stato steso che dai servizi di propaganda austriaci o tedeschi. Gli austro-tedeschi sfruttarono il risentimento per il falso bollettino nei loro manifestini di propaganda:

Italiani ! Italiani! Il comunicato del Gen. Cadorna del 28 ottobre vi avrà aperto gli occhi sull’enorme catastrofe che ha colpito il vostro esercito. In questo momento così grave per la vostra nazione, il vostro generalissimo ricorre ad uno strano espediente per scusare lo sfacelo. Egli ha l’audacia di accusare il vostro esercito che tante volte si è lanciato dietro suo ordine in inutili e disperati attacchi! Questa è la ricompensa al vostro valore! Avete sparso il vostro sangue in tanti combattimenti; il nemico stesso non vi negò la stima dovuta come avversari valorosi. E il vostro generalissimo vi disonora, v’ insulta per discolpare sé stesso.

E’ il caso di chiederci se quanto scritto nel testo originale del bollettino fosse o no rispondente alla realtà dei fatti. Il Capo di Stato Maggiore era da mesi preoccupato dallo stato morale delle truppe, da lui giudicato basso, come, in effetti, era, e come alcuni episodi di cedimento avvenuti ad agosto sul Carso avevano dimostrato; e bisogna aver il coraggio di ammettere che il bollettino pur enfatizzando la mancata resistenza corrisponde a quanto, riferiscono le fonti austro- tedesche sui soldati che gettavano le armi inneggiando alla Germania. Che non si trattasse di invenzioni lo prova quanto scritto da Rommel, a proposito dell’occupazione del monte Mrzli:

Dal nemico ci separano ormai solo centocinquanta metri. Poi, improvvisamente, la massa lassù comincia a muoversi. I soldati si precipitano verso di me sul pendio trascinando con loro gli ufficiali che vorrebbero opporsi. I soldati gettano quasi tutti le armi. Centinaia di essi mi corrono incontro. In un baleno sono circondato e issato sulle spalle italiane. “Viva la Germania!”, gridano mille bocche. Un ufficiale italiano che esita ad arrendersi viene ucciso a fucilate dalla propria truppa. Per gli italiani sul Mrzli Vrh la guerra è finita. Essi gridano di gioia[5].

Altri episodi si ritrovano nei diari storici delle unità dell’Alpenkorps:

Parecchie centinaia di prigionieri del X Reggimento di fanteria [Brigata Regina, ndA], mitraglieri ed artiglieri scendono dalla montagna. Sono felici di essere prigionieri, ci prendono per Austriaci e gridano: Viva Austria! (diario del Reggimento Jäger, Alpenkorps);

(…) Presso il posto di combattimento della Brigata su q. 1114, uscirono da un tunnel migliaia di uomini giubilanti, tra i quali un generale di Brigata e parecchi ufficiali [6].

Va detto che nella località indicata non c’era nessun generale italiano, e l’episodio è sicuramente apocrifo. Non vale dire che i soldati si arresero senza una vera resistenza perché non erano stati messi in grado di difendersi[7]

Rommel fece scontare un intero Reggimento della Brigata Salerno da due (due!) soldati württemburghesi! E come giustificare le grida favorevoli alla Germania, l’uccisione degli ufficiali colpevoli di fare il proprio dovere, il portare in trionfo gli ufficiali nemici, il correre incontro ai tedeschi per arrendersi, senza neppure aspettare che arrivassero?

Così riporta ancora il già citato diario del Leibregiment dell’Alpenkorps bavarese:

Le posizioni di q. 1110, 1192, Kuk, erano per natura molto forti, ben costruite ed armate con cannoni pesanti, erano molto densamente occupate da riserve portate innanzi, appartenenti a vari reggimenti. Gli Italiani, ad eccezione delle mitragliatrici sopra indicate, non fecero resistenza, anzi si arresero o disertarono. Le scene sorpassavano ogni descrizione. Da ogni dolina, su ogni sentiero si vedevano Italiani che gridavano, gesticolavano e spesso scendevano con le mitragliatrici in spalla per ordinarsi da sé nelle colonne di prigionieri che si formavano[8].

Un altro caso di resa è ricordato dal capitano Ildebrando Flores:

Un gruppo di reduci dalla prigionia di guerra (…) interrogati sul modo in cui era avvenuta la loro cattura il mattino del 24 ottobre 1917 (…) dichiararono, sottoscrivendo che quel mattino, verso le nove, il battaglione era stato avviato verso il monte Pleka e temporaneamente aveva sostato nei pressi di Libussina. Erano trascorsi pochi minuti dall’arrivo della truppa su quella posizione quando furono scorti reparti tedeschi che marciavano in perfetto ordine, sulla strada della sponda destra dell’Isonzo, su Idersko. Il comandante del battaglione, notata la cosa, diede ordine di non sparare, aggiungendo che qualunque tentativo era inutile, perché si sarebbero avuti dei morti senza alcun costrutto. I Tedeschi furono lasciati indisturbati a compiere la marcia, e il battaglione non si mosse da Libussina fino a poco dopo le undici, ora nella quale sopraggiunsero altri reparti nemici, ai quali il battaglione si arrese senza opporre resistenza[9].

