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Salento: colonia israeliana in Italia

by Tony Fabrizio
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Roma, 29 set – Salentu: lu sule, lu mare, lu ientu. Così conosce ogni autoctono il “tacco d’Italia”. Paesaggi mozzafiato, mare cristallino tanto da essere definito le Seychelles d’Italia (e perché no le Seychelles come il Salento del Madagascar?), cibo eccellente e accoglienza senza paragoni. Ebbene, scordatevelo! La Puglia in generale, e il Salento in particolare, sono ormai “solo” luoghi dalle “straordinarie opportunità che questa terra offre ai miei investitori” perché “in Puglia ho trovato non solo la destinazione perfetta per i miei clienti, ma anche un luogo a cui appartengo veramente. Ecco perché ho deciso di restare”.

Una “Colonia Israeliana nel Salento”

A dirlo, anzi a scriverlo è l’imprenditrice israeliana di respiro internazionale Orit Lev Marom sul sito della sua agenzia immobiliare Coral 37. Interessi che spaziano in ogni ambito del mattone, dalle costruzioni alle ristrutturazioni, dagli ambienti sanitari a strutture ricettive di lusso. E ancora “La Puglia offre incentivi statali nel turismo e nell’imprenditorialità; prezzi dei terreni convenienti, consentendo a chiunque di acquistare un bellissimo terreno; la possibilità di costruire la casa dei tuoi sogni – semplice e vicina alla natura, o lussuosa ad una frazione del costo rispetto ad altri mercati europei”. Se resta un mistero capire come si possa accedere a sovvenzioni statali per costruire strutture di lusso, appare quantomeno interessante spiegarsi logicamente l’affare dei terreni a buon mercato in questo angolo di paradiso. Gli unici terreni risparmiati alla cementificazione selvaggia sono gli sterminati uliveti cancellati dalla truffa della Xylella oppure le piane non risparmiate dagli incendi che ogni anno fagocitano decine e decine di ettari.

L’Italia come una striscia di Gaza d’Europa?

Nulla di male, allora. Anzi, una sensibilità e un attaccamento alla terra da invidiare, se solo questa terra, che non è tua, diventa improvvisamente casa e posto a cui “senti di appartenere veramente”. Se dalla vendita si passa alla svendita con tanto di guadagno c’è da preoccuparsi. Soprattutto se l’imprenditrice è di nazionalità israeliana. E come ognuno che si sente padrone in casa propria, scrive senza perifrasi né eufemismi o pleonasmi: “Più di recente, Orit ha spostato la sua attenzione sulle opportunità del mercaro immobiliare in Italia. Ha co-fondato Coral 37, una società dedicata ad aiutare gli investitori ad acquistare proprietà di pregio nel Salento, nel Sud Italia. Uno dei suoi progetti più ambiziosi è la ‘Colonia Israeliana nel Salento’, una visione per una comunità agricola e turistica autosufficiente dove le famiglie israeliane possano stabilirsi, coltivare il proprio cibo e sviluppare un’economia condivisa”. Una sorta di stato nello stato, di enclave, di riserva sul suolo italico. Siamo colonia americana dal 1943, la più grande portaerei a stelle e strisce nel Mediterraneo, vogliono ridurci a mero corridoio umanitario per i trasbordi internazionali di essere umani, ma con questa nuova frontiera di potenziali altri padroni in casa nostra rischiamo seriamente di trasformare l’Italia nella striscia di Gaza d’Europa. Non si tratta di essere prevenuti o catastrofisti, ma basta solo non essere orbi con tutto ciò che oggi accade nel mondo e, duole dirlo, direttamente anche in Italia. E prima del Salento, gli israeliani fanno registrare la loro presenza anche in Sardegna e in Piemonte, in Valsesia.

Non siamo prevenuti noi (italiani) se il loro colonialismo è da insediamento, ovvero contempla la cacciata e anche lo sterminio degli abitanti che intendono saccheggiare, però è lecito, se non fondamentale, chiedersi cosa succederà quando i salentini non ci staranno a cedere le loro terre e a essere cacciati. Come non ci staranno i sardi e i vercellesi. Per ora. Perché secondo il credo di certi israeliani sionisti, la “Terra Promessa”, cui si fa menzione nella Bibbia e più precisamente nel Deuteronomio, data loro da Dio, si estende dall’Eufrate fino al Mediterraneo. L’Italia è da sempre “mare nostrum”, allora qualche riflessione è necessaria oltre che pericolosamente scontata. Cosa ne sarà dell’Italia? Cosa sarà l’Italia? È vitale chiedercelo prima che sia troppo tardi. Prima che sia troppo.

Tony Fabrizio

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