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Il patentino antifascista non si firma, nemmeno per finta

by La Redazione
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patentino antifascista

Roma, 17 giu – Non pensavamo di dover spiegare perché firmare il patentino antifascista richiesto da Più libri più liberi sia sbagliato. E invece, mentre la polemica continua a crescere, inizia già a farsi strada anche tra commentatori e ambienti non conformi un ragionamento tanto contorto quanto pericoloso: firmiamola, così li freghiamo. In fondo, dicono, che cosa cambia? Si mette una firma, si entra lo stesso alla fiera, si manda in cortocircuito il dispositivo e si mostra quanto sia ridicolo. Una specie di sabotaggio burocratico giocato sul terreno dell’ironia. Il problema è che, in politica e nella cultura, non tutto ciò che appare furbo lo è davvero. Talvolta la furbizia serve solo a rendere accettabile una resa.

La fiera del libro con il patentino antifascista

La vicenda nasce dalla decisione degli organizzatori di Più libri più liberi, la fiera nazionale della piccola e media editoria, di introdurre un nuovo allegato per gli espositori. Dopo le polemiche dello scorso dicembre sulla presenza della casa editrice Passaggio al Bosco, agli editori non viene più richiesto soltanto di rispettare i principi generali già contenuti nei regolamenti, dalla Costituzione alla libertà di espressione, dal rifiuto delle discriminazioni alla dignità della persona. La novità è una dichiarazione esplicita di adesione ai “valori antifascisti” posti alla base dell’ordinamento democratico. In apparenza una formula innocua, almeno per chi considera l’antifascismo un riferimento morale indiscutibile sinonimo stesso di democrazia. Nella sostanza, però, un passaggio di natura diversa: non il rispetto della legge, che dovrebbe bastare in uno spazio pubblico e culturale, ma la certificazione preventiva di un convincimento politico. È qui che la questione smette di riguardare soltanto gli editori identitari o il solito riflesso pavloviano della polemica antifascista. Un editore non è un funzionario pubblico, non presta giuramento davanti allo Stato, non concorre a una carica istituzionale e non deve dimostrare la propria ortodossia morale prima di poter esporre i propri libri. Fa impresa culturale, pubblica testi, organizza cataloghi, partecipa al mercato delle idee e risponde, come tutti, alle leggi vigenti. Se un libro viola la legge, esistono strumenti giuridici per intervenire. Se non la viola, il resto appartiene al campo della libertà editoriale e del confronto culturale. Ed è proprio questo confine che il cosiddetto patentino antifascista finisce per spostare: dal piano della legalità a quello della legittimazione ideologica.

Non bisogna salvare la fiera dall’imbarazzo

Non è un caso che le critiche più efficaci siano arrivate anche da voci che nessuno può arruolare nel campo della destra radicale. Luciano Canfora ha liquidato la scelta come qualcosa che fa ridere, ricordando che gli editori non sono partiti politici. Massimo Cacciari l’ha definita un delirio e una follia, osservando che, se si apre questa strada, domani si potranno chiedere dichiarazioni contro Putin, contro Trump o contro qualunque altro bersaglio del momento. Simone Regazzoni ha parlato di piccoli ricatti morali che avviliscono la cultura e creano precedenti pericolosi. Luca Ricolfi ha richiamato l’articolo 21 della Costituzione, sottolineando l’assurdità di chiedere a un cittadino di certificare i propri convincimenti. Paolo Mieli ha parlato di decisione assurda e stravagante, mentre Giuliano Ferrara ha auspicato che siano proprio degli antifascisti a rifiutarsi di firmare una dichiarazione del genere. Questo fronte trasversale è il vero fatto politico. Il patentino non è stato delegittimato soltanto dagli ambienti che rischiano di subirne gli effetti, ma anche da una parte del mondo intellettuale che ne coglie la natura illiberale. Ed è proprio per questo che firmare sarebbe ancora meno intelligente. Nel momento in cui la contraddizione è esposta, nel momento in cui persino una parte della sinistra culturale e del liberalismo italiano riconosce l’errore, accettare la dichiarazione significa togliere forza alla critica più ampia e riportare tutto nel vecchio recinto: da una parte gli antifascisti che pretendono il rito, dall’altra i “cattivi” che alla fine lo compiono pur di entrare. Sarebbe il modo migliore per salvare gli organizzatori dall’imbarazzo della loro stessa scelta.