L’aspirante ufficiale Felice Troiani, del 213° fanteria (Brigata Arno) scrisse:

Gli ex miei soldati uscivano dalla buca della trincea uno per uno, come scarafaggi. Mi duole dirlo, ma erano contenti; credevano di essere fuori dai guai e festeggiavano i Tedeschi, che li trattavano freddamente. Qualcuno dei più entusiasti cercava di baciare le mani dei suoi catturatori[10] .

Il 24 ottobre quaranta batterie di medio e grosso calibro in posizione tra lo Jeza, l’Ostri Kras, Sdrenie, il Globocak furono abbandonate al primo avvistamento di reparti avversari sull’antistante costone Jeza- Varda Kred Vhr, proprio quando avrebbero potuto svolgere un’azione efficacissima e non correvano pericolo di essere raggiunte dal nemico avanzante[11].

In effetti mancò quasi totalmente il fuoco dell’artiglieria, malgrado l’ordine del 10 ottobre con cui il Comando Supremo dava disposizioni precise in merito. Lo stesso Cadorna scrisse nel dopoguerra a Badoglio, la cui artiglieria aveva taciuto durante l’offensiva germanica:

Circa il tiro di contropreparazione, ammetto che nel 1918 lo si sia perfezionato con metodi nuovi. Ma nel 1917 esso già esisteva, sia pure meno perfezionato. Tant’è vero che io lo ho ordinato con l’ordine del 10 ottobre, il quale non poteva essere più chiaro.

(…) Sta però di fatto che il tiro di contropreparazione non fu eseguito. I documenti tedeschi (diari e relazioni, che io posseggo) sono concordi nel dichiarare e nel trovare strano che l’artiglieria italiana non abbia aperto il fuoco nelle prime ore del mattino, e non vi è traccia del tiro violento prima e durante l’attacco. Per contro essi ammettono che l’intervento dell’artiglieria italiana avrebbe reso assai difficile l’affluenza, l’ammassamento e lo sbocco dalla ristretta testa di ponte di Tolmino. I tedeschi confermano infine che tali operazioni poterono essere effettuate senza perdite, o quasi[12].

Come scrisse lo stesso Cadorna il tre novembre al figlio Raffaele,

Tu mi dici che il disastro è grande ma non è irreparabile. Esso è enorme e irreparabile. L’esercito, ossia il Paese, non vuol battersi. Tutto si sfascia. Abbiamo 400.000 sbandati, 200.000 prigionieri, 120.000 che erano in licenza e che non ritrovano le armi. Totale 720.000 perdite senza contare i morti e i feriti e quelli che si sfasceranno prima di arrivare al Piave. Come potremo difendere a lungo il Piave in queste condizioni? E come ci ritireremo dietro il Mincio e sul basso Po? Siamo di fronte alla più grande catastrofe della storia, certamente alla più grande catastrofe morale! Un terremoto psicologico, come lo chiama Bissolati giustamente.

Cadorna, tuttavia, non intendeva mollare, e così scriveva in righe che rispecchiano la sua straordinaria energia e forza d’animo:

Qualunque sia per essere la portata dell’immensa tragedia, ti ripeto che non voglio aver nulla sulla coscienza e che, fino allo scacco matto giocherò la mia triste partita colla stessa serenità e tranquillità come se lo dessi io all’avversario […] Ho ordinato il ripiegamento sul Piave perché anche a Pinzano stanno mollando.

E due giorni dopo, in un’altra lettera, si sfogò a proposito degli attacchi fattigli per il famoso Bollettino: (…) C’è poco da dire che scarico sull’esercito quando ci sono 200.000 prigionieri e 400.000 sbandati: sono i soliti botoli che ringhiano vilmente alle calcagne. Grossi scontri non ve ne saranno fino al Piave, ma lì resisteremo con ogni possa (…)

Va detto come non tutti i soldati si comportarono ignominiosamente. Soprattutto gli appartenenti ai corpi con maggiori tradizioni ed addestramento reagirono senza lasciarsi prendere dal panico. Si pensi ai Bersaglieri della Brigata del generale Giuseppe Boriani che contrattaccarono sul Globocak- impedendo ai tedeschi la discesa dal Korada verso i ponti di Plava, dove avrebbero potuto tagliare la ritirata alle truppe della Bainsizza- agli Alpini sul monte Nero e sul monte Rosso. Erano gli stessi Alpini dell’8° Reggimento, formato da friulani, che all’indomani dell’offensiva tedesca Ardengo Soffici aveva incontrato all’Albergo Friuli di Cividale. L’entusiasmo degli Alpini e la loro tenacia nel resistere sino all’ultimo uomo, tenendo fede al motto del btg. Gemona, Mai daur! (Mai indietro) mostrano l’abissale distanza tra queste truppe scelte, ben addestrate, con ottimi quadri, con le truppe della 2a Armata, incancrenite da stanchezza e disfattismo, che si arrendevano o gettavano le armi inneggiando alla pace, al papa ed ai caporioni socialisti:

