
Ma che cos’è quindi il Ttip? Come abbiamo spiegato ante litteram sulle pagine di questo giornale, qui e qui, l’acronimo “Ttip” sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership (Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti), altrimenti detto “Tafta”, Transatlantic Free Trade Area, ovvero un accordo commerciale di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti. Il negoziato è iniziato in sordina a partire dal luglio 2013 e potrebbe concludersi a inizio 2015, dando vita alla più grande area commerciale libera da tassazioni della storia. Un enorme mercato deregolamentato che Washington considera come il fondamentale accordo da legare al “Tpp”, Trans-Pacific Partnership, altra area di libero scambio in via di creazione tra Usa, Canada, Messico, Perù, Cile, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Vietnam, Malesia e Sultanato del Brunei. Il governo statunitense sta quindi mettendo le basi per realizzare in breve tempo un new world dove investire ed esportare liberamente, eliminando ogni tipo di barriera per le proprie merci e per i propri capitali.
Come abbiamo però illustrato nei precedenti articoli pubblicati su Primato, l’abbattimento delle tariffe doganali non è il principale scopo del Ttip. L’obbiettivo primario è invece l’eliminazione delle “Barriere non tariffarie” al commercio, ovvero quei vincoli e norme di carattere tecnico, giuridico, commerciale e politico che in qualche modo tutelano a vario titolo i produttori, i lavoratori e i cittadini di una data nazione. In pratica qualunque multinazionale potrà operare sul territorio Ue senza tenere conto della legislazione nazionale e comunitaria relative la sicurezza degli alimenti, le soglie di tossicità, le norme sui farmaci (severissime in Europa), la libertà in rete, la previdenza sociale, l’energia, la cultura, i brevetti e così via. Basti pensare che come consulenti dei negoziati sono stati accreditati 600 lobbisti di multinazionali americane ed europee.
Non solo, il secondo pilastro del Ttip prevede un aspetto citato nei documenti Ue come “investor-state dispute settlement” o “ISDS system”. In soldoni la possibilità per ogni impresa di trovare tutela dei propri investimenti, ma soprattutto delle aspettative di ritorno degli stessi, in un nuovo tribunale sovranazionale a cui di fatto una multinazionale potrà rivolgersi per far causa direttamente ad uno Stato membro. L’Italia piuttosto che la Francia potrebbero ricevere allora lo stesso trattamento subito dall’Argentina. Vedi qui. La grande impresa assume così nel campo commerciale un potere diretto a scapito delle istituzioni e risultano evidenti i rischi per i prodotti europei, su tutti quelli agricoli come sottolineato dalla commissione Agri. Finanche l’inglese The Guardian ha voluto sottolineare come il Ttip rischia di essere un attacco alla sovranità degli Stati, un sistema che secondo il quotidiano britannico è pensato per to kill regulations protecting people and the living planet. Crediamo non ci sia bisogno di traduzione, o forse potremmo pensarne una ad hoc per Matteo Renzi.
Eugenio Palazzini
1 commento
[…] quindi, e forse un’occasione in più per le eccellenze alimentari Italiane, vincoli europei e patto transatlantico […]