Chi firma non sta fregando il sistema

Il precedente di dicembre aiuta a capire perché questa clausola non sia un semplice richiamo ai valori costituzionali. Allora la partecipazione di Passaggio al Bosco alla Nuvola aveva innescato una campagna politica e mediatica contro la casa editrice, con l’intervento dell’onorevole Emanuele Fiano, appelli di autori ed editori, richieste di esclusione e pressioni sugli organizzatori. La dinamica era quella ormai abituale: si prende un editore sgradito, lo si trasforma in un caso democratico, si invoca l’allarme antifascista e infine si chiede l’interdizione preventiva, non sulla base di una sentenza o di una violazione accertata, ma di una caratterizzazione politica. In quell’occasione l’Associazione Italiana Editori aveva confermato la presenza dell’editore, rivendicando il carattere plurale della fiera e il principio della libertà di edizione. La nuova dichiarazione arriva dopo quella vicenda e sembra rappresentarne la coda amministrativa: ciò che non è riuscito attraverso la polemica e il boicottaggio viene ora tradotto in modulo. Da qui nasce l’equivoco del “firmiamo così li freghiamo”. Chi lo sostiene pensa di sottrarsi al ricatto svuotandolo dall’interno, come se la firma ironica o strumentale fosse capace di disinnescare il meccanismo. Ma una dichiarazione sottoscritta non conserva memoria dell’ironia con cui è stata compilata. Per gli organizzatori, per i regolamenti, per il precedente che si crea, conta soltanto il fatto che l’editore abbia accettato la condizione richiesta. Il sarcasmo resta nei commenti, la firma resta negli atti. E gli atti, non le intenzioni private, sono ciò che produce conseguenze.

Il patentino antifascista è inutile e dannoso

Il problema non è dunque stabilire se chi firma si senta davvero antifascista, postfascista, afascista o semplicemente insofferente a queste categorie. Il problema è accettare che una fiera del libro possa chiedere una professione di fede politica come criterio di accesso. Una volta ammesso questo principio, il contenuto della dichiarazione diventa variabile. Oggi è l’antifascismo, domani potrà essere l’antirazzismo, il contrasto all’odio, la lotta alla disinformazione, l’adesione a una certa idea di inclusione, di genere, di democrazia, di memoria storica. Ogni formula potrà essere presentata come ovvia, civile, inderogabile. Ogni rifiuto potrà essere dipinto come sospetto. È così che un requisito eccezionale diventa una procedura normale. Chi firma pensando di prendere in giro il potere dimentica che il potere non ha bisogno della sua sincerità: gli basta la sua adesione formale. Non importa se data con convinzione, con cinismo o con una smorfia. Il dispositivo viene riconosciuto nel momento in cui viene eseguito. La posizione seria non consiste nel trasformare la fiera in un campo di battaglia fine a sé stesso, né nel cadere nella retorica opposta del martirio. Consiste nel porre una questione lineare: gli editori devono rispettare la legge o devono dimostrare di condividere una formula politica? Se vale il primo principio, la dichiarazione è inutile. Se vale il secondo, allora Più libri più liberi smette di essere uno spazio editoriale interessante.

Togliamo la testa dalla nuvola

C’è infine una domanda che andrebbe posta con maggiore freddezza. Più libri più liberi è davvero un passaggio obbligato? Una fiera che negli ultimi anni ha visto crescere attorno a sé polemiche, rituali antifascisti, pressioni politiche e una progressiva perdita di credibilità come spazio realmente plurale merita ancora di essere trattata come l’unico luogo possibile della piccola e media editoria? Oppure proprio questa vicenda dimostra che il mondo non conforme non è costretta a inseguire a qualunque gli spazi amministrati da chi considera la libertà una concessione revocabile? Il punto non è abbandonare il terreno culturale, ma scegliere come starci. Si può rivendicare la propria presenza senza accettare abiure preventive. Si può costruire una rete editoriale, organizzare eventi, creare spazi alternativi, rafforzare la distribuzione, curare la qualità dei cataloghi e al tempo stesso denunciare il carattere illiberale di un filtro ideologico. La libertà non si difende chiedendo permesso a chi pretende di misurarla con un modulo.

Per questo la dichiarazione antifascista non va firmata. E per inciso non andrebbe MAI firmata: né per uno stand in fiera, né per un banchetto in strada, né per avere una sala comunale. Non perché il rifiuto debba diventare posa, nostalgia o provocazione, ma perché nessun operatore culturale e politico dovrebbe accettare che la sua partecipazione alla cosa pubblica dipenda dalla certificazione dei propri convincimenti. Firmarla per “furbizia” significa consegnare agli organizzatori ciò di cui hanno bisogno: non una conversione sincera, ma un precedente formale. Rifiutarla, invece, costringe tutti a guardare il problema per quello che è. Non una battaglia sul passato, ma una questione molto concreta sul presente della libertà editoriale in Italia.

Vincenzo Monti

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