 

Abbiamo trovato la grande sala del primo piano piena zeppa di ufficiali degli Alpini, mangianti, beventi e urlanti. Si sarebbe detto, a veder la loro tumultuosa vivacità, che costoro non sapessero nulla di quello che avviene a pochi chilometri di qui e che è terribile. Eppure essi sono venuti invece in tutta fretta per andare di porre un riparo al disastro che oramai si precisa. Gli è che questo è il loro modo di concepire la guerra. Allegri, brilli magari: ma senza paura.

Sono tutti dei bei pezzi di ragazzi, solidi, alcuni poderosi, le facce rubiconde, accese dal cibo, dal vino e dall’allegra collera che attizza il loro ardore per il combattimento.

– Niente paura, bella bionda!- rassicurano la ragazza che circola fra le tavole con liquori e caffè- andiamo su noi e i “mucs”[termine spregiativo in friulano per “tedeschi”] si fermeranno.

(…) Sono alcuni battaglioni mandati d’urgenza a rafforzare le linee dei monti in pericolo. Camminano dalla mattina all’alba, e questo di Cividale è il loro primo vero alt. Fra poche ore saranno in linea. I soldati sono entusiasti e faranno un buon lavoro. Ah Cristo! Sono sicuri che i tedeschi la pagheranno cara. Ci salutiamo con trasporto, commossi [13].

 

Solo poche ore dopo il loro sangue avrebbe arrossata la neve del Monte Nero e del Montemaggiore, pagando anche per la vigliaccheria di chi si era arreso baciando le mani al nemico o era scappato inneggiando al papa o a Modigliani e Treves, e cantando

 

Prendi il fucile, e gettalo giù per terra,

vogliam la pace e non vogliam la guerra.

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

[1]           L’ex capo della segreteria di Cadorna, Bencivenga, come già ricordato divenuto nemico personale del Generalissimo, che gli aveva fatto avere nel 1917 tre mesi di fortezza a Bard, rischiando un processo per tradimento, sostenne nel 1932 che il Comando Supremo non avrebbe dovuto lasciare Udine prima che l’esercito fosse in salvo dietro il Tagliamento (R. Bencivenga, La sorpresa strategica di Caporetto, Roma 1932, p.176).

Ora, avendo Cadorna già ordinato il ripiegamento delle artiglierie oltre il Piave il 25, è chiaro come il Tagliamento fosse solo una tappa. Ed è anche ovvio che, essendo geograficamente più ad ovest di Udine, rimanere nel capoluogo friulano avesse ben poco senso, anche per il rischio dell’arrivo dell’avversario, ciò che avvenne il 28.

[2]           P. Gaspari, La vittoria di Caporetto, in C. Tomaselli, Gli “ultimi” di Caporetto, Udine 1997. Si ricordi che Vittorio Emanuele III aveva lasciato con la sua Casa Militare villa Italia (già villa Linussa) a Torreano di Martignacco il giorno precedente.

[3]           La relazione del generale Gabba è riportata in Luigi Cadorna, Pagine polemiche, Milano 19, p. 254.

[4]

[5]           Erwin Rommel, Infanterie greift an! Erlebnis und Erfahrung, Postdam 1937 [tr.it. Milano 1972, p. 302]

[6]           Ibid.

[7]           P. Gaspari, in appendice a Cesco Tomaselli, Gli ultimi di Caporetto, cit., p.205.

 

[8]           Questo brano del diario storico del Lieb Rgt e quelli del diario dello Jäger Rgt dell’Alpenkorps sopra citati sono riportati in R. Cadorna, Introduzione in Cadorna, Lettere famigliari, cit., pp.31- 32.

[9]           Ildebrando Flores, Ricordi e rievocazioni di guerra, Bergamo 1932, rip. in Silvestri, Isonzo 1917, cit., p.404.

[10]         Felice Troiani, La coda di Minosse, Milano 1964, cit. in Silvestri, Isonzo 1917, cit., p.434).

[11]         Faldella, Caporetto, cit., p.80.

[12]         Cadorna, lettera a Badoglio del 19 maggio 1923, rip. in appendice a Badoglio, Il Memoriale di Pietro Badoglio a Caporetto, cit., p. 242.

[13]         Ardengo Soffici, La ritirata del Friuli, Firenze 1919, pp. 60-61).

Si aggiunga che si trattava di truppe veterane: ad esempio il tenente Tarussio era stato ferito a giugno sull’Ortigara. Il 7° Gruppo Alpini era stato assegnato da Cadorna alla 2a Armata alle 13.15 del 23; mosse da Maglio e Villaverla, nel vicentino, e raggiunse Cividale, come ricorda Soffici, il 25, per poi entrare in linea nella zona del Montemaggiore.

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